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Alberto Figliolia. Angelo Anquilletti, ritratto in memoria
14 Gennaio 2015
   

Lo chiamavano Anguilla. Con quel soprannome avrebbe dovuto giocare da ala destra: uno sgusciante, il dribbling imprendibile, castigaportieri, saettatore senza pietà. Invece Angelo Anquilletti era un terzino marcatore che agli attaccanti-anguilla, dall'infido senso del gol e dallo scatto bruciante, si opponeva. Con forza e durezza, ma anche lealtà.

Anquilletti era il numero 2 del Milan, quello fra Cudicini, il Ragno Nero, e il tedescone Schnellinger; era una delle componenti del formidabile rosario rossonero che nella seconda metà degli anni Sessanta aveva regalato ai cacciaviti e all'Italia non poche soddisfazioni: oltre allo scudetto 1968 e a quattro edizioni della Coppa Italia, Anguilla aveva sistemato nella sua bacheca, dopo averle donate al popolo sportivo meneghino e non solo, una Coppa dei Campioni, una Coppa Intercontinentale e due Coppe delle Coppe.

Era un uomo del popolo Angelo dai capelli scuri e gli occhi azzurri: un ragazzo classe 1943 di San Donato Milanese, quando la campagna intorno alla metropoli appenata dalla guerra era ancora vera e viva. Nel suo primo destino calcistico la Solbiatese in serie D e poi C, quindi il balzo al palcoscenico della A con l'Atalanta, prodromico alle undici stagioni milaniste. Due anni al Monza in B ne chiusero la carriera di frangiflutti. Anguilla sapeva essere un'invalicabile barriera e pazienza se non segnava mai. Non era questo il suo compito, ma quanti attaccanti aveva frenato! Mai una rete aveva realizzato in 326 partite di A e 457 globali, ma quante ne aveva impedite agli avversari! Ne fece però due in una botta sola, in occasione di una gara contro il Levski Sofia nell'edizione vincente della Coppa delle Coppe 1968. Una giornata indimenticabile. Come le 2 presenze in Nazionale, entrambe contro il Messico. Avrebbero potuto essere molte di più, ma Tarcisio la Roccia Burgnich, contraltare interista e pari ruolo, lo chiudeva inesorabilmente.

Non era rimasto nel gioco del calcio finita la carriera: vari mestieri aveva affrontato e praticato, fra cui quello, per lungo tempo, di gestore di un autolavaggio. Sempre con la massima dignità e concentrazione, il culto del lavoro fatto bene come tanti della sua generazione: preciso e attento come quando doveva fermare quei pericoli pubblici con l'11 sulle spalle, quando i numeri sulle maglie non erano confusione, sfoggio o narcisismo.

Un uomo schietto, genuino, d'altri tempi, di un altro calcio, ancora in bianco e nero. Un calcio che faceva tuttavia sognare: molto più vicino alla gente di quello supermediatico, quasi virtuale, del presente.

Non aveva paura di nessuno Anguilla, guascone senza presunzione, moschettiere del Paròn Nereo Rocco – anche gli interisti lo rispettavano –, non si tirava mai indietro, non temeva alcun avversario, neppure – osiamo pensare – Giggirriva, rombo di tuono.

Il 9 gennaio 2015 Angelo ci ha lasciati. La morte non puoi fermarla. Anche se ti chiamano Anguilla e provi a sgusciare via da quelle nere e dure maglie. Lei è implacabile. Ora quel numero 2 corre nelle lande celesti. C'è da giurare che andrà in porta con il pallone fra i piedi, uno scintillio negli occhi chiari, il sorriso sulle labbra.

Ciao, Anguilla.

 

Alberto Figliolia


 
 
 
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