(Da TELLUS 20, “Metafore locali”, 1998). Di Scalzo scrive ad Antonio Tabucchi lettere che, vere o immaginarie che siano, costituiscono una presa di “congedo”. La distanza è rimarcata dallo stesso Tabucchi nell’introduzione, dov’egli accenna alla consistenza antropologica e documentaria di Vecchiano, un paese. Invece, ciò che questo libro documenta è uno strappo avvenuto in seno alla letteratura stessa, uno iato, apertosi fra territori contigui, che non può più ricolmarsi. Vecchiano, un paese è un piccolo paradosso, un micro labirinto, una trappola. Anche Nico Orengo vi ha percepito qualcosa di arrischiato,(1) ma lui che appartiene al concerto dei letterati, non vi ha scorto che la proliferazione vischiosa degli eteronomi. Tabucchi è uno che gioca con gli eteronomi, bene, ma anche Di Scalzo, secondo me, è un giocatore e la partita ha un esito inaspettato eppure logico. A ben vedere è Di Scalzo che ha fatto qui di Tabucchi il puro parergon del suo ingresso nel mondo delle lettere e poi, invertendo repentinamente il funzionamento della sua piccola macchina da guerra (Deleuze insegna), lo ha infilato come un corallino nella sua collana di minuscole vite. Dunque, attenzione: Tabucchi è lo “scrittore europeo”(2) che, per divenir tale, ha dovuto sprovincializzarsi, ha dovuto cioè strapparsi di dosso proprio il mondo vecchianese e pisano, anzi, ha dovuto stravolgerne la “verità” fino a farne un semplice residuo, un privato che rimane fuori dal flusso spirituale della letteratura come un piccolo segreto edipico rimane fuori dalla biografia ufficiale di un grande autore. Di Scalzo è invece uno che in un piccolo libro ha lavorato di sfoglio sulla propria biografia fino alla feccia: il facile impegno politico degli anni settanta, le grigie riunioni alla sede di Lotta Continua, un malcompreso orgoglio letterario, persino la festa di carnevale, tutto è spellato via, malinconicamente, fino a far comparire la trama esile della vita, cuoricino che batte flebile dentro il costato aperto di un piccolo anfibio: la ragazzina Nada, che rimane tutta la notte sotto le stelle dopo essere stata colpita da una scheggia durante un bombardamento, che è poi la madre dell’autore; il bimbo sempre con la bronchite che si è abituato decifrare il mondo attraverso i tenui riquadri di due grandi finestre e così via, e che ha lavorato su un “paese”, su un municipio (il proprio), offrendogli in posta la propria scrittura, quasi tavoletta, di cera su cui rabescare fragili vestigi, fino a farvi comparire la traccia del complesso di vite che la intramano e presentare questa fragile trama come la verità stessa di quel paese. Paese e autore diventano qui nient’altro che il filo che inanella le perle e i coralli, le ambre e i topazi di cui una vita e un paese, entrambi multiplo di vite, son fatti. Che cos’è un autore? Che cos’è un paese? La risposta è sempre: “Lo stesso”, una colleganza di molteplici vite. Se c’è un’eteronimia che questo libro consente non è affatto quella tra Di Scalzo e Tabucchi, o per lo meno non è questa la principale, ma quella tra Di Scalzo e Vecchiano. È questo che segna la distanza registrata da Tabucchi, è la distanza che separa il “nessun-luogo” della letteratura universale, lo sguardo che si innalza alle vertiginose altezze dello spirito, per il quale rilevante è solo la combinatoria, l’intreccio virtuale delle vite ridotte alla consistenza di punti astratti, da una scrittura che infila le vite, il loro sussulto, come gioielli in una collana, diverso ciascuno e ciascuno unico e che produce in tal modo il suo “autore” (anche nel senso pirandelliano del termine) e il suo luogo. Ed ecco svelato il motivo perché Tabucchi vede in Vecchiano, un paese solo o principalmente una documentaria, un collage antropologico. In esso si affaccia un divenir-autore di Di Scalzo e un divenir-paese di Vecchiano che aprono a una diversa dimensione dell’esperienza, che non ha più niente a che vedere con la cosiddetta “letteratura universale” di cui parlava per esempio Borges. Si potrebbe forse chiamare tutto ciò “letteratura selvaggia” o comunque riconoscere che qui è in atto un tentativo di affermare la creatività letteraria non come partecipazione mistica ad una sorta di flusso universale, ma come l’accadere concreto di un rapporto tra un luogo, una scrittura e delle vite, dove ciascuno continua a divenire a suo modo qualcos’altro: Vecchiano un “paese”, Di Scalzo un “autore”, mentre Tabucchi rimane da un lato ciò che era, “uno scrittore europeo”, eponimo della letteratura universale, e in tal senso non entra affatto nel libro, me ne rimane per così dire sul bordo, mentre dall’altro diviene anch’egli qualcosa d’altro, forse di inaspettato, “una semplice vita” del “paese” di Vecchiano, un grano della collana il cui filo provvisorio è Di Scalzo, l’autore.
Marco Baldino
(1) Nico Orengo: “Caro Di Scalzo, giocando con Tabucchi si rischia l’eteronimo”, Tuttolibri, La Stampa, 20 novembre 1997.
(2) L’espressione è di Claudio Di scalzo, cfr, “Trittico della rivelazione provinciale”, TELLUS 19, 1997.
Da Claudio Di Scalzo: Vecchiano, un paese. Lettere a Antonio Tabucchi
[S. Maria in Castello, 1984. Foto in bianco e nero formato cartolina ]
Caro Antonio,
questa foto della chiesa di S. Maria in Castello l’ho scattata negli anni ottanta.
Le pareti sbrecciate, la muffa che ha invaso il pavimento e il tetto con le tegole spezzare – che i grigi dello sviluppo rendono ancor più opprimente – mi sembrò da subito un correlativo oggettivo a buon mercato, tascabile per di più, del mio stato d’animo verso il monumento. L’immagine però è incompleta perché avrebbe dovuto comporre un trittico con altre due foto della stessa chiesa che non ho mai scattato.
In questa lettera tenterò l’esperimento di descriverti delle foto che non esistono ma che hanno impressionato – e per sempre – la mia mente.
La prima foto non scattata mostra un santuario curato, con aiuole e fiori, però alla croce c’è legata una bandiera rossa. La foto non scattata è proprio un documento!, testimonia il primo atto del Sessantotto a Vecchiano. Infatti in paese, noi contestatori, ce la prendemmo da subito con la chiesa e con Don Gino. Forse perché fra noi c’erano molti ex chierichetti. “E’ l’ora dei preti come Camilo Torres che scacciano i mercanti dal tempio”, esclamavamo nei nostri volantini. Il parroco avvertì le nostre mamme, ma non credo che si preoccupasse, aveva fatto il callo con gli stalinisti del PCI. La bandiera fu tolta in fretta da qualche fedele della parrocchia e dal muretto in piazza ghignammo per poco sotto i baffi che non crescevano.
L’altra foto non scattata risale a metà degli anni settanta e si vede un giovanotto intento a leggere sotto gli archi un libro (libro di poesie?), versi di Keats per la precisione, e la nebbiolina che vela la piana del Serchio è il viatico dell’assorto lettore per capire la bellezza delle forme naturali.
La foto che hai tra le mani è la più penosa. Il santuario è nel suo decadimento ed è come violato da molteplici barbarie. Sui muri c’è scritto “W Bob Marley” e uno spinello gigantesco esala fumo di un nero smaltato. Le porte sono divelte e una scritta dice che il giorno tal dei tali un tizio ha scopato una tizia, proprio lì su quel ballatoio. Nell’interno si intravede un altare che cade a pezzi. Sarà stato un tossicomane preda di uno scatto nichilista a prendere a calci il tabernacolo?, o qualche adepto di strampalate sette?
Più distante, sfumate dall’imperfetta messa a fuoco, si scorgono le cave. E così una chiesa violentata giorno per giorno fa il paio con una natura offesa da pale meccaniche.
Quando scattai la foto sentii il mio corpo illividito dallo sconcerto per aver contribuito, e per primo, a uno scempio. Lo straccetto rosso che anni prima avevo legato alla croce mi si ficcò in gola. Ci mancò poco che piangessi.
Tuo Claudio