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Antonia Pozzi, Ti scrivo dal mio vecchio tavolo. Lettere 1919-1938 
di Patrizia Garofalo
Gianluca Moiser,
Gianluca Moiser, 'Per Antonia Pozzi', 2015 
28 Marzo 2015
 

Antonia Pozzi

Ti scrivo dal mio vecchio tavolo. Lettere 1919-1938

A cura di Graziella Bernabò

e Onorina Dino

Con un contributo di Marco Dalla Torre
e postfazione di Tiziana Altea

Ancora, 2014, pp. 392, € 26,00

 

 

Una fine tragica, che però non annulla, neppure nel momento estremo dell’addio, l’amore di Antonia per gli altri e per il mondo, come attestano gli ultimi messaggi ai genitori, a Vittorio Sereni e a Dino Formaggio. Nel suo ‘addormentarsi’, il pensiero va a loro e alla Nena, mentre ancora affiorano immagini di una natura ridente e materna: la Grigna con i suoi rododendri, gli amati fossi e i ‘papaveri in fiore’ di Chiaravalle”. (Graziella Bernabò)

 

 

«… forse anche sul terreno petroso qualche fiore, qualche piccola felce strana. Perché la terra fiorisce quando due anime si prendono per mano e vanno in alto a guardare il mare…» (Antonia Pozzi, 13 agosto 1934)

Poche righe della poetessa, scritte nell’agosto del 1934, mi invitano a leggere le sue lettere più come raccolta poetica che come vero e proprio epistolario. Una forte tensione emotiva e altrettanta meditazione sulla vita e sulla caducità del mondo uniscono, coagulano e accrescono in un ritmo quasi ascendente, il cammino della stessa. Estrema sensibilità, sconfitte e costante ridefinizione di sé, paura e coraggio e attenzione all’essenza disegnano un cammino sempre irrorato da una luce che riverbera l’infinito e ad esso tende fino all’ultimo giorno, all’ultimo istante.

In Antonia Pozzi infatti, la vita si coniuga con la poesia insieme alla scelta consapevole della solitudine. Con molta “cura” sottolineò quest’aspetto suor Onorina Dino nel convegno che si tenne alla Statale di Milano per il settantesimo anniversario della morte di Antonia con gli stessi versi della poetessa: «… e se nessuna porta/ s’apre alla tua fatica/ se ridato/ t’è ad ogni passo il peso del tuo volto/ se è tua/ questa che è più di un dolore/ gioia di continuare sola/ nel limpido deserto dei tuoi monti/ ora accetti/ di esser poeta». Ed è sempre suor Onorina Dino a dirci nella Prefazione dell’epistolario, dell’Archivio amato dalla poetessa, delle cose che di lei ha raccolto, delle fotografie fatte incorniciare “per sottrarle all’usura del tempo” e di come tutto riporti di lei la gioia di vivere, l’amore per gli altri, per gli animali, per le piante, per il suo vecchio tavolo dal quale poesie e lettere ci parlano di una storia di vita e di morte, di dolore e d’amore. E di questo nido in cui ci rifugiamo è la stessa Antonia a scrivere alla nonna: «cara la mia Nena, siamo quassù fasciati da un impenetrabile velo di nebbia che scende…, e la pioggia continua ci culla, ci innaffia, beatamente… ma il mio studietto qui in alto, è ben riparato e, mentre gode del silenzio e della solitudine di una cella, ha pure tutta l’apparenza e il tepore di un nido».

Era giovanissima nelle prime lettere inviate alla famiglia; sfogliamo il tempo delle sue giornate, i voti a scuola, l’attesa che i suoi tornino, la nostalgia di loro che ama e amerà anche quando forti contrasti animeranno la sua relazione con il padre. E si firma «Tugnin», invia parole d’amore e di bontà e dei suoi viaggi riempirà fogli di particolari e d’emozioni. Da Sorrento scriverà alla nonna: «Qui tutto è bello di una bellezza violenta che fa persino male, che ti prostra in un’ammirazione opprimente ed angosciosamente inadeguata allo sfarzo di tutta questa natura». I suoi “taccuini di viaggio” traboccano dell’empatia di Antonia con ciò che la circonda, sono fotografie, cartoline e lettere che raccolgono e vibrano del creato e permettono di entrare nel cammino della poetessa, quasi in punta di piedi, quasi ad abbracciarla con la discrezione di non farle male. Perché, pur in un’apoteosi del mondo circostante, traluce anche il buio.

Tranne in qualche lettera alla amata Nena, Antonia evita di sottolineare ai suoi familiari la sofferenza, mai per insincerità, solo per non gravare, per non preoccupare. Scriverà a Cervi: «ora sono calma, sicura, buona,… mi sembra di essere veramente buona, ora. Sono ciò che devo essere. Questa è la norma di vita che mi sono foggiata… gioia piena e feconda mi è consacrare alla vita ed a te nella vita questa mia giovinezza che vorrà di giorno in giorno elevarsi»; nella stessa epistola continua: «io non ti ho mai parlato del mio papà, Antonello, ma è tanto tanto buono… è un’anima estremamente forte, onesta e di un’infinita rettitudine. Io ho tante colpe verso di lui: non gli ho mai voluto abbastanza bene: ne ho sempre avuto terribilmente paura… Confidenza non ne ho avuta mai… nessuno dei miei conosce la mia anima… Ma bene gliene voglio, questo sì: un bene immenso come alla mamma».

Forse è nascosta nel “sono quello che devo essere” la dicotomia del suo vivere, il vulnus insanabile di non saper rispondere alle aspettative dei genitori, dei tempi e della società, il disagio esistenziale nell’avvertire in se stessa una costante inadeguatezza. È nel suo grembo che trattiene il dolore, l’amore per il professor Cervi fin dalla tenera età, è nel suo grembo che raccoglie i miosotis che a primavera colorano l’erba vicina ai tronchi degli alberi, accanto alle radici, nel seno della terra entro cui avverte profondamente l’immanenza di una religiosità laica che tutto pervade e che sale su fino alle montagne quasi ad ascoltare il cielo.

Il suo vivere oscilla tra la percezione della luce e l’imminenza del buio e la sua scrittura sia epistolare che poetica ne connota i trasalimenti, l’ondivago smarrito cercare dentro l’anima, sua e del mondo. «Non aveva voci, neppur d’uccello, la cupa folla degli abeti: solo il mio cuore cantava al ritmo delle sue parole più tristi… all’interno, era così tesa ed immacolata la coltre che non osai imprimerla del mio passo pesante; colsi da un ramo, un ramoscello a forma di croce, lo misi tra le sbarre e venni via… Ed ecco, il mio sfiorire non mi doleva più, tanto era concorde con il mio declino lo sbiancarsi di tutte le cose». È una lettera a Tullio Gadenz e la neve che protegge le tombe dei soldati al Cimitero di San Martino appare, quasi un riscatto dall’atrocità della guerra, sudario di dolore da non violare neanche con un passo. Poi… un dire sconsolato di cui si scuserà alla fine dell’epistola, nell’affermare del suo “scolorirsi” che più non l’addolora e che ci rimanda al Leopardi di “A se stesso” nell’“infinita vanità del tutto”.

Agli amici, pochi in realtà, Antonia riserva la sua autenticità e il suo lasciarsi andare con lettere accorate, piene di vita e di reciproco forte sentire. È nell’amicizia lo spazio nel quale si sente libera di essere quella che è, vera, senza timori e sempre grata dell’ascolto confidente. Dalla lettera a Vittorio Sereni: «Caro Vitto,… non sai che cosa spietata è la convivenza quotidiana, quell’essere giorno per giorno di fronte, a misurare le proprie diversità sul metro delle piccole realtà quotidiane, come sminuzza i sentimenti, come seppellisce i concetti idealizzati… io credo e temo che una vera donna non sarò mai, che anzi, cercando malamente di esserlo, finirei col perdere la parte più vera e meno banale di me… è questo franare senz’argini che m’atterrisce e non vedo nessuna salvezza». E certamente è un’epistola da leggere e rileggere e in cui ogni volta ho colto sempre più evidente e dolorosa la consapevolezza di non poter, né in realtà voler, sostenere un ruolo codificato, un “essere conforme” pur nella convinzione angosciante di non corrispondere a coloro che la vorrebbero diversa.

Perché sono “coloro” che lei ama.

Una ragazza “semplicemente complessa” scrive Tiziana Altea nella bella Postfazione, a cui le contraddizioni dell’anima piano piano trascolorano persino i colori delle sue montagne in una vertigine d’infinito irraggiunto che pur aveva percepito, sentito e amato. Non riporterò, per concludere questa mia piccola testimonianza sulla grande poetessa, le ultime sue parole ma la vibrante voglia di vivere che tracima in una bellissima lettera a Lucia Bozzi: «quando poi parlai della mia gioia della solitudine qualcuno si stupì; chi mi capiva solo col cenno dei suoi magici occhi azzurri era Guido Rey… Color pervinca, cielo dopo la tempesta, fiaba; si pensa ai secoli di luce sepolti oltre le vette, oltre le nubi. Si resta muti a guardarli, a berli, ci si perde in un prato di prodigiosa innocenza, in un fiume di silenzio… Che gioia vedere il suo fuoco, quella notte, su dal rifugio».

Quando Marco Dalla Torre mi inviò l’epistolario accompagnato da una affettuosa lettera che gelosamente conservo, ero tornata dalla Valtellina e avevo da poco conosciuto Gianluca Moiser e la sua produzione pittorica; labirinti di luce, linee ferme ed alte che attraversano la tela, attraversamenti e percorsi che si proiettano spesso come tunnel dal quale si intravede un lontano biancore. Un’arte (lui preferisce si chiami “tentativo”) che conosce un affascinante fondersi di tonalità che sfumano dal chiarissimo al color terra, il tutto spesso percorso da guglie tese verso l’alto, quasi sempre bianche che mi hanno ricordato le montagne di Antonia Pozzi. E nello stesso modo mi hanno rimandato alla poetessa i colori della terra, dei sassi più precisamente, del loro fondersi quasi in un abbraccio con il tutto prima di precipitare.

Per questo alla presentazione del 10 aprile a Ferrara presso la casa dell’Ariosto organizzata dal poeta Angelo Andreotti (direttore dei Musei Civici della città), saranno esposti alcuni quadri di Gianluca Moiser e sarà la sua voce recitante ad entrare nel percorso di Antonia Pozzi.

 

Patrizia Garofalo


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