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Gianfranco Cercone. “Volevo nascondermi” di Giorgio Diritti
24 Agosto 2020
 

Una delle prove che un autore ha intuito in profondità un personaggio, è che quel personaggio è capace di trasformarsi nel corso del racconto, restando comunque se stesso. L’intuizione, in questo caso, coglie come un’essenza, che si ritrova identica anche negli episodi apparentemente più disparati della vita di quel personaggio, o in periodi cronologicamente distanti tra loro.

Questo principio può essere esemplificato attraverso il film Volevo nascondermi, che l’autore, Giorgio Diritti, ha dedicato alla figura del pittore Antonio Ligabue (interpretato da Elio Germano che per questo lavoro ha vinto l'Orso d'Argento al Festival di Berlino).

Affetto da tare fisiche e psichiche, si racconta che fin da giovane Ligabue è stato deriso, rifiutato, dalla comunità in cui si è trovato a vivere (nato in Svizzera, da genitori italiani, fu affidato a una famiglia adottiva). Un medico arrivò a dirgli che non aveva il diritto di esistere.

Ferito da questa tremenda condanna, nella sua sensibilità da subito molto viva, pare che Ligabue si sia chiuso in se stesso proprio come un animale che si rintana in una buca. Ma in questa profonda introversione deve avere sviluppato la facoltà dell’immaginazione; perché ecco: quando un’occasione fortunata lo fa incontrare con un pittore e scultore, nel suo studio come istintivamente riversa su un foglio, attraverso il disegno, le immagini che popolano la sua mente.

Il film di Diritti non segue attraverso un racconto continuo, lineare, il processo che gradualmente lo conduce a diventare un pittore famoso. Quello di Diritti è un racconto per frammenti, che può somigliare a un mosaico. E più che i fatti esterni, sembra interessarlo il percorso interiore, “la storia di un’anima”. E lo spettatore è come invitato a colmare le lacune del racconto, grazie all’immedesimazione nel personaggio che il racconto stesso favorisce.

Quando ritroviamo Ligabue padrone della tecnica della pittura, capace di dipingere una delle sue tele più note – quella in cui una volpe morde una gallina – ci dà l’impressione di un uomo che sia a lungo vissuto in una caverna, e che ora all’aria aperta sia come abbacinato dalla luce: dove la luce è la possibilità, finalmente, di comunicare con gli altri attraverso l’arte, di essere apprezzato, forse di essere amato. Si capisce allora che quando questo ingenuo e forsennato entusiasmo è raggelato dalla freddezza, o addirittura dalla derisione, degli abitanti, anche i più umili, dell’Emilia (Ligabue, respinto dalla Svizzera, è andato a vivere in Italia) i quali vedono le sue opere e non le comprendono, il pittore è così deluso, e di nuovo ferito, che distruggendo quelle opere vorrebbe forse distruggere lo stesso percorso che lo ha portato a manifestarsi agli altri, vorrebbe rinchiudersi di nuovo in un’impenetrabile solitudine.

Si può prevedere che questo divario tra lui e il modo è così profondo che non sarà guarito nemmeno dal successo. Certo, per qualche tempo Ligabue potrà indossare un bel cappotto, comprare quelle moto di cui è collezionista, pranzare tutti i giorni al ristorante, ma il premio per lui più ambito – poter amare quelle donne che ha sempre desiderato – resterà inattingibile, perché al momento di lanciarsi alla conquista, lo frena un timore ancestrale, che l’interpretazione di Elio Germano (che sembra trasformarsi intimamente, non solo somaticamente, nel personaggio) rende palpabile.

Del resto, un uomo così evidentemente disadattato, pronto a dissipare i suoi guadagni, tanto che morirà povero, per il buon senso degli emiliani, malgrado la sua fama, non si configura certo come un buon partito per un matrimonio.

Questa di Ligabue è anche la vicenda della persecuzione di un diverso (Ligabue sarà chiuso in un manicomio, e la sua vita in Italia rientra in parte nel periodo fascista), ma il film di Diritti aggiunge una nota ulteriore, contraddittoria. Il paesaggio emiliano con la dolcezza della sua luce, dei suoi colori, ma anche la comunità dei contadini intorno a Ligabue che sembra a momenti dotata di un senso di compassione religiosa, consolano la vicenda per tanti versi disgraziata della vita di questo artista di successo.

Si tratta di un ritratto potente, e di un film certamente da vedere.

 

Gianfranco Cercone

(Trascrizione della puntata di “Cinema e cinema”
trasmessa da Radio Radicale il 22 agosto 2020
»»
QUI la scheda audio)


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