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Enrico Bernardini. La migrazione giapponese in Brasile 
Integrazione, isolamento e costruzione di una identità
Nave Kasatu-Maru. Fonte: DAIGO M. (2008): p. 8.
Nave Kasatu-Maru. Fonte: DAIGO M. (2008): p. 8. 
27 Ottobre 2016
 

Il contesto socio-culturale giapponese e brasiliano

La migrazione dei giapponesi in Brasile avvenne solo dopo il 1868, anno della fine dell’era Tokugawa (1603-1868)1 e dell’isolamento che caratterizzò il Paese per secoli. Con l’inizio della modernità e l’avvento dell’epoca Meiji (1868-1912) il Giappone fu attraversato da una profonda crisi economica causata da una eccessiva pressione fiscale sulla popolazione che, prevalentemente agricola, finì con impoverirsi notevolmente.

Per far fronte a questo fenomeno il Paese iniziò ad incoraggiare la migrazione dei propri connazionali che si diressero in Corea, nelle Filippine, negli Stati Uniti, in Australia, nell’allora Manciuria giapponese e, successivamente, in Brasile. Si stima che tra il 1885 e il 1923 circa mezzo milione di giapponesi lasciò la terra natia in cerca di fortuna. Inoltre, alla fine del XIX secolo nacquero nel paese asiatico diverse compagnie con il fine di incoraggiare e sostenere i migranti nel viaggio ed incentivare la creazione di insediamenti giapponesi nel mondo. La principale di queste grandi compagnie fu la Kokoku Shokumin Kaisha, presieduta nel 1906 dall’imprenditore Ryu Mizuno (Daigo, 2008). Ulteriore prova dell’avvicinamento fra Brasile e Giappone fu l’inizio ufficiale delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi, sancito con la stipula del Trattato di Amicizia, Commercio e Navigazione tra la Repubblica degli Stati Uniti del Brasile e l’Impero del Giappone, firmato a Parigi il 5 novembre 1895 (Daigo, 2008).

Il Brasile, nel corso della seconda metà del XIX secolo fu una meta privilegiata di migranti provenienti da tutto il mondo, prevalentemente per ragioni politiche, sociali e culturali.

L’emanazione delle legge del Ventre Livre nel 1871 che rendeva di fatto uomini liberi i figli degli schiavi e la successiva abolizione della schiavitù, avvenuta nel 1888 con la Legge Aurea promulgata dalla principessa imperiale Isabella (1846-1921), reggente del Brasile, posero le basi storiche e sociali per l’arrivo dei migranti. L’abolizione della schiavitù, così caldeggiata da movimenti religiosi di grande influenza come i Gesuiti, portò di fatto ad una forte migrazione dalle campagne verso le città da parte degli ex schiavi che si spostarono in massa in cerca di lavoro. Ciò causò un forte spopolamento nelle aree rurali del Paese, soprattutto al sud, e ad una conseguente enorme richiesta di manodopera (Lacombre, 1989). Questi fattori portarono moltissimi migranti in Brasile, tra cui gli italiani ed i giapponesi, i quali furono impiegati nelle grandi produzioni agricole di caffè, cacao, soia, mais, cotone e canna da zucchero, nell’allevamento di bovini, suini, capre e pecore e nelle miniere d’oro, argento e ferro, di cui è ricco il Paese.

 

L’arrivo in Brasile dei Giapponesi

La prima nave che trasportò i migranti giapponesi in Brasile fu la Kasato Maru che arrivò a Santos il 18 giugno 1908, dopo quasi due mesi di viaggio. Il cargo trasportava 781 migranti, provenienti in maggioranza dalle province di Okinawa e Kagoshima che, situate nel sud del Paese, avevano un clima favorevole che permetteva una maggior adattamento alle condizioni di vita brasiliane (Daigo, 2008).

La maggior parte dei migranti venne distribuita nelle Fazendas dello stato di San Paolo come la Fazenda Flores, la Fazenda Guatapará, la Fazenda Dumont e la Fazenda Sobrado. Come nel caso degli italiani, la situazione economica dei nuovi arrivati nel paese carioca era estremamente precaria: lavoravano moltissime ore nelle piantagioni di caffè e ricevevano un salario bassissimo, contando anche il fatto che, nella maggior parte dei casi, i migranti si erano fortemente indebitati con la Compagnia di Navigazione per poter affrontare il lungo e costoso viaggio. Immagini molto suggestive dell’arrivo in Brasile dei giapponesi e del lavoro nelle piantagioni di caffè, nonché un fedele modellino in scala della nave Kasato-Maru, sono conservate nel Museo Storico della Immigrazione giapponese in Brasile, situato a San Paolo.2

Il malcontento diffuso tra i migranti portò all’abbandono della maggior parte delle Fazendas: molti giapponesi tornarono a Santos dove riuscirono ad essere impiegati nella realizzazione delle rete ferroviaria in costruzione in quelli anni. La ferrovia aveva l’ambizione di collegare Santos con lo Stato del Mato Grosso ed i giapponesi giocarono un ruolo importante nella realizzazione di questa impresa. Molti nipponici decisero altresì di stabilirsi in modo definitivo lungo il tragitto della linea ferroviaria, dove comprarono molte terre per dedicarsi all’agricoltura e riunirsi successivamente in cooperative agricole ben organizzate. Altri coloni invece iniziarono ad insediarsi nella città di San Paolo. Non senza difficoltà, una seconda nave di giapponesi arrivò a Santos nel 1909, la Ryojun Maru, con a bordo 909 persone che furono impiegate nelle Fazendas del caffè.

I coloni pensavano di ritornare dopo qualche anno di lavoro nella loro terra natia e consideravano la migrazione un fenomeno temporaneo infatti insistettero moltissimo per la diffusione della cultura giapponese: crearono scuole all’interno delle cooperative agricole e nel 1917 erano presenti tre periodici in lingua giapponese nello stato di San Paolo (Daigo, 2008). Dopo l’arrivo della seconda ondata di coloni, il governo giapponese e brasiliano strinsero un accordo per garantire una concessione di terre gratuita, in maggioranza foreste vergini lungo la linea ferroviaria di nuova costruzione, dove i migranti iniziarono a stabilirsi autonomamente creando delle vere e proprie colonie come la Colonia Iguape e la Colonia Hirano dedicate principalmente alla coltivazione del riso e del caffè. Queste strutture erano organizzate in modo gerarchico: a capo vi era un leader che, conoscendo la lingua portoghese, aveva il compito di trattare con lo stato centrale. Altri insediamenti dell’interno legati all’arrivo dei coloni giapponesi furono: Cafelândia, Lins, Promissão, Birigüi e Araçatuba. L’antico nome di Promissão era Uetsuka, fondata dal nipponico Shuhei Uetsuka, inviato inizialmente come ambasciatore della Compagnia di Navigazione Kaisha, dedicò l’intera vita alla cura dei suoi connazionali in Brasile, tanto da essere conosciuto con lo pseudonimo di “padre dei migranti” (Daigo, 2008). Secondo l’annuario Burajiru Jihô del 1920, in Brasile erano presenti 8000 famiglie giapponesi, impiegate per la maggioranza nelle colonie agricole di riso, caffè e cotone. I nipponici, dopo la fondazione delle colonie Aliança (1924) e Tietê (1929) iniziarono a considerare il Brasile come la loro nuova casa, decidendo così di stabilirsi nel Paese. Malgrado ciò, si impegnarono moltissimo per la conservazione della lingua e delle tradizioni autoctone, costruendo diverse scuole in ogni colonia (Daigo,2008). In seguito, a partire dal 1929, ai giapponesi venne permesso di iniziare la colonizzazione dell'Amazzonia. Così si insediarono nella zona di Tomé-Açu; si stima infatti che nel 1937 erano presenti circa 2000 nipponici in Amazzonia, malgrado i diversi episodi di malaria che la comunità dovette affrontare nel corso degli anni. Il governo brasiliano conservò per molto tempo un atteggiamento ambivalente nei confronti dei giapponesi: da una parte veniva incoraggiata la migrazione, ma dall'altra gli asiatici erano fortemente criticati perché non riuscivano ad integrarsi con il resto della popolazione (Daigo,2008); sicuramente la barriera linguistica costituiva un ostacolo non da poco per l'avvicinamento tra la cultura giapponese e brasiliana. Succedeva più o meno ciò che oggi accade con le varie comunità cinesi in Italia, dove l'integrazione è scarsa se non del tutto assente nella maggior parte dei casi. Nelle città, in particolar modo a San Paolo, a partire dal 1914 i nipponici si fecero promotori di iniziative per tutelare la loro tradizione: aprirono scuole, riviste e ristoranti che servivano cucina tipica giapponese, iniziando così ad essere conosciuta nel paese carioca. Contemporaneamente videro la luce i primi negozi a conduzione familiare come tintorie, fruttivendoli ed alimentari, nonché nacquero gruppi di studio e ricerca, cinema e la letteratura giapponese divenne protagonista grazie a numerosi Haiku che furono composti dai migranti.3 Durante gli anni della seconda guerra mondiale il Giappone e il Brasile si trovarono in schieramenti opposti e il governo carioca attuò diverse misure contro i coloni come vietare la diffusione e la stampa di giornali nipponici e la limitazione della circolazione delle persone sprovviste di apposito permesso di transito. Con la fine del conflitto, alcuni gruppi all’interno della comunità si resero partecipi di atti terroristici poiché non accettavano la sconfitta giapponese; gli episodi di violenza cessarono soltanto nel 1947 (Daigo, 2008). In seguito la situazione si stabilizzò, anche grazie all’arrivo di nuove ondate migratorie provenienti da altri paesi asiatici come Corea e Cina.

 

Il nikkeijin, apolide in Giappone, giapponese in Brasile

Il termine nikkeijin è utilizzato per indicare i giapponesi e i loro discendenti residenti all’estero. La visione tradizionale, di stampo nazionalista, si riflette anche nella lingua infatti i nipponici si definiscono nihonjin (persona del Giappone) proprio per legare la loro identità con il territorio del Paese e per differenziarsi da coloro i quali hanno lasciato la terra natia. Da questa visione si può dedurre che un migrante perda lo status di giapponese nel momento in cui desideri oltrepassare i confini dello Stato e si metta in viaggio in cerca di fortuna (Fulco, 2007).

Nei primi anni 80, dopo il crollo della dittatura militare in Brasile, lo Stato fu attraversato da una profonda inflazione e dalla crisi economica che portò ad un ritorno di molti nikkeijin in Giappone. I discendenti ebbero non pochi problemi nell’integrazione con la società giapponese perché gli asiatici riconoscevano la loro identità legata al sangue e alla cultura. Perciò i migranti affrontarono diverse problematiche per la loro scarsa conoscenza della cultura e delle tradizioni giapponesi che compromisero l’inserimento nella comunità nipponica. A ciò si aggiunge il fatto che “il migrante”, in un contesto nazionalista come quello giapponese, veniva socialmente discriminato perché era accusato di aver abbandonato il proprio Paese nel momento del maggior bisogno. Tutti questi fattori causarono la frammentazione dell’identità del nikkeijin perché veniva visto come straniero, sia nella terra dei suoi antenati, sia in Brasile. Ma se, nel paese carioca, le caratteristiche culturali e la loro peculiarità, nonché il raggiungimento nel tempo di uno status sociale medio-alto, venivano generalmente apprezzati, in Giappone divennero una minoranza etnica ai margini della collettività. Il sentimento diffuso di essere un popolo senza patria portò i giappo-brasiliani ad esaltare sempre più la loro brasilianità in Giappone, molto più di quanto non avessero mai fatto il Brasile. Iniziarono a vestirsi in modo “colorato”, a parlare tra loro il portoghese e ad esibirsi in sfilate a ritmo di samba, da sempre patrimonio culturale del Brasile. Questo causò un maggiore riconoscimento da parte della collettività della particolarità etnica e culturale dei nikkeijin e della loro impossibilità di concepire se stessi né come giapponesi né come brasiliani. Utilizzando una categoria cara all’antropologia culturale contemporanea, essi costituiscono una comunità “meticcia”, mista, non definita, ma non per questo negativa o di poca importanza, ma bensì portatrice di peculiarità, di differenze e quindi di maggiori opportunità di arricchimento culturale.4

In Brasile, attualmente, i discendenti dei migranti giapponesi risiedono in maggioranza della città di San Paolo e, a differenza dei loro avi, utilizzano la lingua portoghese nella vita di tutti i giorni. Nella seconda metà del XX secolo grazie agli asiatici si diffuse tra i brasiliani la cultura giapponese: molti sono gli appassionati di anime,5 manga6 e cucina nipponica, soprattutto tra le giovani generazioni, in Brasile come nel resto del mondo. Il quartiere di riferimento della comunità asiatica è il Bairro da Liberdade (ora chiamato Bairro Oriental): inizialmente abitato da soli giapponesi, nel corso degli anni divenne il punto di riferimento di tutti gli asiatici residenti nella città di San Paolo. Infine, le manifestazioni culturali e sportive più conosciute legate alla comunidade nikkei sono la danza folcloristica Soran, i tamburi giapponesi Taiko, il Karaoke, amatissimo dai nipponici, nonché l’introduzione del gateball7 nel paese carioca (Daigo, 2008).

 

Bibliografia:

BARBA B. (2004), Brasil Meticcio. Iemanjá, Caetano e il cannibale che ci salverà, Il Segnalibro, Torino.

BARBA B. (2015), Meticcio. L'opportunità della differenza, Effequ, Orbetello.

DAIGO M. (2008), Pequena História da Imigração Japonesa no Brasil, Gráfica Paulos, São Paulo.

DE CARVALHO D. (2003), Migrants and Identity in Japan and Brazil – The Nikkeijin, Taylor & Francis e-Library, London.

HANDA T. (1987), O imigrante japonês. História de sua vida no Brasil, T.A. Queiroz , São Paulo.

LACOMBRE L.L. (1989), Isabel, a princesa redentora, Instituto Histórico de Petrópolis.

NAKAMURA H. (1988), Ipe e Sakura (em busca da identidade), Joao Scortecci Editora, São Paulo.

 

Sitografia:

FULCO F. (2007), I Nikkeijin tra Brasile e Giappone. La testimonianza e la memoria nella costruzione di un'identità transnazionale”. Kúmá.

Dizionario Garzanti.

World Gateball Union.

Museo Storico della Immigrazione giapponese in Brasile.

Enciclopedia Treccani.

Wikipedia, l’Enciclopedia libera.

 

Enrico Bernardini

 

 

1 L’era Tokugawa (1603-1868) è chiamata anche Edo perché avvenne lo spostamento della capitale imperiale da Kyoto a Edo, antico nome dell’odierna Tokyo. Inoltre il periodo storico è caratterizzato dal dominio politico e militare della famiglia Tokugawa che riuscì ad assicurarsi il potere grazie alla successione del titolo di shogun tra i suoi membri nell’intero arco di tempo. Durante l’Epoca Edo il Giappone attuò una politica di isolamento nei confronti nel mondo esterno e dell’Occidente, infatti furono duramente perseguitati tutti gli stranieri ed, in particolar modo, i Cristiani che si erano diretti in Giappone al fine di evangelizzare i nipponici. (Fonte: Wikipedia)

2 Le fotografie sono liberamente consultabili nel sito web del Museo.

3 Gli Haiku sono componimenti brevi, caratteristici della poesia tradizionale giapponese, formati generalmente da tre versi e trattano principalmente temi riguardanti la natura. Conobbero un grande sviluppo nell'era Tokugawa (1603-1868) grazie a poeti come Basho Matsuo (1644-1694) e la loro struttura influenzò la poesia occidentale nel XX secolo, come nel caso dell'Ermetismo di Giuseppe Ungaretti. (Fonte: Treccani)

4 Per un approfondimento sul tema del meticciato in Antropologia culturale, si veda: BARBA B. (2015), Meticcio. L'opportunità della differenza, Effequ, Orbetello e BARBA B. (2004), Brasil Meticcio. Iemanjá, Caetano e il cannibale che ci salverà, Il Segnalibro, Torino.

5 Film di animazione, cortometraggi o cartoni di produzione giapponese. (Fonte: Garzanti Linguistica)

6 Storie a fumetti tradizionali giapponesi. (Fonte: Treccani)

7 Sport altamente strategico simile al croquet, fu inventato in Giappone da Suzuki Kazunobu in 1947. (Fonti: Wikipedia e World Gateball Union)


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