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Monica Giorgi: Sfumature anarchiche in Simone Weil (parte prima)
06 Agosto 2009
 

«I miei contemporanei hanno preferito giudicarmi in mille modi diversi ma bastava semplicemente che ammettessero che l'oggetto della mia ricerca era l'umanità e l'oggetto del mio amore erano gli ultimi, i diseredati».

(Simone Weil)



Antefatto

L'opportunità di ordinare in scrittura lo studio su Simone Weil è sorta grazie all'organizzazione di un incontro tra compagni e compagne, amiche e amici del Circolo anarchico “Carlo Vanza”, avvenuto in Locarno il gennaio scorso e per dar seguito al mio desiderio di far conoscere, proprio in quel luogo, una piccola, ma per me essenziale, parte del pensiero della filosofa francese, della quale quest'anno ricorre il centenario della nascita.

La loro presenza, il loro ascolto, il loro interesse e le loro obiezioni sono state un dono prezioso che mi ha permesso di assolvere ad almeno due obblighi.

Il primo è verso il mio caro amico Paolo Finzi che ricordo di aver deluso un po' con la decisione di privilegiare, per la stesura del lavoro di tesi, lo studio e la scrittura su un'autrice - Clarice Lispector - a discapito di Simone Weil che era comunque nel mio cuore in attesa di avvicinarla. I motivi di tale rinvio stavano nella intuizione, se non proprio nella consapevolezza, di non essere capace, pronta ad affrontare una relazione di studio e di analisi con la dovuta distanza che consentisse uno scrivere mostrativo più che dimostrativo. Non intendevo svolgere un lavoro ideologico condizionato dalla stretta ricerca delle coincidenze con il pensiero anarchico. Il fatto di sentirmi troppo implicata in esso non favoriva di fatto quella indipendenza necessaria. La presa a carico di una scrittrice che mi era più estranea in questo senso mi avrebbe aiutata. E così è stato. Con notevoli guadagni per la riuscita del lavoro allora svolto, per l'avvaloramento attuale di una concezione dell'anarchia, in me al tempo ancora un po' troppo stereotipata, che invece la leggerezza acquisita nello spogliarmene, esercitandomi in altro, ha sortito. Rendendomi, credo, meno incapace di cogliere le differenze e le prospettive impreviste che sento stare all'origine di qualcosa di essenziale, di vero. Discuterne con altri/e (mi) offre la misura di quel che vado aspirando.

L'altro obbligo, evidentemente, è verso Simone Weil: obbligo immenso, insolvibile a fronte di una pensatrice a dir poco sconvolgente: per la profondità del pensiero e per il costante impegno, per l'inesauribile lavorìo di scavo tra politica e morale a partire da sé, per l'amore della verità anche quando, anzi soprattutto quando, essa tocca cose dell'altro mondo... che sembrano non stare né in cielo né in terra, fuori di lei e dentro di lei, fuori di sé in un sé di mistero. Il tutto testimoniato da una varietà di scritti, dai Quaderni alle lettere, dagli articoli improntati nell'urgenza del momento alle poesie (comprendenti un dramma, Venezia salva), fino ad una miriade di appunti, taccuini, fogli sparsi. Una simile vastità mi ha posto in una condizione per cui le dovute cesure, le scansioni, i tagli e le selezioni, per dire appena qualcosa di lei, vengono avvertite come dolorose perdite dell'altro ancora che l'esistenza e l'opera di Simone Weil rimandano.

Nadia Fusini sul quotidiano La Repubblica ha elaborato, nell'autunno scorso, un testo sulla figura della filosofa francese tra mito greco e orrore nazista. L'ha intitolato “Simone Weil la guerriera”. Di fatto, la solitudine, di cui Simone riconosce i frutti moltiplicati dell'amicizia, non l'ha mai indotta in un'esistenza appartata, nella turris eburnea cara, non di rado, a qualche “intellettuale”. Il mondo intero è la sua patria, come recita una canzone anarchica, ma è anche il mondo che si costruisce nella concretezza di relazioni vive, quotidiane. Le frequentazioni intense e non dispersive la fanno essere lì dove oppressi e vinti, deboli e prigionieri richiamano la sete di giustizia: fino alla morte che non avrebbe voluto fallire in un letto di sanatorio, ad Ashford nel Kent, come invece avvenne.

In un primo tempo avevo usato come titolo per la mia ricerca il termine “tracce”. “Sfumature” segnala, invece, un'intermittenza, avvertita durante il percorso di studio, tra il forzare l'autrice in una vicinanza troppo prossima al senso di un'ideologia anarchica scontata, il che è un controsenso in verbis oltre che nei fatti, e il vederla a distanza, in una remota vicinanza. Il problema sussiste in me per quella rischiosa immedesimazione - schiacciata sul cercare le compiacenti affinità - che non lascia partorire niente di nuovo e della quale ho accennato, all'inizio del mio discorso, essere il motivo del rimando.


Concezioni eretiche

Perché ci sia passaggio, movimento inalterato e fedele al testo occorre schivare la tentazione dell'interpretazione. Tanto più se il pulsare intermittente e sfumato ha il ritmo di un respiro vitale, che ho desiderato ritrovare nella discussione con le altre/i. Inserisco subito un'affermazione resa a posteriori: ciò che avvicina e allontana Simone Weil al pensiero anarchico è la sua indipendenza simbolica che la fa stare ovunque senza appartenere ad alcuno schieramento. È anarchica e non è anarchica; non è comunista e non è socialdemocratica; non è cristiana e lo è ad altro ed eccedente livello: con l'assunzione della figura umana-divina di Cristo in senso particolare e con la lettura del tutto originale dei movimenti del cristianesimo primitivo, espulsi come eretici dal potere temporale della chiesa. Sono elementi questi ultimi non estranei alla tradizione del pensiero e delle esperienze anarchiche. A questo proposito ricordo la posizione di Simone Weil, riscontrabile nella Lettera a un religioso, sulla possibilità di lasciarsi battezzare e di entrare nella chiesa. Simone, nel 1942, circa un anno prima di morire, a En-Calcat, dove attende nell'abbazia benedettina alle cerimonie della settimana santa, sottopone un questionario a padre Clement per valutare quella eventualità con la determinazione però di non dover rifiutare a priori alcune verità, considerate ed espulse dalla chiesa in quanto eretiche. Lei non le avrebbe mai smentite in quanto, come si esprime, «le ha dentro». Pertanto l'interlocuzione con la chiesa comporta che questa si misuri con la “vocazione” di lei. Simone riposiziona un rapporto non di mera forza ma di ordine, dove sono le verità esperienziali di chi le testimonia («Chiesa, La grande» secondo l'espressione di Margherita Porete) a dare credito parziale, e sempre contrattabile, alla “chiesa, la piccola”. Le condizioni irrinunciabili vengono poste da Simone nell'apertura della formulazione interrogativa, non sul piano incontrovertibile dei contenuti di principio. Le domande nella fattispecie di quel questionario chiedono l'ammissibilità circa:

- il rifiuto della concezione della storia conclamata dalla chiesa, sostenendo invece la possibilità di incarnazioni precedenti a quella di Cristo e la considerazione di grave errore quello che ha spinto Israele ad attribuire a Dio gli ordini di sterminio;

- l'accettazione da parte della chiesa di alcune opinioni di Marcione, ritenendo la conoscenza di Dio più diffusa in alcuni paesi non cristiani che in quelli cristiani, considerando inoltre le opere gnostiche, di mistica, i testi vedici, taoisti e tutto ciò che è scorporato dal dominio culturale delle istituzioni storiche come fonte di ricerca per la verità.

Padre Clement non le nasconde che tali opinioni sono da considerarsi eretiche. E lei non entra, sta sulla “soglia”, in quella fertile contraddizione tra ciò che è e non è, che costituisce la specificità del suo fare pensiero e del suo essere, come dice Nadia Fusini, La guerriera: una guerriera che lavora sempre su due fronti, quello simbolico e quello reale.

Il rifiuto dell'attribuzione che ha fatto del dio di Israele un dio degli eserciti, potente e sterminatore, assume un significato singolare, più di antigiudaismo che di antisemitismo, giacché l'opposizione di Simone Weil alle concezioni ebraiche avviene in ambito teologico e non razziale; tanto più singolare se si tiene presente l'origine ebraica di Simone Weil.


La cosa impalpabile

Nasce a Parigi, il 3 febbraio del 1909. Suo padre, Bernard Weil, era nato a Strasburgo nel 1872 da una famiglia di commercianti ebrei di origine alsaziana. Medico, si professava, a differenza dei suoi genitori, ateo. La madre, Salomea Reinherz, era nata a Rostov sul Don nel 1879 da una ricca e colta famiglia ebrea di origine galiziana: quando essa aveva due anni, la famiglia si trasferi' ad Anversa. Donna intelligente ed energica, presiederà con grande cura all'educazione di Simone e di suo fratello André, nato nel 1906 e distintosi come eminente matematico.

Il ritrovamento di un più ampio senso anarchico, l'ho ricevuto paradossalmente - avverbio di valore considerevole, come ho già cercato di specificare in merito allo stare weiliano sulla linea della contraddizione e del conflitto - proprio nei contorni simbolici dove meno me lo aspettavo: nell'assunzione della necessità, nella tensione verso la trascendenza, nella libertà spirituale che cresce nell'obbligo d'amore per il mondo.

Simone Weil intesse la sua filosofia, senza farne discorso sul metodo, in questa trama. «La vera filosofia non costruisce niente, appunta nei Quaderni, il suo oggetto le è dato, sono i nostri pensieri; essa ne fa solo l'inventario. Se incontra delle contraddizioni non dipende da essa sopprimerle, a rischio di mentire». Vorrei sgombrare il campo da scontati giudizi che fanno del pensiero e dell'opera di Simone Weil una sorta di rifugio intimista e di accettazione quietista. Tali apparenze insorgono quando, cercando di nominare l'innominabile e non potendone sostenere l'abissalità da cui proviene, il lavoro del simbolico sfuma in altro. La cosa impalpabile che è il simbolico - non e' l'ordine sociale, né combacia con il reale, né si riduce all'immaginario e va ben oltre il politico ristretto a luoghi deputati - insomma, quando quella cosa sfumata che è il simbolico entra in campo, la sua parola è l'antideologico per eccellenza.

È quel suo essere e non essere al contempo che mi induce a dichiarare Simone Weil più realista del re. In traduzione adeguata al contesto in cui mi trovo, è meglio dire: più anarchica di chi anarchica/o espressamente si dichiara.

Dunque: obbligo (diritto dell'altro), tensione alla trascendenza, rapporto con dio, spirito e libertà nella necessità sono istanze che fanno forse rabbrividire chi si appella alla storia libertaria e anarchica. Ma lasciate che sia Simone Weil a dispiegarle, a partire da sé come parte di sé senza assolutizzazioni, citandole una per una:

«Filosofia (compresi i problemi della conoscenza, ecc.), cosa esclusivamente in atto e in pratica. Per questo è tanto difficile scrivere al riguardo. Difficile così come un trattato di tennis o di corsa a piedi, ma in misura superiore».

«Si ritiene che il pensiero non impegni, ma esso solo impegna e la licenza di pensare racchiude ogni licenza».

«Preferisco dannarmi obbedendo al Dio, che salvarmi disobbedendoGli».

«Ci sono due modi contrari di concepire la regalità: fare del proprio idolo Dio [e questo lo riconosce come il modo presieduto dal nazionalismo, dal totalitarismo, dalla concezione del popolo eletto e dalla prescrizione iconoclasta] o fare di Dio il proprio idolo; fare del proprio desiderio la legge, o fare della legge il proprio desiderio. Dio quaggiù è destabilizzante. L'amicizia con lui non dà alcun potere [il potere di chi non ha potere] ma finché è presente nella sua verità ai pensieri degli uomini nessun potere terrestre raggiunge la stabilità».

«La libertà autentica non è definita da un rapporto tra desiderio e soddisfazione, ma da un rapporto tra pensiero e azione. Non nella impossibile quanto formale coerenza logica tra pensiero e azione, ma nella consapevolezza della loro materiale virtualità d'espressione: il pensiero è agente e l'azione dà da pensare...».

Occorre ricordare che fin quando Gustave Thibon, il filosofo e agricoltore presso il quale Simone si reca a lavorare come contadina negli anni dell'esilio a Marsiglia (1940-1942), non pubblica La pesanteur et la grace nel 1947, (pubblicazione postuma come quasi tutti gli scritti della filosofa francese, approntati sempre per interlocuzioni e studi richiesti dalle problematiche del momento), la notorietà di Weil era rimasta confinata negli ambienti sindacali e politici della sinistra, considerata un'intellettuale presente con una carica radicale in tutti i dibattiti sociali e ideologici degli anni '30. Il merito di quella pubblicazione sta nell'aver rivelato al pubblico, ma anche a quanti l'avevano frequentata da vicino, un pensiero filosofico-religioso nuovo e per molti aspetti sconcertante. A me preme sottolineare ancora una volta come il suo pensiero sia lavorato sempre su due piani: uno a carattere teologico e l'altro politico, con l'effetto di provare un'unita' di impegno che risulta trasformativa di se' e dello stato di cose presenti. In altre parole si mette in gioco nel cercare l'efficacia simbolica tra spazio pubblico e privato.

Simone Weil rappresenta un punto di riferimento privilegiato, se non addirittura originale, per la politica delle donne, che è chiamata anche politica del simbolico. La filosofa francese ha sempre trascurato, anzi rifiutato quando richiesta, di mettere a tema la donna e la sua condizione.

Di sé considera una sfortuna essere nata donna. Questa sua, per certi aspetti oscura avversione, è recuperata, in forma altra, nell'attenzione riversata agli effetti sul corpo rispetto alle pratiche di lavoro e di riflessione, effetti che hanno e sono immediatamente effetti d'anima. Come dire, stretta connessione nella vita della mente in anima e corpo. Mi sento di poter affermare che proprio l'essere andata al di là del femminismo emancipazionista, con l'assunzione della singolarità del corpo e dei corpi - anima e anime incluse - rende Simone Weil una madre simbolica del femminismo della differenza e della politica del simbolico. Per questi temi rimando al saggio di Wanda Tommasi, alla folta bibliografia in esso presente e ai molteplici scritti pubblicati dalla comunità filosofica femminile Diotima.


Due parole a immagine di un linguaggio

Vorrei spendere due parole per limitare un discorso infinito. Le due parole, alla lettera, sono: apeiron e anarché. Le ho scelte per ovvi motivi.

Nei Quaderni, l'apeiron è citato spesso insieme al suo autore, Anassimandro, filosofo presocratico ed uno dei primi fisici naturalisti. Simone Weil lo annota come spunto di riflessione ulteriore relativamente al discorso sulla scienza e la conoscenza. Lo abbina inoltre ad un contesto per certi versi spiazzante: le fiabe araucane, Fiabe de nunca acabar, ossia Fiabe che non finiscono mai. Infinite dunque, come infinito, indefinito sono alcune delle traduzioni date al termine greco. Di fatto Simone Weil, che conosce il greco antico, lo scrive in originale e lo traduce in più sensi: immateriale, caso, illimitato, Dio. Le sue traduzione avvengono non solo alla lettera, dal greco al francese e qui, malamente da parte mia, nell'italiano, ma su piani-mondi che concernono l'immagine creante realtà, come dimostrano i significanti di caso e di Dio. Sono in circolazione mondo, parola, linguaggio, realtà e qualche barlume di verità. Ciò che intriga la filosofa francese è inoltre la cosiddetta formula di Anassimandro: «Le cose che sono difatti subiscono l'una dall'altra punizione e vendetta per la loro ingiustizia, secondo il decreto del Tempo». La formula (le) sembra una dichiarazione della presenza del male, in senso ontologico e non morale, che rimanda ad un bene puro, infinito... Tanto che l'insito carattere negativo-distruttivo è impresso in termini positivi-creanti quando lei scrive: «L'apeiron di Anassimandro è la madre del Timeo, la materia pura, indifferente, specchio della giustizia. È il contrario del bene, ma non è il male; è il correlativo del bene. Il male non è il contrario del bene, come l'errore non lo è della verità». L'assunzione del conflitto è da lei riletta all'origine delle cose quando così trascrive: «Anassimandro, ingiustizia della cose. Se le cose non fossero ingiuste, ci sarebbe equilibrio, cioè immobilità. Il divenire è il male. Al contrario l'indeterminato origine e fine degli esseri, nutrice e tomba, è di per sé perfettamente puro». Sembra stia a dire che l'infinito lo si intuisce dal finito, la giustizia dall'ingiustizia, l'increato dal creato, l'immateriale dal materiale, il positivo dal negativo, il fare dal disfare, e così via?

La formula dei contrari di Anassimandro, dipanata nel lemma apeiron, si dispiega secondo Weil in «rotture compensate».

L'altra parola da spendere é anarché. Il motivo è ancora più ovvio: mostrare le sfumature anarchiche. Stando ai miei riscontri, Simone Weil la cita una sola volta come sostantivo e nell'accezione negativa di disordine: «[...] anarchia della produzione», che determina spreco, guerra, sovrapproduzione, stoccaggio, concorrenza ecc. ecc. Come aggettivo è più spesso usata e viene fissata nell'idealità, nella purezza: anarché come massima espressione dell'ordine, ricorda Eliseo Reclus. Anche Simone allude ad un'armonia atemporale, eterna e impossibile nel mondo terreno ma non meno reale, sebbene avvertita nella forma dell'irreale. Come quell'apeiron indeterminato, origine e fine degli esseri, di per sé perfettamente puro.

«Un futuro del tutto impossibile, come l'ideale degli anarchici spagnoli, è molto meno degradante, differisce molto meno dall'eterno che non un futuro possibile. Anzi, non degrada affatto se non per l'illusione di possibilità. Se è concepito come impossibile, trasporta nell'eterno. Il possibile è il luogo dell'immaginazione, e quindi della degradazione. Bisogna volere o ciò che precisamente esiste, o ciò che non può affatto essere; meglio ancora ambedue. Ciò che è e ciò che non può essere sono ambedue fuori del divenire», scrive nei Quaderni.

Apeiron e Anarché, contemplandole come meri segni, riflettono, o meglio a me fanno intuire, una incontrovertibile semiotica del mistero, al di là del loro rispettivo, seppur vagamente assonante, significato e oltre ogni conferibile significazione. I due lemmi sono articolati in radice negativa: alfa privativo in peiron e alfa privativo in arché. La ricongiunzione con il prefisso negativo, per entrambi, in-a-materia (peiron = materia) e in-a-principio (arché = principio, ordine, inizio) determina un significante del tutto sensato, un semema sufficientemente preciso da non far perdere il filo del senno, per non uscir folli: immateriale, amateriale, imprincipio, non principio, disordine. Dunque apeiron e anarché contengono nell'immateria la materia e la non-materia, ossia la materia pura, e nel non-principio il principio e il non principio, altrimenti detto increazione ab aeterno, senza inizio e senza fine.

I suggestivi logoi di affermare negando e negare affermando sono riportati nell'ermeneutica (De interpretatione) di Aristotele come le due specificazioni del discorso enunciativo. Catafatico indica l'affermazione, apofatico la negazione. Entrambi vengono in seguito utilizzati nell'ambito del discorso teologico. La teologia affermativa costruisce un discorso positivo riguardo a Dio in quanto gli attribuisce al grado sommo tutte le perfezioni appartenenti al mondo creato. La teologia negativa dichiara invece l'impossibilità di affermare alcunché di positivo su Dio. Per la teologia negativa Dio è Nulla, perché i caratteri della sua esistenza sfuggono a ogni sforzo di definizione umana. Il riferimento ad Aristotele mi serve per dire che, a ridosso dei due lemmi considerati, l'essere e il non-essere convivono in un solo essere dicibile in tono apocatafatico. Ora la teologia weiliana e l'ideale anarchico condividono un dio impotente, un concreto nulla di dio e un costrutto decreante. La linguistica ha anche un puntuale modo di definire la relazione tra i segni. La chiama relazione partecipativa. Distinguendola da quella oppositiva e funzionale...

Le due parole a immagine di linguaggio mi sembrano parlare una lingua consonantica. Dicono di un principio sottrattivo riscontrabile nella pratica dell'astensionismo anarchico; riecheggiano la pars construens nel motivo del destruens. Simone Weil coglie la doppia realtà nel Tao che è via e verità, meta e fine, azione non-agente e non-azione agente. L'immagine weiliana della creazione consiste nel mettere al mondo in gesto sottrattivo, come la madre mette al mondo la propria creatura ritraendosi. La propensione verso l'ordine ideale - per quanto impossibile - è decifrabile attraverso lo specchio rovesciato di ciò che non si è, di ciò che esiste in assenza.

La disposizione ad accogliere una porzione pur minima di infinito è ponderabile attraverso quel che manchiamo; secondo la dicitura lacaniana, amare è dare ciò che non si ha. «Dio» risponde Simone Weil a padre Perrin, l'interlocutore dell'ultima ora che in lei riconosce il dono della grazia divina «Dio si compiace dei rifiuti; pratica il recupero degli scarti».

Le due parole sono diventate un lungo discorso in cui sto rischiando di perdermi. Voglio dire semplicemente che lottare sulla base di un non starci al miraggio del potere e della delega è un lottare affermativo molto più di un'adesione irriflettuta e convenzionalmente accettata. La sottrazione è un'operazione magica (meno per meno dà più). Ciò mi sembra molto anarchico e sicuramente è (stato) molto weiliano.


Alcuni dati biografici... per dire il tipo...

Filosofa, insegnante, operaia, contadina, scrittrice, mistica, credente e miscredente, dentro le cose divine e fuori dalla chiesa, Simone Weil mi appare la singolare guerriera senza eserciti, la cui breve esistenza – muore a trentaquattro anni, il 24 agosto del 1943 - occorrerebbe misurare in base all'intensità, alla profondità con cui è stata vissuta. Si intuirebbe, forse, che i due ordini di misura sono di ordine sghembo, particolare; non coincidono affatto, nemmeno secondo una proporzionalità indiretta; trovano contatto in un punto di mistero che resta la cifra di quel mistero riflesso che compone la Vita.

Di intelligenza precoce, si laurea nel 1931 e si dedica all'insegnamento. La scoperta della condizione operaia l'avvicina ben presto al sindacalismo rivoluzionario e la spinge anche a vivere quella condizione in prima persona (1934). Nel '36 si unisce alla colonna Durruti, «come soldato, nei ranghi».

Al 1938, dopo una settimana trascorsa a Solesmes, risale l'interesse, qualcosa di più vivente di un interesse culturale, per i problemi religiosi, destinati a diventare centrali nell'ultimo scorcio della sua vita. L'attenzione ad essi rivolta non diminuisce l'impegno per quelli operai e sindacali, anzi li approfondisce e li significa sotto una diversa concezione della politica non più ristretta nei luoghi deputati dei costituiti poteri temporali.

All'arrivo dei tedeschi lascia Parigi per rifugiarsi con la famiglia a Marsiglia; nel '42 si imbarca con i genitori per l'America da dove riesce caparbiamente a ricongiungersi alla resistenza di France libre a Londra, con l'intento di essere impiegata nella lotta antinazista in azioni di sabotaggio, «preferibilmente pericolose», come da sua richiesta. L'addio ai genitori viene da Simone “giustificato” in questi termini: «Se avessi più vite ve ne dedicherei una, ma ho solo questa». A Londra redige il Progetto di una formazione di infermiere di prima linea: donne, lei compresa, disposte al sacrificio della vita per prestare i primi soccorsi ai feriti direttamente sul campo di battaglia, presenza che avrebbe dato coraggio morale, ben diverso dal fanatismo dei nazisti, ai combattenti. L'azione, che non avrebbe posto eccessivi problemi organizzativi, avrebbe avuto un'efficacia simbolica nello scenario della guerra. Il progetto fu sottoposto a De Gaulle, che però non l'approva. Si dice anche che abbia esclamato: «Ma è pazza?».

Gustave Thibon, il filosofo contadino che possiede una fattoria nell'Ardeche e presso il quale Simone svolge lavori agricoli, racconta così: «Ogni sera si sedeva su una panchina di pietra vicino alla fontana [...] e là mi leggeva a lungo Platone sostenendo, con mille spiegazioni, il mio incerto procedere di grecista. I suoi doni pedagogici erano prodigiosi: se essa sopravvalutava volentieri le possibilità di cultura di tutti gli uomini, sapeva anche mettersi al livello di chiunque per insegnargli qualsiasi cosa.

Sia nell'insegnare la regola del tre a un ragazzino ritardato sia nell'iniziarmi agli arcani della filosofia platonica, essa metteva se stessa e tentava di ottenere dal suo discepolo quella qualità di estrema attenzione che, nella sua dottrina, si identificava alla preghiera».

Simone Petrement, l'amica che scriverà la piu' completa biografia sulla Weil, la incontra per l'ultima volta a metà settembre del 1941. È colpita soprattutto dalla sua grande dolcezza e serenità: «Di una bontà più tenera, più calma, ora la sua compagnia era, più che mai, di un fascino estremo».

Alain (Emile Chartier), il filosofo maestro durante gli studi alla Normale parigina, nel commento al prezioso scritto intitolato Manifesto per la soppressione dei partiti politici, la considera «una mente di prim'ordine»; i politici di professione nei raggruppamenti della sinistra di lei dicono: «... ci chiedeva la luna...».

Padre Perrin riporta, nell'introduzione per Attesa di Dio, una serie di riscontri espressi su di lei e da lei. Un giovane operaio, suo compagno di lotta, racconta: «Simone non ha mai fatto politica. Se tutti fossero come lei, non vi sarebbero più sventurati». «Le Puy fu la sua prima cattedra», scrive Perrin, «là poté testimoniare concretamente la sua autentica comunione con la miseria altrui. Per aver diritto al sussidio di disoccupazione gli operai erano costretti a dure fatiche. Simone li vedeva, per esempio, spaccare pietre; e come loro e con loro volle maneggiare il piccone. Li accompagnò in non so quale tentativo di rivendicazione in prefettura. Giunse al punto di trattenere per sé soltanto una somma corrispondente al sussidio di disoccupazione, distribuendo il resto dello stipendio agli altri. Il giorno in cui riscuoteva lo stipendio, la porta della giovane professoressa di filosofia era assediata da una fila di suoi protetti. Più tardi spinse la sua delicatezza sino a donare largamente il suo tempo, strappato ai libri tanto amati, per giocare a carte con qualcuno di loro, per tentare di cantare con altri». L'essersi messa, in quanto richiesta dagli stessi disoccupati, alla testa di quel movimento scatena grande scandalo nella stampa conservatrice. Si fanno pressioni grossolane sulle autorità accademiche perché venga allontanata dal liceo, ma queste, anche per la solidarietà del sindacato, delle sue stesse allieve e della Lega dei diritti dell'uomo, preferiscono non intervenire con sanzioni disciplinari. Al contrario la lotta dei disoccupati ha successo. Un duro commento di Simone alla campagna di stampa promossa contro di lei in quanto insegnante e donna è espresso nell'articolo “Une survivance du regime des castes”.

In L'azzurro del cielo, Georges Bataille, intellettuale del Cercle communiste democratique, conosciuto dalla Weil nell'ambito della collaborazione alla rivista La Critique sociale, delinea una trasfigurazione di Simone Weil nel personaggio di Louise Lazare: «Era sui venticinque anni, brutta e visibilmente sporca... Il cognome, Lazare, si addiceva al suo aspetto macabro meglio del nome proprio. Era strana, anzi piuttosto ridicola... Era, in quel momento, la sola persona che mi aiutasse a sfuggire alla prostrazione... Portava abiti neri, sgraziati e macchiati.

Pareva non vedesse nulla davanti a sé, spesso urtava i tavoli passando. Senza cappello, i capelli corti, irti e spettinati le creavano ali di corvo intorno alla faccia. Aveva un gran naso di ebrea magra, la carnagione giallastra usciva da quelle ali sotto gli occhiali cerchiati d'acciaio...

Esercitava un suo fascino, e per la lucidità e per le sue idee di allucinata. Quel che mi interessava di più in lei, era l'avidità morbosa che la spingeva a dare la sua vita e il suo sangue alla causa dei diseredati. Riflettevo: dev'essere un sangue povero di vergine sporca».

In una particolare circostanza, quando è arrestata sotto l'accusa di gollismo, interrogata a lungo viene minacciata di essere gettata in carcere dove «lei, professoressa di filosofia, si sarebbe trovata a contatto con le prostitute», Simone replica: «Ho sempre desiderato conoscere quell'ambiente e l'unico modo per potervi entrare sarebbe per me proprio la prigione». A queste parole, il giudice ordina di rimetterla in libertà come una folle innocua.

Giunta a New York, ricorre a tutte le conoscenze e vecchie amicizie per farsi richiamare a Londra ed entrare nella resistenza: «Ve ne prego, fatemi venire a Londra, non lasciatemi consumare di dolore qui! ... Sono sull'orlo della disperazione». Una volta a Londra, affossato dalla Commissione per la guerra il suo progetto di essere paracadutata sul campo di battaglia nella Francia occupata, si nutre per quel poco a cui i razionamenti del periodo di guerra costringevano la popolazione francese.

Poco prima di morire, in una toccante lettera alla madre, Simone, commentando le figure dei folli nelle tragedie di Shakespeare e nella pittura di Velazquez, scrive: «Cara M., non senti l'affinità, l'analogia profonda tra questi folli e me - malgrado la Scuola Normale, l'agregation e gli elogi della mia 'intelligenza'?... Scuola, ecc., sono nel mio caso delle ironie in più. Si sa bene che una grande intelligenza è spesso paradossale, e talvolta farnetica un po'... Gli elogi della mia intelligenza hanno lo scopo di evitare la domanda 'Dice il vero o no?'. La mia reputazione d''intelligenza' è l'equivalente pratico dell'etichetta di folli di questi folli. Come preferirei la loro etichetta!»


Oltre Proudhon e Marx: confronti

Dire che Simone Weil è un'outsider rende conto solo in parte della raffinatezza e del rigore con cui la filosofa francese esprime il lavoro del pensiero. Mai dimentica il rapporto tra pensiero e azione, giacché in tal rapporto legge la “libertà autentica”. Non di una coerenza tra il pensato e l'agito si tratta; viceversa l'abbinamento indice un'analogia asimmetrica, non perfettamente coincidente l'uno sull'altra. Apre spazi dove circolano la libertà di pensare e di agire, a partire da sé, dalla propria riconosciuta parzialità che non sconfessa la parzialità dell'altro e di altro impensato. Credo che l'appellativo di “guerriera”, conferito a Simone da Nadia Fusini, trovi senso proprio in questa analogia. In altra immagine, la vedo come chi, sul filo della contraddizione, procede senza risolverne i termini, con passi di ulteriorità che nessuna rete di salvataggio sostiene.

E, di certo, non per dimostrare un compiacente coraggio che Simone mostra avere in sé, ma che è coraggio visibile solo allo sguardo dell'altro.

Filosofa dunque della contraddizione, della libertà correlata, a sua volta, alla necessità accolta quale radicamento dove operare metodicamente. In una pagina dei Quaderni, Simone annota: «Proudhon, Verhaeren... sfuggire alla necessita'? come i bambini? ma ci si perderebbe questa vita preziosa e ciò si paga con una schiavitù di altro tipo - innanzitutto di fronte alle passioni - poi di fronte alla potenza collettiva della società».

Tra i molti scritti di Proudhon, va ricordato il Sistema delle contraddizioni economiche. Filosofia della miseria. Nel titolo l'autore assume la contraddizione come leva del suo trattare. Una certa affinità tra lui e lei è riscontrabile, almeno a prima vista. Nell'introduzione a questo voluminoso testo, Alfredo Bonanno considera Proudhon essere un pensatore “contraddittorio”, non solo come giudice di una situazione contraddittoria ma anche come indagatore utilizzante un metodo contraddittorio, nella piena coscienza dei limiti del metodo stesso.

L'analisi di Proudhon sulla proprietà (Che cos'è la proprietà) scorre su due valenze: la proprietà come struttura portante del privilegio sociale; la proprietà quale cardine della resistenza degli individui e dei gruppi al dominio dello stato. La proprietà è un furto, la proprietà è la libertà. Secondo Proudhon, quel che appartiene a ciascuno non è quel che ciascuno può possedere, ma quel che ciascuno ha il «diritto di possedere; e ciò che abbiamo il diritto di possedere è ciò che basta al nostro lavoro e al nostro consumo». La soluzione proudhoniana evidenzia un margine problematico che resta inconsiderato: il nostro - di chi?, chi lo definisce?, come lo si riconosce? come lo si mette in circolo, eventualmente?...

L'approccio di Weil articola un discorso che, se inizialmente ha un'affinità, riconducibile alla struttura contraddittoria della proprietà, successivamente se ne distanzia. Il «diritto di possedere» proudhoniano è superato in questi termini: «il senso della proprietà non è un'appropriazione giuridica ma del pensiero che si appropria delle cose tra cui l'uomo spende la vita». Trascurando l'astrazione giuridica anche nella forma giusnaturalistica, Weil allude ad una necessita' obbligante agganciata al pensare e all'agire in presenza, nel qui-ora. Con l'attenzione rivolta alle condizioni di esistenza, allo stato presente delle cose.

Nell'analisi puntuale delle contraddizioni economiche, l'attenzione di Proudhon sullo stato dell'economia slitta nelle proposte organizzative di associazioni con funzione autonoma in cui il massimo di libertà individuale dovrebbe conciliarsi con il massimo di armonia sociale. Si tratta di proposte auspicabili e condivisibili, ma sono appunto auspicabili. La distanza fra la situazione di quel tempo allora presente e una situazione a venire è colmata teoricamente con uno scatto nel futuro. Il movimento simbolico di Proudhon sembra dar conto di una insostenibilità della contraddizione, percepita come qualcosa da risolvere, almeno teoricamente.

Simone Weil fa della contraddizione il luogo del pensiero pensante e agente in contesto. La sua attenzione è rivolta alle condizioni di esistenza, al regime accettabile nella realtà di quel luogo che è la fabbrica “taylorizzata”. Per lei, la necessità è il punto di appoggio d'Archimede: radicamento su cui far leva per ri-sollevarsi. In altre parole, come già accennato, la libertà trova le sue radici nella necessità.

Giugno del 1934: l'insegnante di filosofia Simone Weil chiede al Ministero un anno di congedo «per studi personali». Il 4 dicembre è assunta presso una delle officine della società Alsthom a Parigi, impiegata alla pressa.


Monica Giorgi

(da A rivista anarchica, giugno 2009,

diffuso in Nonviolenza. Femminile plurale, 6 agosto 2009)


(parte prima - segue)



Simone Weil, nata a Parigi nel 1909, allieva di Alain, fu professoressa, militante sindacale e politica della sinistra classista e libertaria, operaia di fabbrica, miliziana nella guerra di Spagna contro i fascisti, lavoratrice agricola, poi esule in America, infine a Londra impegnata a lavorare per la Resistenza. Minata da una vita di generosità, abnegazione, sofferenze, muore in Inghilterra nel 1943. Una descrizione meramente esterna come quella che precede non rende pero' conto della vita interiore della Weil (ed in particolare della svolta, o intensificazione, o meglio ancora: radicalizzazione ulteriore, seguita alle prime esperienze mistiche del 1938). Ha scritto di lei Susan Sontag: «Nessuno che ami la vita vorrebbe imitare la sua dedizione al martirio, o se l'augurerebbe per i propri figli o per qualunque altra persona cara. Tuttavia se amiamo la serietà come vita, Simone Weil ci commuove, ci dà nutrimento».

Opere di Simone Weil: tutti i volumi di Simone Weil in realtà consistono di raccolte di scritti pubblicate postume, in vita Simone Weil aveva pubblicato poco e su periodici (e sotto pseudonimo nella fase finale della sua permanenza in Francia stanti le persecuzioni antiebraiche). Tra le raccolte più importanti in edizione italiana segnaliamo: L'ombra e la grazia (Comunità, poi Rusconi), La condizione operaia (Comunità, poi Mondadori), La prima radice (Comunità, SE, Leonardo), Attesa di Dio (Rusconi), La Grecia e le intuizioni precristiane (Rusconi), Riflessioni sulle cause della libertà e dell'oppressione sociale (Adelphi), Sulla Germania totalitaria (Adelphi), Lettera a un religioso (Adelphi), Sulla guerra (Pratiche). Sono fondamentali i quattro volumi dei Quaderni, nell'edizione Adelphi curata da Giancarlo Gaeta.

Opere su Simone Weil: fondamentale è la grande biografia di Simone Petrement, La vita di Simone Weil, Adelphi, Milano 1994. Tra gli studi cfr. AA. VV., Simone Weil, la passione della verità, Morcelliana, Brescia 1985; Gabriella Fiori, Simone Weil, Garzanti, Milano 1990; Giancarlo Gaeta, Simone Weil, Edizioni cultura della pace, S. Domenico di Fiesole 1992; Jean-Marie Muller, Simone Weil. L'esigenza della nonviolenza, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1994; Angela Putino, Simone Weil e la Passione di Dio, Edb, Bologna 1997; Eadem, Simone Weil. Un'intima estraneità, Città Aperta, Troina (Enna) 2006; Maurizio Zani, Invito al pensiero di Simone Weil, Mursia, Milano 1994.


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