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Gianfranco Cercone. “L’uomo fedele” di Louis Garrel
14 Aprile 2019
 

Si sa che tante volte le opere d’arte, compresi i film, derivano, sono ispirate, prima ancora che dalla realtà, da opere d’arte precedenti, assunte dall’autore a modelli ideali. L’elezione di un modello artistico non è di per sé controproducente, può risultare anzi creativa, quando l’autore riesca ad utilizzare la forma dell’opera prescelta, per immettervi un proprio, originale contenuto. In assenza del quale, l’imitazione potrà anche essere abile, ma sterile: un “esercizio di stile”.

L’attore Louis Garrel, ora anche regista al suo secondo film – che è intitolato: L’uomo fedele – ha un evidente modello cinematografico, ed è il cinema di François Truffaut, che, come è noto, è stato uno dei maestri della “nouvelle vague”, una corrente cinematografica che negli anni Sessanta ha rinnovato il cinema francese, ma anche europeo, e ha avuto risonanze mondiali.

Nell’Uomo fedele è tipica di Truffaut, ad esempio, quella voce narrante fuori campo dal ritmo rapido, quasi precipitoso, che accompagna tutto il racconto; una certa stilizzazione umoristica dei personaggi secondari; e soprattutto il tema, ripreso in particolare dal film di Truffaut: Baci rubati, e cioè gli amori di un giovane uomo, diviso tra più donne, dai momenti ora lieti ora dolorosi, senza che gli capiti mai nulla davvero di eccezionale, di tradizionalmente romanzesco.

Ma che L’uomo fedele non sia un puro calco del film di Truffaut lo dimostra subito la sua diversa tonalità sentimentale. Se in Baci rubati prevaleva la gioia di vivere – una gioia resa struggente dal senso della precarietà, della fuggevolezza della gioventù – ma comunque gioia, la tonalità dominante dell’Uomo fedele è invece plumbea, il racconto è come attraversato da una vena di pessimismo.

Non è un caso che la storia, subito dopo l’antefatto, si inauguri con la morte di un uomo ancora giovane per un misterioso arresto cardiaco – perché il cuore, come spiega un medico, può decidere senza preannunci che non valga più la pena continuare a battere; e che il racconto si concluda in un cimitero.

Ora, il pessimo non è forse popolare tra gli spettatori cinematografici, ma non è certo un difetto artistico. Nel caso del film di Garrel tale pessimismo sembra derivare da una riflessione attenta, profonda, sulle relazioni d’amore.

In un episodio del film, la donna con cui il giovane protagonista convive, gli fa una proposta non convenzionale. Poiché l’uomo è appassionatamente corteggiato da un’altra donna, ebbene: gli propone di andare qualche volta a letto con lei. Farà bene all’altra donna e forse anche a lui. Accetta perfino che l’uomo si trasferisca per qualche tempo in casa dell’altra.

Il tema dell’amore libero, della coppia aperta – che in effetti ha attraversato il cinema della “nouvelle vague” (era al centro di un altro celebre film di Truffaut, all’epoca ritenuto scandaloso, Jules e Jim, che era appunto la storia di un rapporto a tre) – può avere implicazioni idealistiche: può alludere a quella reinvenzione dell’amore auspicata dal poeta Rimbaud, al superamento delle brutture della possessività e della gelosia.

Ma se consideriamo come il tema è trattato nel film di Garrel, le implicazioni sono piuttosto ciniche, egoistiche. La proposta della donna, scopriremo, deriva da un calcolo lucido e freddo: distruggere l’amore rivale dandogli modo di sfogarsi e di esaurirsi. Il fine, insomma, è il consolidamento del possesso del suo uomo. E si sa che a volte, al gusto, o alla voluttà, del dominio, può corrispondere la voluttà di essere dominati.

Tutto ciò, beninteso, non è detto così a chiare lettere, in modo netto, nel film di Garrell. Ma è suggerito, in qualche momento, dai gesti, dalle espressioni del volto. Mentre, allo stesso tempo, i personaggi, nel comportamento, non perdono mai, o quasi mai, la misura della civiltà e dell’eleganza. Ma tutti, uomini e donne, adulti e bambini, sono attraversati dal dolore, a quanto pare inestirpabile, che viene della dipendenza dalla persona amata, che per questo, tendono un po’ tutti, ognuno a suo modo, a controllare o a imprigionare.

Ma se è vero che il film è quasi una sinfonia dolorosa, è anche vero che è spesso umoristico, di un suo originale umorismo nero (il protagonista, interpretato dallo stesso Garrel, ha l’aria di un buffo e dolce alieno); e che l’autore, grazie anche alla sceneggiatura di Jean-Claude Carrière, dimostra una notevole abilità narrativa, perché mantiene sempre vivo l’interesse dello spettatore.

Da vedere.

 

Gianfranco Cercone

(Trascrizione della puntata di “Cinema e cinema”
trasmessa da Radio Radicale il 13 aprile 2019
»»
QUI la scheda audio)


 
 
 
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