Giampiero Neri ha avuto un affettuoso rapporto con Tellus mediato da Daniela Marcheschi, sua maggiore studiosa. Correva l’anno 1991, Neri donò alla rivista due poesie che poi sarebbero confluite nelle sue successive raccolte. Versi quantomai adatti per un numero monografico sulle “Poetiche dell’abitare”. Il breve saggio della Marcheschi, mai più ristampato che qui è a disposizione dei critici che vogliono o stanno confrontandosi con l’opera del maestro, è emblematico delle capacità ermeneutiche della studiosa lucchese. In tempi in cui Neri viene giustamente divulgato anche da preziose biografie, è vanto della rivista da me diretta aver ospitato il poeta in anni in cui non c’erano i riflettori accesi sul suo dettato poetico.
“Senza titolo”
I.
Della piccola cima o collina
dentro il perimetro del paese
l’architetto Terragni aveva fatto un monumento
ai caduti in guerra.
Fiancheggiata dagli alberi
una scalinata saliva
verso una tribuna di pietra.
II.
Non si trattava di cavalli e cavalieri
ma di un vero e proprio tribunale.
Si era formato un processo
di tipo giacobino
in quel periodo di tempo.
Qualcuno si era voltato
a guardare verso la fine.
III.
Nel prato vicino alla tipografia
davanti all’ufficio postale
era stata messa una giostra,
un tiro a segno di colore rosso.
Si notavano allora persone
mai viste prima
che si affrettavano ostili.
IV.
Nell’oscura circostanza
tornava da quel ridotto di amici
nel gennaio del ‘36.
Per comune testimonianza
il corpo era riverso
il capo fra la base del letto e il comodino,
sembrava una morte provocata.
Un’ombra, alla fine.
Cartolina del Canton ticino.
Novembre, 1943.
Dalla strada
che scendeva al lago
si guardava il paesaggio oltreconfine
nella sua quieta immobilità.
In quella lontananza
la frontiera sembrava scomparire,
trascorreva la linea dei monti
nella pacifica Confederazione.
Quella di Giampiero Neri (nato a Erba nel 1927) è una poesia di luoghi mai disgiunti dalla storia, cosicché anche la memoria ad essi coniugata è sempre alimentata dal sentimento misurato - ma quanto vigile - dell’orrore che abita e che ha abitato gli uni e l’altra. Allora la ”pacifica Confederazione”, ciò che si legge con una valenza di leggera ironia a chiusura di uno dei testi qui presentati, può essere, come è, terra di confine tanto prossima al proprio paese quanto tuttavia da quest’ultimo sembra distante la pace, la sospensione della cieca violenza degli uomini: si noti pure la data “Novembre, 1943.”
Da L’aspetto occidentale del vestito (Guanda 1976) a Liceo (Acquario-Guanda 1986) all’imminente Dallo stesso luogo (Coliseurn 1991) il “luogo” di Neri è così il mito ambivalente ed ossessivo, da un lato, di una tellus a cui è giocoforza tornare senza tregua, giacché appare sede di una brutale e inestirpabile opera perversa dell’uomo; e, dall’altro, di un’utopia che e appunto la “terra che non è”: avvertita come tale, dunque nemmeno vagheggiata. disegnata per consolazioni belle pero inutili. Da qui l’inconsueto pathos di Neri, il senso etico del fare versi come testimonianza rigorosa e ostinata di tutto ciò che, destinato a soccombere nel ventre ingordo del tempo, può comunque sfuggirgli per una strana, inattesa dimenticanza: ma a ribadirne l’ottusa legge di sopraffazione e distruzione. Dare notizia di una cosa, anche la più insignificante (una cartolina ad esempio) e di una vita - umana, animale etc. -, informarne con stile sobrio e altamente meditativo: questi gli intenti di un lavoro caratterizzato da una forma semplice e, insieme, ricca di risonanza, di persistenti e dinamiche suggestioni. Infatti il compito che il G. Neri ha assunto su di sé e quello tutto laico e civile di testimoniare la tragedia degli uomini, di chi sta da molto, pure senza volerlo, fronteggiando e combattendo contro la morte.
Daniela Marcheschi