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Racconto di un vecchietto del ’68.
Assemblea a Trento nel
Assemblea a Trento nel '68. 
15 Giugno 2006
 

«Vecchietti del ‘68» ci apostrofò Marco Boato, oggi il parlamentare, nel 1969 un decano degli studenti.

Oggi, a 58 anni suonati, credo di meritare l’epiteto. Allora, no.

Intendiamoci! Non scrivo per lodare il tempo passato, ma per aiutare la memoria a distinguere ciò che è stato buono e può continuare ad essere utile, da ciò che è da buttar via, senza rimpianti.

La gogna mediatica funziona per lo più in modo contrario e sedimenta in tutti atteggiamenti votati a giudizi rovesci che restano poi fissati nel tempo che passa invano. Proviamo ad emendare la memoria collettiva.

Per quanto tempo l’Università di Trento del ‘68 è stata propagandata come “fucina di terroristi”? Chi si è mai alzato ad obiettare almeno un: “non esageriamo, via!?”.

Che cos’è stata invece?

 

Oggi, abbiamo il prof. Romano Prodi a presidente del Consiglio dei Ministri del Governo d’Italia. Allora nel ‘68, avevamo a Trento il prof. Prodi che ci teneva lezione di Sviluppo Economico ed entrava in aula a raccontarci della crisi petrolifera prossima ventura, che accadde effettivamente nel 1973, cinque anni dopo. I giovani, abituati alle crisi petrolifere, non troveranno affatto eccezionale che si potesse prevedere ciò che non era mai successo. Perché per loro succede da sempre. I vecchietti, invece, possono capire bene. Può servire ricordare il fatto che oggi guida l’Italia uno che nel ’68 previde che il petrolio sarebbe diventato carissimo. Chissà che non sappia tutelarci meglio di uno che tifa per i guadagni dei petrolieri (leggi Bush e amici)!

Oggi, abbiamo il prof. Francesco Alberoni come personaggio mediatico abituato a raccontare i fatti quotidiani dal Corriere della Sera. A me non piace in questo ruolo. Allora lo avemmo nel 1968 come Magnifico Rettore gestore di Università Critica, grazie al suo exploit da sociologo fatto col suo libro Statu nascenti, tradotto in una quarantina di lingue. A parer mio si tratta del contributo italiano innovativo più grande alla sociologia mondiale. Narra della società che nasce quando due s’innamorano e vivono quell’unicum che fa loro vedere il mondo in modo completamente nuovo, loro specifico che possono comunicare a tutti.

Ecco, allora io e tanti altri arrivati a Trento nel 1967 vivemmo un’esperienza fatta così. L’Università occupata perché volevamo studiare meglio. E la società ce la diede dopo un’occupazione durata mesi (e celebrata da un telegramma della Sorbona: «alla più piccola Univeristà d’Europa la più grande!»).

Di giorno, ai corsi ad ascoltare insegnanti a dare il meglio dei propri studi; la sera a studiare e confrontarci per poter criticare il giorno successivo i contenuti passatici. Immagino oggi che venissimo guardati dagli insegnanti con un po’ di irritazione e che ci fosse anche dell’impudenza nel voler dialogare su ciò che ancora non conoscevamo. Ma, tant’è: Università Critica fu studio appassionatissimo volto a digerire in fretta il cibo della scienza per poter star alla pari di chi c’imboccava.

La grande novità era la critica all’autoritarismo, la convinzione che la conoscenza era risorsa preziosa da spartire democraticamente. Numerosi quelli tra noi che si alzavano per confessare di aver fatto i bravini a scuola, magari in danno di compagni “non lasciati a copiare”. E don Milani era l’esempio di un prete che si era dato da fare, da solo, per aiutare gli esclusi.

Oggi viene raccontato come un esempio dell’utilità delle scuole private.

Durò poco Università Critica.

Dopo un anno si disse che non “dovevamo restare a vivere in un ghetto d’oro in una società di m…” e ci furono anche quelli che, in un eccesso di generosità, vollero provar a spalare la m…, in ogni modo, todo modo.

Uscirono dal ghetto e ghettizzarono Università Critica e persino i sociologi tutti.


Carlo Forin


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