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Dall'indice di Tellus
Elio Tavilla: "Pascal, notte". Da Tellus 16: "Il pensiero selvatico", 1996
03 Giugno 2008
 

Elio Tavilla: Pascal, Notte

 

 

1.

 

Che se congiungono gli occhi, sai, tiene

ferma una porzione d'alba fatta

a scapito di te, rosa mediana, certa

sensibile e sublunare cosa. Cosa?

E’ inerme, irraggiungibile sfumata

periferia del moto proprio a volte

sacrificata a filo di perduta ricorrente.

 

 

2.

 

Dismesso cortile tra sterpi  

ed amorosi sensi, nullità che spende

le sue armi migliori tra grandi

ricoverate messi come niente

resuscitate e vinte. Porto Reale, qui ti vedo

e mentre si semplifica, regredisce e fosse

definibile vivrebbe.

 

 

3.

 

Cuore, sede di corone e spine

che ti fai splendore ed ombra e cosa

irredimibile, velata e disvelata

inattuata stella dell’arbitrio

cieco, chi chiede e chi risponde

a quale voce? Sogno

di defluire in argentata larva

e lì negare, sempre, un volo.

 

 

4.

 

lo non so. E con questo dico

quello che destava il più marino

degli affanni nelle sensate rive

di ponente. lo non so e tu che cresci

tra i roveti - sono croci, elmi

segni di battaglia, soprassalti.

 

 

5.

 

Scienza, vetro ammassato alle porte

di casa estrema. Dai giri d'elica

delle mie opposizioni alle tue

congiunte - segue sera, oggi

dì di novembre, in un quadro còlto

in segno di blu totale.

 

 

6.

Io uomo che vedo la mia povertà

ergersi nei campi bassi di cicoria

e là significare fuoco e fiamme

come piena mutazione di natura,

ragione degli effetti delineati in vera

contrapposizione dell’umano e poi di quanto

si verifica in un centro di coscienza,

vuoto, plurimo, abissale.

 

 

7.

Macchina, infinito-niente che congiunge

un letto di fioriti aromi e nulla

in geometrica distanza mi decide

al che prende e, se separa, nulla

di più flebile nel mondo inanimato,

bestia dedicata ad un legame, tutto

annoverato in gesti di misericordia.

 

 

8.

 

Un insetto macchia i vetri opachi

della Francia. Croce mistica e supina

allargata tra le acque fluorescenti

dei fiumi, sommario inaccessibile

dei miei peccati che sbandierano

nel vento un bagliore di male intesi

archi, nidi di parole premute al marmo

e qui teneramente ricacciate.

 

 

9.

 

Occhio per occbio, dente affondato

sui tessuti, i fieri corpi trasudati

che sempre mi rivela un’ansia come

un universo mondo esalato

in due parole estreme di malato: Dio,

Mio. Guardie, tenacissima stagione

in cma a un anno inarrestabile e quanto

di più notturno nella notte che si schiera

in abiti di fuoco e che s’infiamma.

 

 

10.

 

 

Immagino che terre, a volte sconfinate

larvate di creature che si sfanno nel profondo

della melma… Oggi che non posso

dedicare a un suono, ai gesti incontrastati

braccia rituffate dentro al cosmo quasi

fossero tempesta e perdizione - oggi

sono un punto astronomico segnato

da un passaggio invalicabile di vita…

 

 

11.

 

Le mancanze della sera, a settentrione

sulla carreggiata che da un misero tugurio

di paglia e fango porta alla matrice rosa

sulle rive dell’Allier. Dice  che mi ama

e questo basta.  Soldati che battezzano la pietra

dei campi annichiliti nella pioggia, cento

e più coltelli balenanti sopra un chiaro lembo

di regione zuppa di vapore nelle prime ore

dei mattini. Vado, vai così

nella povertà tutta interiore dei viandanti.

 

 

 

12.

 

Se c’è continuità, muschio alle pareti

catene di una piccola città

da  levante  a occidente solcata da una fitta

serie di folate, ombre andate

ad ingrossare i muri secchi delle parti

più isolate delle corti, se si accende

un fuoco fatuo, se si muove nella sera

senza a nulla rimandare una deriva

di sentore di lavanda come a dimostrare

una chiarità diffusa, bagaglio sensitivo

di cielo e terra profusi nel profondo

selenico che decide se morire.

 

 

13.

 

Chi, dove - la congiunzione astrale

dei nostri corpi ai tuoi, ai nove punti

del cielo cardinale di questa, ogni notte.

Come quando - le luci presto spente

a un davanzale di scaglie luminose

proiettate a questo interno di coscienza

abbarbicato a sé, a te che ti riprendi

un carico d’ultima ombra ora che

la devi far risplendere.

 

 

14.

La lunga sequela del colpi, come

zoccoli d'argento e cotone, svaniti

nel baleno che si carica di stoppie fu­manti,

pudore dei lumi consumati nei fienili.

Restiamo accesi,

sediamo nella nota la portala a

mente una vita, due vite, tutto un

giro d’anni per dire “vissuti a lungo”

oppure un calice veduto alzarsi con

la coerenza candida di Cristo

che sarà sorto dalle nebbie in un amore

come d'incarno squarciato...

 

                                              da Tellus 16: "Il pensiero selvatico", 1996

 

 

   

Elio Tavilla

Ha pubblicato 24 poesie (edizione privata, Messina 1980), Il cubo e l’assenza, con prefazione di Maria Luisa Spaziani (Premio internazionale per l’inedito Eugenio Montale 1983; Società di Poesia, Milano 1984), Concetti semplici, con prefazione di Rosita Copioli (Prova d’Autore, Catania 1989; finalista al Premio Alfonso Gatto 1989), Piccola antologia (I Quaderni di Rossopietra, Modena 1990), Fiori & Configurazioni, con postfazione di Salvatore Jemma (Quaderni del Masaorita, Bologna 1996, 100 copie numerate a mano), L’amore di due, con postfazione di Alberto Bertoni (Book Editore, Castel Maggiore 1999; Premio Dario Bellezza 2000; finalista al Premio San Pellegrino Terme 2000), La cometa, con nota introduttiva di Giampiero Neri e postfazione di Emilio Rentocchini (Gallo&Calzati editori, San Giovanni Persiceto 2005; Premio Sandro Penna 2005).

È stato fondatore e redattore della rivista Gli immediati dintorni. Rassegna di poesia contemporanea, di Frontiera. Rivista di scritture contemporanee e di Radio Frontiera. Audiorivista di voci e scritture.


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