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Stefano Bardi. Parole dimenticate: La poesia di Plinio Acquabona
01 Giugno 2017
 

Quando si parla dell'Ancona poetica, sempre nella nostra mente e sulla nostra lingua ci viene a trovare la figura di Franco Scataglini, da molti considerato come l'unico vate anconetano, che sia degno di considerazioni e di onorificenze letterarie. Eppure non è così, poiché ancor meglio dello Scataglini, in Ancona c'è stato il grande poeta, drammaturgo, e scrittore Plinio Acquabona (Ancona, 1913 – 2002). Quindici anni son passati dalla sua morte, ma nessuno ormai ai giorni nostri, si ricorda più di lui. Parole le mie, che vogliono ricordare questo grande scrittore nazionale e locale, che per primo compose un'antologia dedicata alle nostre scritture marchigiane (Dieci condizioni poetiche); e che vogliono riabilitare la sua scrittura poetica.

Una poesia, quella dell'Acquabona, che sogna follemente una vita vera e compassionevole; e che a sua volta si deve basare sulla libertà, la quale quest’ultima si deve trasformare in una “libertà occulta”. Poesia come energica investigazione di una lingua poetica totale ed eloquente, che sia colma di una umana ipertensione; e che, a sua volta, dovrà essere utilizzata dal poeta anconetano come uno strumento investigativo nei confronti di una verità che obbliga l'Uomo a ricercare una “occulta libertà”. Una libertà che potrà essere raggiunta e conquistata, solo ed unicamente attraverso l'utilizzo di una lirica verginale e “linfatica”, che sappia utilizzare lessemi colmi di stregonerie, prefigurazioni, chimere, pause, e cerimoniali. Uno scopo che sarà alla fine raggiunto dall'Acquabona attraverso l'utilizzo di uno strumento comunicativo da lui molte volte usato, ovvero, attraverso l'uso del mutismo. Poesia confessionale può essere definita la sua, poiché si basa su una religiosità e una sacralità vissute, ideologizzate, e quotidianamente materializzate. Più nel dettaglio, la sua poesia si divide in tre fasi, che andrò ora ad analizzare attraverso lo studio e l'indagine delle opere, che più simboleggiano queste tre fasi liriche.

 

Una prima fase è rappresentata, dalla raccolta La libertà clandestina del 1965. In questa raccolta, il nostro caro poeta anconetano concepisce la verità come un universo demoniaco, mentre invece il mondo fisico simboleggia una chimera e una reminiscenza dell'assolutamente altro. Inoltre in quest'opera la vita è concepita, dal poeta, come un rimorso e un risentimento del cammino nascita – crescita – dipartita. Una raccolta che assomiglia molto all'arte per “frammenti” dello scultore e pittore Alberto Giacometti, poiché le liriche di quest'opera non possiedono delle membra carnali ben definite, le quali però sono visibili e leggibili solo ed unicamente attraverso lessemi e sintagmi appena accennati sulla carta. Un tema acquaboniano di vitale importanza è quello del mare, poiché secondo il poeta anconetano è su questo luogo che nasce, vive, e si conclude il fato degli uomini. Questa prima fase della poesia acquaboniana finirà con la raccolta Il punto solidale del 1977, che si basa sulla potenza della parola lanciata contro l'universo della “vocatività”. Una parola per l'appunto, che si fonda sulla trasparenza sensoriale, senza però curarsi troppo dello stile lirico; e che arresterà la raccolta su una proba ed edotta “ideologia poetica”, che si ispira alla piscatoria vulgata evangelica. Parole che prendono le sembianze di un cammino esistenziale, composto da apocalissi e lusinghe. In conclusione, in questa raccolta assistiamo a una lirica concepita come una liturgia immolatrice della parola per il riconoscimento del divino Verbo, in cui gli uomini sono solo ed unicamente delle vanesie creature che attraversano il cielo, che è concepito dall'Acquabona come l'unica strada per raggiungere il Padre Celeste.

 

Il 1981 è l’anno della seconda fase, cominciata con la raccolta L’immagine dissimile e altri poemetti, che è composta da liriche sotto forma di poemetti, dai registri e dai ritmi cantico-cerimoniali. Raccolta che vede contrapposte, la personalità contro la mutazione e l'individualismo contro la collettività, ovvero ancora, l'opera dell'Acquabona è una raccolta, che smaschera l'essere. Liriche che sono state composte dal poeta anconetano come un “atto di accusa” contro le oscure ideologie e allo stesso tempo, però, sono le custodi e le protettrici delle fiducie e delle speranze. Una seconda fase che si concluderà con le opere I Lampadari e L’identificazione del 1984 e del 1985. Raccolte in cui le liriche sono ritmate, con le stesse melodie cantico-cerimoniali delle poesie della raccolta del 1981. Insomma le liriche di questa seconda fase, insieme alle liriche della prima fase, si esprimono con un lingua composta dalla fisica e dalla mistica in cui i rimbombi di un reale comandato dal caos e dalla brumosità, sono destinati a scontrarsi con il messaggio e il sangue di questo caotico mondo, reso schiavo da un'Entità superiore. Lingua che seppur è presente sotto forma di un'ombra, risulta comunque inesistente per il lettore.

 

Una terza e ultima fase è rappresentata dalla raccolta La luce è per essere altrove del 1992. Una raccolta in cui le liriche muoiono e rinascono sotto forma di una luce dai registri ragionativi, dalle musicalità salmeggianti, e dalle fisicità matematico-teologiche. Opera, quella dell'Acquabona, che rappresenta un'esistenza sofferta come una pena e che a sua volta chiama la sua ombra, per farla rinascere. Tema prediletto di questa raccolta è per l'appunto la luce, che crea ombre irrappresentabili e senza fisionomie precise, senza tinte, e senza melodie. Un universo quello creato dalla luce, che muta in In-creato e che risorge nella sua totalità, cosmico-spaziale. Inoltre, in questa raccolta, l'Acquabona intesse un dialogo diretto con le sue liriche, alle quali chiede di abbracciare un incontenibile bagliore di vita e di dominarne i riflessi, senza però da essi farsi sopraffare. Parole e calligrafia che barcollano tra la presenza e l'assenza; la pesantezza e la vacuità; il rumore e il mutismo. In conclusione possiamo dividere questa raccolta, in due sezioni. La prima sezione è composta da liriche fisiche e intime, le quali adombrate dalla dipartita. La seconda e ultima sezione invece, è composta da liriche colme di resurrezioni e annunciazioni.

 

Stefano Bardi


 
 
 
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