Una nuova interessante voce della poesia italiana che nella serra di Tellusfolio, in un autunno che mostra colori più sgargianti del solito, trova ospitalità e cura. Gabriele Pepe ha incontrato il portale su suggerimento di Stefano Guglielmin e le lettere qui di seguito ne sono una conseguenza. I contatti su Tellusfolio, senza le defatiganti attese nelle riviste tradizionali e paleoaccademiche, sono rapidi e si basano esclusivamente sulla sorpresa che generano i versi in una accogliente serra telematica ed elettronica. (Claudio Di Scalzo)
Roma, 13 settembre 2006
Gentile Di Scalzo,
Io preferisco sempre presentarmi in primo luogo con i miei testi quindi le invio un discreto numero di poesie edite e inedite.
Scusa se passo direttamente al tu ma leggendo Tellusfolio, rivista sul web che ho da poco scoperto e di questo ringrazio S. Guglielmin, mi ritrovo in così tante cose che ti sento come un amico di vecchia data. E quanto viene fatto su Tellusfolio per la poesia e la cultura m’interessa ed incuriosisce molto.
Con il massimo della calma e del tempo a disposizione, come di quello dei tuoi collaboratori, dai un'occhiata all'allegato contenente parte del mio lavoro poetico.
Attendo notizie
cordiali saluti
Gabriele Pepe
San Cassiano Valchiavenna, 16 settembre 2006
Caro Gabriele,
le notizie sul web possono arrivare al volo, e come una freccia telematica mettere in consonanza i midolli poetici. È un arricchimento del portale, di Tellusfolio, poter accogliere le tue poesie e quelle inedite ancor di più. Grazie per la fiducia. E se ti sentirai nella tua casa poetica l’annuario Tellus e il portale Tellusfolio ti danno il benvenuto.
Claudio Di Scalzo
GABRIELE PEPE, POESIE EDITE ED INEDITE
da: PARKING LUNA
(edizioni ArpaNet, Milano 2002)
IL PUNTO
Longitudine e latitudine mia
bussola cervello astrolabio cuore
sestante del dolore cometa e scia
onda terra Ulisse Polifemo
che rotte tracciare sulle mappe oscure?
croce del sud orsa minore estremo
sfiato di balena tosse di luce
sono il viaggio oppure il viaggiatore?
EPIDEMIA
La mia casa è infetta
parete calcinata
mattone pizzicato
fazioso e condannato.
la mia casa è chiusa. Chiusa alla magia
chiusa al destino all’ospite inatteso
al portico al vetro
a lampade nel retro.
La mia casa è demenza
Roipnol eroico dell’invadenza
clonazione del reale
l’odore penetrante
sparato dalle fiale
soggetta alla carogna
seguace del rimorso
epidemia scommessa
di grazia e di conforto
BANANE LUMINOSE
È denso vorticare questa notte
notte cruda scannata sul rumore
lucida e tagliente di parole
sguainate come lame dagli abissi
del livore. Voragine e crepaccio
dove s’increspa l’ombra del dolore
precipita la ghiaia dei giudizi
È notte sul frullato di banane
dolce plasma rugiada di potassio
medicinale candido e soave
che spegne la mia sete artificiale
ambrosia della palma e della luna
sorriso della polpa e della buccia
che ogni pegno ed ogni scaramuccia
m’aiuta a sopportare. E pietraie
dove Odio raduna le sue mandrie
e serate dissolte ad aspettare
che la cura agisse sul mio male
notte oscura sovrana dei miei lupi
squillo d’acqua filtrata dai dirupi
risucchio spadaccino della vena
artiglio voluttuoso della belva
che il gioco e la candela mi nasconde
dentro i gorghi vermigli dell’amore
cui m’avvito Derviscio danzatore
Lacci neri sul braccio della notte
vibrisse prolungate sulla morte
morte dell’aria morte del mio karma
descritto tra le righe del pigiama
pellegrino che irrompe nel mio dramma
quando spillo di stella sullo schermo
di tenebra m’accascio e stingo via
(ma insolente nel ciclo circadiano
rimango rifugiato come tigre
di peluche nel parco inanimato)
Narici della notte come grotte
sul volto scheletrito della morte
morte del soffio morte dell’occaso
travaso pettorale del monsone
che vischioso s’espande nel mio fato
quando nera pupilla di ciclone
venticello mi sfiato e sbuffo via
(ma imboscato nel nido del malato
rimango accovonato come l’ago
del pagliaio perduto e mai trovato)
Spiga su spiga sangue verso sangue
la triste mietitura della carne
che lotta senza posa per restare
reclama le sue rughe centenarie
sorrisi sganasciati nel bicchiere
artrosi cataratte e asciutte vene
e se proprio deve andare pretende
per sé stessa l’intero capezzale
allora non è morte che ho sfiorato
a quest’ora sfocata della notte
ma nevose montagne dello Sherpa
che passo dopo passo ho superato
fedele scalatore del mio inganno
SPOT’N’ROLL
Ribelle (lemma avariato)
come la rabbia
s’è sciolto nel piombo
ma spesso trafigge il torace
scarnisce profondi e osceni budelli
canali tortuosi di spot
che ciack
e dopo ciack il segno svelano
così giovincelli in ferromaglia
(variegati calchi in gipsoteca)
si aggirano iniqui
nei dintorni del cervello
a zonzo sulla cornea pixellata
Struzzerellando! Struzzerellando!
tra ramaglie di flebite
le varici bordate di metallo
Il Pasto Nudo nel regno dell’occaso
Re Lucertola in vasca parigina
così kilometri di krani ubbiosi
(punzonati branchi in pulsoteca)
si baloccano obliqui
nel clangore della morte
a struscio sul deltoide tatuato
Cangureggiando! Cangureggiando!
tra muraglie di vinile
l’epatite in nuvole di Ganja
zerouno e l’Ecstasy del Manga
uteri e Nirvana fuggiti nella danza
CANTI RAVVICINATI DEL TERZO TIPO
I
Crescevamo a latte fluorescente
calamitati dai fitti capezzoli
triforcuti esposti all’intemperie
come gracili scogliere
che invisibili maree frangevano
fin dentro un porto luminoso e labile
avamposto di un’onda parallela
che dopo Carosello
le valvole magnetiche del cielo
fluttuando nascondeva.
Ma forse era un gioco o un miracolo
dell’ombra, una frequenza visionaria
ambigua e refrattaria ai punti
di domanda, ai gusti calcolati
dei padri ragionieri, all’orizzonte
voluttuario del sole e della luna
stupore freddo della sala oscura
che gli sguardi trascinava via
in un battito di ciglia ansiose
scheletri del lampo
che nel breve svanire bianco
l’attenta retina spandeva
d’ossario fuoco e barlume antico
come parole capocchie di cerino
che sfregate sull’umido visivo:
«Glaktu! Baradha! Nikto!»
s’accendevano del nuovo rito.
II
Acetate emozioni d’argento bluastro
l’osso della memoria cesellano
sugli schermi delle palpebre chiuse
come aurore boreali scintillano.
gettato nella mischia sbobinata
rinasco maschera di luce e di velluto
cono azzurrino della quinta dimensione
che mi colora e mi proietta altrove
e inganna il tempo che anfibio
mi nuota nella testa e la terra
calpesta dei miei poveri balocchi:
trastulli vulcaniani di logica puntuta
odissea di filastrocche
cinque note dello spazio
poemi dell’androide troppo…
troppo umano generato:
«Io ne ho viste di cose che voi umani
non potreste neanche immaginare:
navi da combattimento in fiamme
al largo dei bastioni di Orione
e ho visto i raggi B
balenare nel buio
vicino alle porte di Tannhauser
e tutti quei momenti
andranno perduti nel tempo
come lacrime nella pioggia»
e la fradicia colomba in un frullo d’ali sciolte
al cielo riportò la mia traslata morte
NERO NERO
C’è oh fratello meteorite
sfuggente e disperato fuoco
sacro zolfanello di Lorenzo vacanziero
che qualcosa si deve pur vedere
in questo nero lucore nero
paradiso dell’occhio annichilito
folgore dello sguardo cinerino
nocciolo bruno della ciliegia ombrosa
oro spento della sapienza
gemma della salvezza buia
se uomini ricurvi
sul torso della noia
condannati a vagare sulla soglia
transverberati dall’interno
sul fronte sconfinato dell’eterno
se uomini di scorza troppo spuria
abbandonati nella bruma
librati a fioche stelle
al mistero rivolgono le spalle
e altro non sanno che precipitare
da: DI CORPI FRANTI E SCAMPOLI D’AMORE
(LietoColle, Faloppio 2004)
CORPI DI VERSI
Un corpo crotalo che al mondo crepita
l’algoritmo caudato del suo nulla
trillo strisciante d’una morte acuta
retrattile tossina che s’inerpica
e sotto i ciottoli ripone pelvica
abbondanza di quel che sempre muta
scagliogramma di scienza biforcuta
per sistole e per diastole d’estetica
segnato sulle dune della mente
papiro sensoriale d’un dio scriba
stellato codice in astro rasente
nei cieli della carne mi trascina
come una ritorsione delle vene
dal calcagno s’abbatte sulla spira
GRASSO A TUTTO
Causa di tutto l’enfia e rovinosa
ascesa del glucosio e del colesterolo
a fomento dei grassi insaturi e superflui
a questo sopore tranquillo
della ragion smagrita e sottintesa
al Minotauro obeso e deliziato
della facoltà a lui concessa
di digerire senza patimento
il bolo più scabroso
che insano indugia sul palato
e dolce si confonde col languore
che papille e cellulite
camuffo nel molleggio post-bolscèvico
di questa pancia incline
all’intimo paffuto
scavato nell’addome
che del cibo dischiude la tempesta
l’ulcerosa buriana dello stomaco
dell’ittero svasato che rielabora
segnali di pieno e di vuoto
pulsione concessa all’adipe che mi lega
A questa fame cronica
fino a trangugiarmi corrotto
nelle ricette insalubri
della vaniglia e dello zabaione
l’ingordigia precorre i condimenti
e masticando mi sommuove e mi precede
per ventresche guanciali e coratelle
pannicoli di un cuore cupidigia
bagordi e vettovaglie di un mai sazio vendicare
gozzoviglio dell’orda crepapelle
che bramosie indica
all’orco dissoluto
che sniffa e sbava per le spoglie ghiotte
del lardo e della carne
per le superbe e succulente glorie
del paiolo sulle fiamme
GEMELLO LUPO FRATELLO CAPRIOLO
Guerriero circonfuso coscritto disertore
proiettile loquace nell’armeria ventosa
sbreccato da erosione nel plesso mi dirupo
per sindrome cretosa s’impetra il mio torace
e sfiato in frana luce asmatico declivio
abraso precipizio di croci e falcilune
per cui sicario in pectore vittima e aguzzino
non posso mio malgrado carne midollo e colpa
massacrarmi per destino nel sangue dell’iperbole
nell’osso della truppa costringermi piagato
perché sin troppo fragile è il corpo dell’ignoto
frattaglie sotto vuoto dell’aldilà voragine
che implode e si dilania configge dall’interno
scritture e sacramenti Demiurgo delle spine
dei rovi dell’inferno sull’isola Moicana
sbrandelli le pupille Matrioska dei serpenti
dei torti e le ragioni Mammella della selva
allatta la mia belva ma salva i caprioli
(scritta dopo l’11 settembre)
STUPOR DI BANDITORI
Segmento d’acrocori e spioventi logge
confine di quel filo-siepe che ci avvolge
ben oltre la materia acclusa all’infinito
galvanizzato scorcio stortile e sfinito
mareggio travertino a flutto di ringhiera
che sagomata pinna d’orca betoniera
sull’onda ritmica degli orizzonti quadri
si staglia profilando marmi e caseggiati
lotti di un’asta sempre aperta di coscienza
dove sottace il banditore e senza tregua
rituona un artefatto battere d’oggetti
fantasmi immemori dei cocci desideri
persi all’incanto d’una Cairo occidentale
poco tollerante al crogiolo delle razze
al circo quotidiano promo degli intenti
stupor di folla sperperata sui trapezi
trucco del coniglio che spunta dal cilindro
e spesso mi sovverte oh cuore prenestino
oh micio personaggio amor di mamma gatta
che sottosotto mi sollazza e mi riscatta
e di notte si lascia pure accarezzare
randagia a sette gobbe e coda circolare
da: “L’ORDINE BISBETICO DEL CAOS”
(Raccolta inedita in via di solidificazione)
ESPOSIZIONE
Esposizione nucleale di un alter ego che non sia Aristotele scienziato
bensì il miraggio puro e prometeico di un progetto inafferrabile
raccolto al mito del Titano che s’intravede in fuoco e scintillio di lingua.
Sonagli luminosi, sussurri ottici, radiosi strepiti d’introspettiva fiaccola
che in luce salmodiando l’oracolo bruciante alla sua brace convertirà
GENESI
Caos che nasce dalle fondamenta
vacilla sfrigola e concreto cristallizza
sintetizzando in scopi ignoti un universo
esposto e risoluto che nel guscio
dell’alte forze e delle discipline tribola
Accado nel sottrarmi o sottostare
a quel congegno lucivago dell’erranza
incanto della fisica compiuta
radice quadra della legge e del disordine
acqua della placenta accelerata
che il nulla mal s’accosta
al pieno che sprigiono
e sono tenebra che luce inchioda
all’esistenza
e sono il raggio che s’espande
e la dissipazione in sé trasporta
lucerna dello spirito
e della stella rosa
CRESPA D’ONDA
(Del mare sono goccia nella brocca
che spinge fino all’orlo e mai trabocca)
Da crespa d’onda schiuma d’immemoria
sotto l’innata svolta della ruota
la curva si modella della storia
che in me si srotola coscienza nuova
Feto barionico dell’inorganico
che eterno mi ribolle e mi sostanzia
placenta nera dell’embrione quantico
che Morte già dispone alla mattanza
TRITTICO CALANTE
1.
Se dunque paradiso
per brillanze opache disperso e disperato
in carni mollicate e gocce di vinsangue
squarcio del mondo
che viene a risanare
cavia e carcassa appesa al gancio umano
che gravitando dondola
batocchio
di un dio che enigmatico risuona
e vibra all’occhio
riottosa voce dell’oggetto
portanza ponderale a vuoto scosso
d’angelo in stallo tra le piume
sospeso fino ai biblici macelli
a pia mascella d’asino
maglio del raglio avulso
che
sul cranio ai filistei martella
l’amara sicumera
2.
Se dunque purgatorio
ziqqurat profondo, sentiero di babele
torre millenaria di voci scombinate
scala di sguardi
per l’alto a contemplare
fatica tragica dell’incrollabile
pariglia al vomere: mitezza e scorza
dura
arsura e sole che erratico risplende
e brucia al suolo
filtraggio tenero del fiore
patto dell’arca nel tempio predisposto
spalla a spalla sopravvivendo
mitica fino al vortice dei cantici
ebbrezza del dio dattero
ombre di palma e ulivo
che
dal cielo ai farisei rinfresca
la verità promessa
3.
Se dunque sia l’inferno
dei viventi questa tirannide di corpi
scorza di firmamenti e atomizzati nodi
arco di vertebre
che scocca al gravitare
il dardo provvisorio del soggetto
che pur mirato all’oltre
nel sé
scagliando affonda e in onda si trasforma
rossa salsedine
marea dal ritmo addolorato
respiro madido di sangue e rose
fiato spinato dell’evento
atteso fino al colmo dei fardelli
al chiodo della luce
fulcro di leva azzurra
che
dal petto ai semidei solleva
oscurità riflessa
ARACNOSOPHIA
Ramificati luoghi e tempi e spazi
e sfondi: gergo d’inganni, sirena
e sfinge criptolingua e ancor polena
barlume remoto di maschera
discreta che sulla prua dell’ego caravella
tra i flutti condivisi riconquista
deriva elettrica
ma ogni viaggio inizia con un laccio
neostringa ombelicale
di un essere cromatico che in lieve differita
concilia l’anima con il suo clone:
dinamico rovello appeso all’iride cablato
frattale impulso d’esperanto fuoco
logo mediale che in cristalli acchiocciol@
e assume censo inconsistente al cuore
comprime il cielo:
(dell’iperspazio
vetrose aurore trasparenti)
microsole che ri-sorge giallo magenta e ciano
sui liquidi giardini a babilonia
babilonia scorrevole la troia
sgualdrina processata di matrici e porte
groviglio di silici e scorie
boscaglia algebrica
mangime per quel ragno alfanumerico
che ai frutti mira dell’albero coassiale
il pomo turgido del fiore soffice
griglie di polpa
memorie di una vita
da mela morsicata
che vivamente sedentaria al pasto
s’intrattiene del baco resettore
DECORSI MIGRATORI
Ecco la truce particella che s’arrende all’ansia circolante
per abbondanza di combriccole, vecchie borie e narici al caldo
al dunque la vendetta che minaccia è biochimica volante
non va oltre il distratto sfregamento vento/ala aria/naso
migrante focolaio che, propaganda dell’arca pandemia,
di spettronebbiolina aleggia nuova di covata sulle feste
di seta e di velluto, sulla grassa dolce santa tirannia
che sovrana si sparge e mondana spancia ben oltre le frontiere
e tutto il resto mondo intruso che si fotta e scoppi d’insalute!
EMBEDDED
Coperto corre all’aria disboscata
ansia metallo errante
dal suo rombo strombazza e sbava
e non si cura dell’impatto in atto
si sposta in retroguardia
o segue un filo di binario
treno che al funerale non singhiozza
e al fondo recita la parte del carbone
nell’austera fornace della morte
(Cerbero suo malgrado ringhia e morde:
dal guinzaglio s’allunga nell’umano
per devozione sbrana le sue greggi
bestia pastore d’ordine marziale)
pur di coda resiste turbolenza
ma poi bilancia il vento
il piano ben studiato
il condor dall’artiglio calibrato
o volpe cittadina con pelliccia
cucita su misura
(mamma mimetica
a denti democratici
candidamente ride.
Nel ferro e su sgabello
l’incappucciato elettrico
per mille Volte
assaggia la sua corte)
il grigio allunga il passo
nell’ombra del suo codice
i morti riavvampano nel plasma
o in liquidi cristalli
e se l’incendio esige le sue fiamme
allora basta un pollice
per spegnersi lontani
(un cumulo di corpi
sul pavimento crudo
annuncia un lampo chiuso
che infigge esibizione:
avranno un pio crociato
un colpo di spallucce
e tutto sfugge al popolo sovrano!)
ma dalla cattedrale
chi urla al paradiso
se non Quasimodo?
IN CORSO DI ESPIAZIONE
1.
Non voglio più lambire incanti cortigiani
talmente vasto il regno dell’abbaglio che occhi
bruciano a contemplare stimmate profane
piaghe stellari d’ineffabile entropia
sacrilegio che muta i prìncipi in ranocchi
e s’offre di purezza ai sogni partigiani
speranza necessaria alla carnezzeria
di cuori dissennati e miti da sfamare
libero tuttavia dagli abili macelli
che la grandezza sta nell’essere maldestro
il goffo incantatore del serpente bianco
l’illustre demone che morde all’occorrenza
e nella carne effonde angelico veleno:
in cruda morte visionaria degli agnelli
in scandalosa vanità dell’innocenza
crudele sperpero di vittime al massacro.
Coesiste sempiterna fluttuazione errata
archètipa frequenza non conforme al tono
che vibra per contrasti e scioglie il suo lamento
in singole devianze in mutazioni ritmiche.
È fonte distorsiva che battezza il mondo
si svela al paradosso e dell’assurdo canta
oscillazioni partiture dell’origine
figure primordiali di suono e pigmento
2.
E mi sovverto senza norme e direttive
che verbo del potere è voce rutilante
è bocca di sfintere in fondo alle preghiere
che evacua sale divorando gigli e rose:
rivendico salvezze in lingue deflagrate
indocili frammenti schegge clandestine.
Per saltimbanco impegno insisto sull’orrore
mi espongo evanescente al lancio delle pietre
che mostro grado medio introiettato all’orbita
pianeta scenico di lauto amore aggrava
fingendo onore dove l’orda frusta ingorda
e nel civile ossequio al regolato abuso
bombe e ganasce assolve e con distacco avalla:
ferocia apatica dell’abbondanza cronica
furore dell’ammasso dei valori a frutto
orgoglio e lustro dell’armata pappagorgia.
Ma tra un’ellisse e l’altra gravita la luna
pallore visionario in carne di satellite
che ad ogni eclisse rende nuova la mia specie:
invereconda e sconveniente traiettoria
astro retrogrado delle fobie congenite
corpo cieco che varca la galassia ossuta
e nero si riflette sull’azzurra crosta
di un’altra terra arresa al fondo della pelle
3.
Sopravvivono brandelli faville d’ombra
sgranati fotogrammi esposti al cielo pigro
sul mucchio abraso delle rètine sdrucite
cronografie catodiche d’avanzi umani
residuali lampi d’apparenza che sul ciglio
di strade ambite vagano: scintille d’ossa
bagliori della morte scheletriti sguardi
dell’umor vitreo tra le precarie viste
di un occhio che di lacrime straripa a gloria
d’intrepide rivolte e crude repressioni
che (gravido d’amore) porfido non duole
scagliato col cervello e cuore scintillante:
sogno sbranato da fameliche illusioni
cometa lacerata a coda transitoria
paesaggio mistico che ancora stilla sangue
e di reliquia sboccia: miraggio d’altro fiore
tra le scabrose aiuole al centro dei deserti
polline che incendia polveri d’un mito
eroso dalla furia del suo stesso oltraggio
cadente simulacro di un pensiero come
vermiglia cenere tra i fuochi del giardino
luce smarrita nell’intrico dei cipressi
che il sol dell’avvenire imploso all’orizzonte
di schianto illumina la neve nel crepaccio
KATRINA
Cielo salsedine alghe vive e spazi aperti
se troppa luce sull’incudine del mare
se nubi sfilacciate in torbide tensioni
se troppa meraviglia
esagerato crisma
nell’occhio del dragone
a làtere quell’ombra a margine lo sguardo,
sin troppo calmo in apparenza, cardine
s’inventa a bieco sortilegio
che vortica maligno e sogni sradica
dai fasti della carne
pupilla incarognita di palude
crettato alligatore
che espugna la barriera
e nell’oscuro mastica la vita
sul filo amniotico dell’arroganza
che il fine rende gloria alla bonaccia
battaglia ha costi da salvare
un argine sicuro è fuga di bilancio
pertugio periglioso che minaccia l’urna
al tempo dell’incanto
LE COLONNE IMMERSE
Che resti l’Ercole impotente
le cui colonne immerse
ho fintamente superato
sale la bruma e spacca l’ossa alle brughiere:
ventose sentinelle
di rango disumano
che per lombrichi versi
mi scavo da lontano
digestione di muschi e di licheni
rifiuti cronici di un pasto solitario
farina dei miei lombi
aspersa sull’ortica
che corrono i cavalli e la canizza sbrana
e i corvi gracchiano dai tempi del disgelo
e il cacciatore arranca
senza fiato rincorre la sua vita
preda cangiante che del cosmo
si crede l’epicentro
AI POSTERI L’ATLANTE
Fratelli corpi
esposti all’empirico giudizio
ricomposti al ludibrio della scienza
monografia del sano
sindrome gemella in gogna luminosa
su sfondo bianco
alone estorto che assume impronta
su sindone cartacea
cartina patologica di un altro cielo
che per contrasto assiste alla riscossa
di un lampo che traslucido rivanga
il tumulo di carta patinata
il dotto candido sepolcro
sottile come un foglio:
sudario pagina con epitaffio
NOTA BIOGRAFICA
Gabriele Pepe nasce a Roma, dove pure risiede, nel 1957. Ha pubblicato finora due raccolte di poesie: Parking Luna, ArpaNet, Milano 2002 e Di corpi franti e scampoli d’amore, LietoColle, Faloppio (Co) 2004. È inoltre presente nelle antologie: Ogni parola ha un suono che inventa mondi, ArpaNet, Milano 2002; Fotoscriture, LietoColle, Faloppio (Co) 2005; Il segreto delle fragole 2006, LietoColle, Faloppio (Co).
Suoi testi e recensioni sono apparsi su varie riviste tra cui: L’Avvenire, Tuttolibri (inserto de: la Stampa), Il Segnale (n. 63/2003 e n. 66), Il Segnalibro (dicembre 2002), Spiragli, Storie (n. 50), Il Foglio Letterario (marzo 2003), Tam Tam, Stradafacendo, La Clessidra, Poiesis, Tirature ’03 (Ed. Il Saggiatore 2003), Gradiva, Polimnia ed altre.
Ha ricevuto premi e riconoscimenti in vari concorsi di poesia.
Ora sta lavorando alla sua terza raccolta poetica da cui sono tratte alcune delle poesie qui presentate.