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Gordiano Lupi. Arcana (1972) di Giulio Questi
06 Dicembre 2014
 

Regia: Giulio Questi. Soggetto e Sceneggiatura. Giulio Questi, Franco Arcalli. Montaggio: Franco Arcalli. Fotografia: Dario Di Palma. Musiche: Romolo Grano, Berto Pisano. Scenografia: Francesco De Stefano. Costumi: Marilù Carteny. Produttore: Gaspare Palumbo. Interni: De Paolis. Esterni: Milano. Durata: 111’ (versione integrale). Genere: Dramma psicologico. Interpreti: Lucia Bosè, Maurizio Degli Esposti, Tina Aumont, Renato Paracchi.

 

Giulio Questi (Bergamo, 1924), un regista originale che ha sempre collaborato con il montatore Franco Arcalli, si ricorda per tre lavori: il western violento Se sei vivo spara (1967), il metaforico La morte ha fatto l’uovo (1968) e il censuratissimo Arcana (1972). Ha girato cortometraggi (By Giulio Questi, 2008) e ha fatto molta televisione: i fan lo ricordano alla regia de Il segno del comando (1989), Non aprite all’uomo nero (1994) e Il commissario Sarti (1994). Debutta come scrittore nel 2014 e vince il Premio Chiara – a novant’anni – con la raccolta di racconti Uomini e comandanti (Einaudi).

Arcana non può essere definito un horror, come capita di leggere in avventati commenti critici, dizionari e monografie. Un film maledetto, scritto e diretto da Questi e Arcalli (qualcosa di più di uno sceneggiatore-montatore), girato con stile oggi improponibile, segnato dalla cultura psichedelica del tempo, con sentori di surrealismo, contestazione post sessantotto e messaggi antiborghesi. Girato in economia ma con un buon cast che si riduce a tre ottimi interpreti principali e un discreto numero di comparse. Poco visto per colpa del fallimento del distributore, tagliato nei momenti topici più trasgressivi: il legame sadico-incestuoso madre - figlio e i rapporti sessuali Degli Esposti - Aumont. Per fortuna la Cineteca Nazionale conserva una copia originale. Roberto Cozzuol – che ci ha permesso di visionare la copia integrale – sulla pagina Facebook dedicata al “Cinema Italiano 1960 - 1980” scrive: «Il casolare che appare nelle visioni durante il rituale al suono del violino e sul cui tetto un asino viene issato con un argano è lo stesso che vediamo nel Minestrone (1981) e nel Marchese del Grillo. Si tratta del Casale della Civita nelle campagne vicino a Tarquinia (VT), lungo Strada Santo Spirito - Civita». In breve la trama, confusa e in stato di abbozzo, quasi un canovaccio-contenitore per ospitare una serie di idee dal vago sapore onirico-surrealista. Lucia Bosé è una sensitiva che dopo la morte del marito vive con il figlio (dotato di reali poteri soprannaturali) e sogna di cambiare vita sfruttando una clientela di ricchi borghesi che vogliono farsi predire il futuro e chiedono di guarire da malattie psicologiche. Il clima della pellicola è claustrofobico, anche se il figlio ci porta a vagare per le strade di una Milano anni Settanta, accompagnati dalla musica suadente di Berto Pisano e Romolo Grano (violino e pianoforte) mentre scorrono immagini di spazi erbosi periferici accanto a orrendi grattacieli. Non mancano sequenze in metropolitana, persino nei sotterranei dove era morto il padre del protagonista, per scoprire volti di persone sole, immerse nei tristi pensieri, senza desiderio di comunicare. Questi e Arcalli cercano di trasmettere il senso di alienazione dell’uomo contemporaneo, la solitudine in mezzo ai propri simili, l’angoscia che attanaglia una borghesia insoddisfatta. Una parte emblematica della storia si svolge all'ufficio postale dove il ragazzo sta in fila per riscuotere la pensione del padre, tra finti invalidi, luoghi comuni e pettegolezzi di chi inganna il tempo.

La fotografia è scura, dai toni grigi, la tensione è da cinema thriller e tocca il culmine nella sequenza che vede il ragazzo brandire un coltello, seviziare la madre, infine giacere con lei. Il rapporto torbido che lega madre - figlio è uno dei punti forti de film, reso con eleganza dal regista e interpretato con realismo dalla coppia Bosé - Degli Esposti. Messaggio antiborghese espresso dai gesti del figlio che colpisce i clienti con schiaffi e percosse, consapevole di ricoprire un ruolo importante nell’economia dello loro esistenze. Il regista riprende il vagare del personaggio con lugubri soggettive, mentre prepara un filtro d’amore per Tina Aumont (una cliente che deve sposarsi) e approfitta di lei in diverse occasioni. Molto intensa (tagliata nella copia televisiva) la parte erotica, così come è notevole l’interpretazione di Tina Aumont quando si contorce come un’indemoniata. Un’altra parte cinematograficamente perfetta vede un suonatore di violino nelle campagne che si alterna a immagini del ragazzo intento a percorrere i tetti di Milano. Notevole la metafora operai - zombi, tipica della dottrina anticapitalista, resa con alcune sequenze che vedono uomini in tuta accalcarsi ai vetri della metropolitana. Una scena inquietante – e difficilmente interpretabile – vede alcune rane uscire dalla bocca di Lucia Bosé. Non è facile rendere con realismo una simile rappresentazione metaforica. E infine l’ultima accusa al potere cieco che massacra senza pietà, con la polizia che spara alla cieca sulla folla e finisce per uccidere anche la madre del ragazzo.

Molte parti del film sono silenziose, composte di musica e immagini, secondo la lezione di Antonioni, ma sono presenti – a livello di ispirazione – anche Buñuel e Arrabal. Alberto Cavallone ha realizzato simili progetti intrisi di surrealismo e di metafore anticapitaliste con Blue movie e Spell. Musiche di Romolo Grano e Berto Pisano, usate anche per la versione italiana de La casa della paura. Un film metaforico e psicologico, dominato da un perverso rapporto madre - figlio, costruito tra intensi primi piani, evocative panoramiche di Milano e lunghi piani sequenza. Certo, non tutto è riuscito e non tutto è comprensibile, ma quel che resta al termine della visione è la sensazione di aver assistito a un genere di film irrimediabilmente scomparso dal conformista panorama italiano. Da recuperare.

 

Gordiano Lupi


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