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Manuale Tellus
François Villon, La ballata degli impiccati. Vita.
Ritratto di fantasia di Villon
Ritratto di fantasia di Villon 
13 Luglio 2006
 
Poeta, ladro e vagabondo francese che visse per lungo tempo come un bandito. Arrestato per episodi di malavita, fino a essere condannato a morte, fu sempre rilasciato e poi nuovamente catturato e imprigionato.
In carcere scrisse le sue opere maggiori. Per il valore dei suoi versi - e principalmente per il suo capolavoro poetico, i poemi raccolti nei Testamenti - è ritenuto uno dei precursori della corrente letteraria dei Maudits, i poeti maledetti. Nelle parole di Charles-Augustin Sainte-Beuve, uno dei maggiori critici letterari dell''800, Villon va considerato come «l'anello più lontano cui i poeti francesi moderni si possono riallacciare in maniera più agevole».
 
Secondo alcuni critici, dalla sua poesia viene fatta derivare la forma della villanella da cui sarebbe venuta successivamente la canzone napoletana di ambientazione agreste. Pressoché sconosciuto al tempo in cui visse, Villon ebbe notorietà solo a partire dal XVI secolo quando le sue opere furono recuperate e pubblicate da Clément Marot. Il famoso verso «Mais ou sont les neiges d'antan?» («Dove sono le nevi di un tempo?») è forse uno fra i più tradotti e citati della letteratura.
Della giovinezza e della vita di Villon, nonostante la voluminosa biografia pubblicata nel 1982 da Jean Favier, non si sa in definitiva molto, eccetto che nacque a Parigi da umile famiglia, probabilmente lo stesso anno di Vlad III, il conte Dracula. E questa nota vale per chi si interessa di coincidenze legate ai personaggi della storia e della letteratura.
Anche il suo vero nome è controverso: fra i vari che gli sono stati attribuiti, i più attendibili sono quelli di François de Montcorbier o François des Loges; nella storia della poesia però è rimasto con il nome di Villon, che con un gioco di parole potrebbe far riferimento al furetto, dando così già una chiave di lettura del personaggio. Analogamente al nome, anche la stessa data di nascita (1461 o 1462) è dibattuta; quella di morte, poi, è addirittura sconosciuta poiché da un certo punto in avanti non si hanno notizie certe sulla sua vita.
Le schegge biografiche che abbiamo sono le seguenti:
Nasce forse nel 1431 - dal 1463 in avanti non abbiamo più notizie.
Orfano di padre, fu affidato dalla madre - per la quale avrebbe poi scritto una delle sue più famose ballate - ad un benefattore, Guillaume de Villon, canonico e cappellano di Saint-Benoît-le-Bétourné, che lo mandò a studiare ventenne o giù di lì alla Facoltà delle arti di Parigi. Raggiunto il diploma nel 1452, il giovane Villon abbandona gli studi preferendo affrontare l'avventura per vivere come un bohèmien ante literam. Erano gli anni successivi alla guerra dei cento anni, colmi di brutalità e di epidemie.
Il 5 giugno 1455 avviene l'episodio che gli cambia la vita e che è storicamente provato: mentre passeggia in compagnia di un prete di nome Giles e di una ragazza chiamata Isabeau, incontra nella rue Saint-Jacques un bretone, Jean le Hardi, maestro d'arte, in compagnia a sua volta di un religioso, tale Philippe Chermoye o Sermoise o Sermaise; scoppia una rissa, non si sa per quale motivo, nella quale Chermoye rimane ferito mortalmente. Accusato dell'uccisione del religioso, Villon è costretto a lasciare Parigi.
Catturato, viene rilasciato nel gennaio 1456; ha circa venticinque anni (come testimoniano documenti ufficiali) e - se non bastasse - un alias in più, quello di Michel Mouton. Passerà i cinque anni successivi peregrinando, non senza altre disavventure, lungo la Valle della Loira fino a raggiungere Angers dove viveva un suo zio monaco.
Prima di lasciare Parigi compose quanto ora è conosciuto come Petite testament (“Piccolo testamento”) o Le Lais (“Lascito”), opera che mostra parte della profonda amarezza e rammarico per il tempo sciupato (e che è riscontrabile anche nel suo lavoro successivo, Le grand testament, “Il grande testamento”). In realtà i veri guai per Villon erano soltanto all'inizio.
Nel 1458 in base alla spiata di un complice, Guy Tabarie, viene incriminato per una rapina compiuta due anni prima nella cappella del collegio di Navarre. Villon è costretto a darsi ancora una volta alla fuga e a trovare rifugio e protezione grazie a nobili amici che non sappiamo né come né dove li abbia conosciuti.
Arrestato nuovamente nell'estate del 1461 per ordine del vescovo Thibault d'Aussigny a Meung-sur-Loire, per un altro furto in una chiesa, è amnistiato e rimesso in libertà il 2 ottobre dello stesso anno. Rientrato a Parigi, non fa a tempo a scrivere Il testamento che incappa ancora (1462) nelle maglie della giustizia, sempre a causa di furti e risse. Sarà torturato, processato e condannato, ma il giudizio verrà annullato il 5 gennaio del 1463. Bandito dai giudici, Villon farà da allora perdere ogni sua traccia.
 
La poesia di Villon
Il poeta bandito ha rinnovato tanto la forma poetica del suo tempo quanto - e forse ancor maggiormente - i suoi temi. Ha cantato le donne di Parigi e quelle del tempo andato, inclusa la Grosse Margot; ha riconosciuto il valore dell'amicizia e pregato inginocchiato davanti a Notre-Dame: acuto osservatore e profondo conoscitore della cultura e dello spirito medievale, con una sorta di controtempo ritmico e sincopato ha stravolto i valori (e le regole) dell'«ideal cortese» fino ad allora in uso ponendoli in burla con audaci innovazioni del linguaggio.
Nonostante la parvenza baldanzosa e il suo fare scanzonato, i suoi versi sono spesso contrassegnati da tristezza e rimpianto: Il grande testamento è considerato il suo capolavoro e completa il Lascito (o "Piccolo testamento"). Nel Grande testamento, lungo poema iniziato a scrivere nel 1462 in forma autobiografica in duemilaventitré versi suddivisi in centottantasei stanze alternate a tre rondeaux e sedici ballate - traspare l'angoscia per la morte che Villon sente prossima dopo la condanna che gli è stata sentenziata contro; con singolare quanto suggestiva ambiguità, il poeta ricorre ad misto di riflessioni esistenziali, invettive e fervori religiosi, usando accenti sinceramente patetici e assolutamente innovativi per l'epoca.
 
OPERE PRINCIPALI
Piccolo testamento (Le lais o Petit testament - 1456)
Grande testamento (Le testament o Le grand testament - 1461)
La ballata degli impiccati (Ballade des pendus o L'épitaphe Villon, L'epitaffio di Villon - pubblicato postumo nel 1489)
La ballata del buon consiglio (Ballade du bon conseil)
 
LINK UTILI
La Société François Villon fornisce le versioni originali degli scritti di Villon
Le grand testament (in francese) e altri versi
La canzone d'autore Villon e la musica di Georges Brassens e Fabrizio De André
 
 
 
L’epitaphe Villon
(Ballade des pendus)
 
Freres humains qui après nous vivez,
N’ayez les cuers contre nous endurcis,
Car, se pitié de nous povrez avez,
Dieu en aura plus tost de vous mercis.
Vous nous voiez cy attachez cinq, six:
Quant de la chair, que trop avons nourrie,
Elle est pieça devorée et pourrie,
Et nous, les os, devenons cendre et pouldre.
De nostre mal perenne ne s’en rie;
Mais priez Dieu que tous nous vueille absouldre!
 
Se freres vous clamons, pas n’en devez
Avoir desdaing, quoy que fusmes occis
Par justice. Toutefois, vous sçavez
Que tous hommes n’ont pas bon sens rassis;
Excusez nous, puis que sommes transsis,
Envers le fils de la Vierge Marie,
Que sa grace ne soit pour nous tarie,
Nous preservant de l’infernale fouldre.
Nous sommes mors, ame ne nous harie;
Mais priez Dieu que tous nous vueille absouldre!
 
La pluye nous a debuez et lavez,
Et le soleil dessechiez et noircis;
Pies, corbeaulx, nous ont les yeux cavez,
Et arrachié le barbe et les sourcis.
 
Jamais nul temps nous ne sommes assis;
Puis ça, puis la, comme le vent varie,
A son plaisir sans cesser nous charie,
Plus becquetez d’oiseaulx que dez a couldre.
Ne soiez donc de nostre confrairie;
Mais priez Dieu que tous nous vueille absouldre!
 
Prince Jhesus qui sur tous a maistrie,
Garde qu’Enfer n’ait de nous seigneurie:
A luy n’ayons que faire ne que souldre.
Hommes, icy n’a point de mocquerie;
Mais priez Dieu que tous nous vueille absouldre!
 
Francois Villon (Parigi 1431- ?)
 
 
L’epitaffio di Villon
(Ballata degli impiccati)
 
Uomini fratelli che ancora vivete, non abbiate cuore di pietra, perché se pietà verso noi poveretti mostrerete una maggiore grazia di Dio a voi verrà. In numero di cinque, in numero di sei, qui impiccati potete vederci; e quella carne che un tempo troppo nutrimmo, da giorni è stata divorata imputridendosi, e noi, ora, siamo ossa e saremo presto cenere e polvere. Della sventura nostra non ridete, pregate Iddio invece perché possa assolverci.
 
Non dovete sdegnare le nostre parole mentre vi chiamiamo fratelli, anche se il boia ci mise a morte terribile: voi comprendete che gli uomini hanno poco sale in zucca; dunque per noi, poiché morimmo, intercedete presso il figlio di Maria Vergine, Gesù, tanto che la sua grazia possa calmarci la sete, e ci eviti la folgore nera. Siamo morti, uomini, non ci sfregiate di più; pregate Iddio perché possa assolverci!
 
La pioggia ha lavato e lisciviato i nostri corpi, e il sole resi secchi e abbruniti; corvi e punte delle lance gli occhi ci hanno cavati, e dai crani ciglia e capelli ci vennero strappati.
 
Non stiamo mai immobili un solo attimo; e di qui e di là ci sospinge il vento, senza requie balliamo nei suoi soffi; e sembriamo ditali di sarte dai becchi crivellati. State distanti uomini dai peccati che noi commettemmo, pregate Iddio perché possa assolverci!
 
O Signore di tutto il creato, Gesù che eterno duri, concedi che l’inferno non ci ingoi in suo possesso: tra quello e noi fa che non ci sia contatto. Uomini fratelli, qui su noi impiccati non c’è da scherzare o da prendere in giro; pregate invece Iddio perché possa assolverci!
 
 
Traduzione (in prosa poetica) dal francese
di Claudio Di Scalzo, 2003

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Dir. responsabile Enea Sansi - Reg. Trib. Sondrio n. 208 del 21/12/1989 - R.O.C. N. 7205 I. 5510 - ISSN 1124-1276