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Federigo Tozzi: Elìa e Vannina, Da "L'amore".
cds: Maritarsi, 1986
cds: Maritarsi, 1986 
01 Maggio 2008
 

ELIA E VANNINA

 

Elìa amava la moglie più di quando se n'era innamorato; e desiderava di amarla sempre di più. Era alto e magro, con il volto a fetta, schiacciato dalle parti, con gli orecchi rossi che parevano tutti attaccati; sempre imberbe, benché avesse trent'anni. La moglie, Vannina, era in vece piacente e delicata; ma di una delicatezza sensuale. Quando escivano fuori insieme, egli la guardava continuamente; mentre ella non guardava nulla, e camminava un poco avanti a lui, come distratta.

Tornati a casa, egli le chiedeva:

Volevi passeggiare ancora?

Ma Vannina, senza rispondergli, andava dritta in camera a togliersi i guanti e il cappello. Elìa la seguiva, e le si metteva vicino, aspettando che dicesse qualche cosa. Ma ella si spogliava, per infilarsi subito la vestaglia da casa. Egli l'aiutava, le prendeva il volto, e voleva baciarle la bocca:

Ti voglio bene, sai?

Ella lo fissava come per avventarglisi addosso:

Me lo devi volere.

Una sera, mentre egli le accomodava dietro le spalle il bavero della vestaglia, ella disse:

Lasciami, perché devo riscaldare la cena. C'è rimasto d'oggi un pezzo di agnello arrosto. Ci aggiunterò l'insalata.

Vengo in cucina con te.

Vannina si mise al focolare senza aprire più bocca. Ma, quand'egli accese una sigaretta, si voltò e gli disse, con quella falsa dolcezza che fa sentire fino in fondo il proposito e l'abitudine d'imporsi a tutti i costi:

Aspetta a fumare.

Egli spense la sigaretta e le chiese scusa.

Tutte le sere devo dirti lo stesso! Perché non vai a fumare su la terrazza?

Egli ci andò; ma, quando fu per accendere un'altra volta la sigaretta, preferì buttarla via, e tornò in cucina.

Fuori, nel cielo, c'erano le stelle che bruciavano come i carboni del fornello; e, nella strada buia, si udiva parlare la gente che passava. Poi, riveniva il silenzio. Elìa, allora, quando era sicuro che sotto non c'era più nessuno, sputava; restando ad ascoltare lo sputo battere sopra il lastrico, dopo aver rasentato il lampione acceso.

Vannina guardava il marito; ma smetteva quando egli aveva voltato un'altra volta le spalle alla finestra. Elìa, quella sera, si sentiva tutto invaso dal suo sentimento; ed ella gli disse:

Bisogna che ti ricucia una tasca della giubba: ho visto che ti s'è sdrucita. Perché ti s'è sciupata?

Non so... Forse, a qualche chiodo?

Non lo sai da vero?

No: ti giuro che non lo so.

Allora, vuol dire che non te ne sei accorto, perché certo ti devi essere accostato troppo a qualche chiodo, in ufficio. Hai guardato se nel tuo ufficio c'è qualche chiodo che sporge in fuori?

Domani ci guarderò, e te lo dirò.

Bisogna che tu stia attento, perché cotesta giubba te l'ho ricucita un'altra volta.

Un mese fa, mi pare.

Pare anche a me. Vieni qua sotto il lume: guardo meglio se si è scucita o se si è strappata.

Elìa si avvicinò, prendendo in mano il pinzo della giubba dove era la tasca; e alzandolo. Ella rovesciò l'orlo della tasca, poi disse:

C'è uno strappo. Come hai fatto, Dio mio?

Egli sorrise, ma siccome la moglie era tutta agitata e tremante, e si faceva bianca in viso, si pentì d'essere andato a casa con la tasca che ella doveva ricucire.

Non so né meno se ci ho il cotone di cotesto colore.

Lo comprerai domani.

Ma io te la volevo ricucire per domani mattina, prima che tu escissi!

Mi metterò un'altra giubba!

E se ti sciupi anche quella?

Vannina lo guardò con una tale paura, ch'egli si vergognò come un ragazzo. E, allora, si sentì timido; e non osò più né meno di starle vicino. Ella stessa, quando ebbe finito di preparare la cena, dovette dirgli che si mettesse a sedere. Intanto egli, udendo passare altra gente, aveva pensato che non poteva andare alla finestra per sputare. Dette un'occhiata alle stelle, e andò a sedersi. Perché non aveva studiato astronomia?

La moglie tagliò l'agnello e fece le parti; poi condì l'insalata. Ruppe il sale tra le dita e lo sparse su le foglie; dove l'olio era restato a gocciole, senza mescolarsi con l'aceto. Si udiva la fiamma del lume a petrolio, che saliva a filo su per il tubo. Ad un tratto, da qualche finestra, buttavano una cartata di avanzi; giù ai gatti, che la razzolavano.

Elìa si sentiva così contento che non osava né meno dirlo. Ma ella, inghiottendo quel che aveva in bocca, senza finire di masticarlo, si pulì le labbra con il tovagliolo, e disse con la voce afflitta che faceva venire le lacrime a lui:

La cravatta comincia a recidersi. Te la vedranno anche gli altri che non è più nuova!

Egli cercò di guardarsela; ma se la tappava, in vece, con il mento sopra. Allora volle cavarla fuori dal panciotto e sganciarla dietro il colletto. Ella gridò:

Fermo, fermo! Hai le mani unte! Te la guarderai allo specchio.

Ma anche lo specchio non fa bene, perché è troppo distante dalla luce della finestra.

E dove vorresti tenerlo? È un'idea tua, questa! Dove vorresti tenerlo? Dimmelo. Tu hai sempre avuto voglia di ravversare la camera a modo tuo; tanto per fare lo scontento. Ma se levi lo specchio da dove è ora, dove metti il canterano? Come volti il nostro letto? Come si farebbe a passare di lì, per spolverare o per qualunque altro bisogno?

Vannina discuteva con tale sicurezza, ch'egli s'imbrogliava subito, come quando all'ufficio gli parlavano di qualche cosa troppo difficile. Ma sorrise, persuaso di aver detto una sciocchezza troppo grossa; che, prima di addormentarsi, avrebbe cercato di spiegare. Ma la moglie non sorrideva. Con tutto il viso e il collo teso verso lui, gli faceva capire che aspettava in vano una risposta ragionevole. Le si gonfiava certa carne del collo. Poi, alla fine, stanca di quello sforzo, smise.

Elìa, per togliersi d'imbarazzo, cercò di farla doventare allegra. Per solito, raccontava qualche cosa dell'ufficio, oppure si metteva a fischiettare qualche romanza dell'ultima operetta rappresentata al teatro. Gli piaceva molto fischiare a quel modo; e la moglie l'ascoltava con una serietà che mostrava quanto lo apprezzasse. Anche quella sera fischiò, e l'effetto venne; perché ella gli disse:

Ecco una cosa di cui sei bravo! Fischi così bene!

Perché ci metto tutta la mia anima. Non vedi che mi commovo?

Basta, però; perché ti fa male.

Fischierei tre ore di seguito!

E siccome, per caso, passò un ragazzo cantando, si sentì sdegnare:

Lo farei mettere in prigione. Ma non senti che sudiceria canta? Quando fischiavo io, era musica da vero!

Ma tu sei un uomo serio! Ti vuoi paragonare con un ragazzo?

Esultò che la moglie lo sapesse così subito capire; proteggendolo, quasi. Poi, le disse:

Peccato che né tu né io sappiamo suonare il pianoforte!

Allora, sottovoce, si misero a cantare insieme. Alla fine, egli l'abbracciò, guardandosela come quando se n'era innamorato. No: egli, ancora, in dieci anni di matrimonio, non aveva finito di dirle quanto l'amava! Se fosse stato poeta, come si sentiva nell'anima e come qualche suo collega d'ufficio, le avrebbe scritto un sonetto, ricopiandolo con bella calligrafia e a lettere filettate d'oro. A ogni onomastico suo, ci s'era provato; ma non gli era venuto fuori né meno una parola. Doveva contentarsi di regalarle un mazzo di fiori; e Vannina, per fargli piacere, finché non glielo dicesse lui stesso, lo teneva sempre allo stesso posto nel mezzo del canterano, anche quando perfino i gambi s'erano avvizziti e puzzavano dentro l'acqua. Egli non si doleva che la moglie fosse meno espansiva; perché, secondo lui, non stava bene che le donne facessero capire che amano: dovevano soltanto fingere di lasciarsi amare. Era certo che una donna come lei non l'aveva nessuno. Era sicuro d'aver trovato la migliore e la più onesta; e, quando ne parlava agli amici, faceva sempre ridere con le sue esagerazioni. Arrivava perfino ad assicurar questo:

Mia moglie sarebbe più brava e più intelligente del nostro capodivisione. Vedreste come filerebbe dritto il ministero!

Egli si faceva raccontare da lei stessa tutto ciò che ricordava di quando era bambina e poi giovinetta; perché voleva amarla anche prima di averla conosciuta. Glielo diceva sempre. Ma, quando ella gli rispondeva, scherzando, che prima di sposarla aveva conosciuto altre donne, la supplicava che tacesse. Diceva:

Si sa forse quel che si fa, quando non si capisce niente? Che colpa ho io se non ti conoscevo fin da ragazzo?

Ma se tu non mi avessi conosciuta mai?

Non è possibile.

E se io fossi morta quand'ero ancora giovane?

Non lo dire, perché tu vedi che effetto mi fa.

Ed ella, non per contraddirlo, ma per bisogno di ragionare logicamente, gli presentava altre difficoltà, sempre più debolmente, però: per non affliggerlo e per contentarlo. E perché era superba che egli l'amasse a quel modo.

Con il passare del tempo, egli giunse a tal punto che la moglie doveva suggerirgli qualunque cosa. Senza di lei, non pensava né meno più; e ne era tutto soddisfatto. Un cervello, in fatti, bastava per tutti e due. Si doleva soltanto che anche prima non avessero fatto così; ma anche la moglie pensava sempre di meno, contentandosi delle sue abitudini, che anch'esse, alla loro volta, diminuivano e si restringevano. La vita dei due sposi si attenuava come un dipinto che si scolora. Benché ancora abbastanza giovani, avevano ormai soltanto quegli istinti che resistono fino al giorno della morte: simili alle corde d'un istrumento che si siano allentate.

Erano diventati da vero un'unica persona, con un solo egoismo. Non vedevano che se stessi. Tra loro e il rimanente della vita, c'era una distanza sempre più vasta.

Invecchiando, quell'egoismo era indispensabile a loro quanto il respirare; quell'egoismo fatto delle loro mani, dei loro piedi, del loro stomaco, della loro bocca. Guardandosi negli occhi, ne erano affascinati sempre di più.

Elìa le aveva fatto fare, qualche diecina d'anni prima, un medaglione. Era un medaglione piuttosto piccolo, da spilla, a miniatura, incastonato in un cerchio d'oro. Era per lui la stessa cosa tanto amare la moglie quanto il medaglione. Egli aveva soltanto lo scrupolo di essere infedele ad esso o a lei. Non altro.


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