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Dall'indice di Tellus
Ludwig Klages: Goethe come fenomenologo (1932). Da Tellus 16
15 Maggio 2007
 

(Da TELLUS n. 16, anno VII, 1996, € 7,75:  "Il pensiero selvatico"). Difficilmente il Romanticismo avrebbe ripreso con tanta deci­sione, com'è avvenuto, i simbo­li dell'androgino e del ginandro, se Goethe non gli fosse apparso come modello esemplare della congiunzione di tratti maschili e femminili. Noi non dobbiamo farci tante domande, sulle particolarità dell'anima maschile e fem­minile, poiché per i nostri scopi può bastare sapere che quella maschile è caratterizzata da un'attività estrovertila, quella femminile da una passività ricettiva. In quella si radica, perciò, il senso della fattualità; in questa il sentimento della realtà. Nel linguaggio comune non si tiene conto della distinzione tra realtà e fattualità, ma in filosofia queste non dovrebbero essere mai confuse. Mostria­mo con un esempio la loro differenza. Nelle vicinanze di una città si trova in un prato un boschetto. Questo è un "dato di fatto" (Tatsache) e - come tale - resta sempre il medesimo, indifferen­te a chi lo pensi e per quale scopo. Sup­poniamo che in una bella giornata d'e­state si trovino davanti al boschetto tre persone: uno speculatore edilizio, un botanico, un pittore di paesaggio, tutti e tre rivolti al medesimo oggetto percetti­vo, cioè al boschetto. Lo speculatore edi­lizio, esaminato di sfuggita il bosco, fa un calcolo approssimativo: la stima del­la grandezza della superficie, il valore di vendita del legno abbattuto, il terreno necessario alla costruzione di un caseg­giato, il valore crescente del terreno, per­ché al massimo in due anni vi passerà davanti una ferrovia, con una fermata poco lontano ecc... Il botanico ha imme­diatamente notato un'orchidea, più lon­tano del legno di tasso, e confida di servirsene per il proprio erbario. Per entrambi, come si nota, l'oggetto per­cettivo è divenuto all'istante un oggetto del pensiero, ed entrambi hanno subito posto l'oggetto del pensiero al servizio di interessi personali, per quanto note­volmente differenti l'uno dall'altro. Entrambi si comportano quindi in modo spiritualmente attivo, e - se avvertiti - sarebbero anche capaci di riflettervi sopra. Ma una attività spirituale o azio­ne era già presente a loro insaputa nel­la costituzione dell'oggetto percettivo stesso, nella misura in cui esso è un dato di fatto, ovvero un prodotto del giudizio. Ci convinciamo di ciò passando ad un breve esame di quel che ha vissuto intanto la terza persona, il pittore di pae­saggio. Anch'egli ha innanzitutto perce­pito il medesimo gruppo di alberi, ma subito il suo sguardo indugia sulle for­me dei tronchi, sulle masse di foglie in movimento e sulle loro tonalità di colo­re, da lì passa all'azzurro del cielo d'e­state e al bianco di un gruppo di nubi più distante, racchiude - in ogni caso senza la minima riflessione - tutto ciò in una immagine, davanti a cui l'osserva­tore trascura di fissare in concetti il fat­to percettivo "là c'è un bosco ed io sono qui". Senza per ora indagare il senso di quel che gli accade, riconosciamo tutta­via già una cosa: tanto più l'artista è avvinto dall'immagine intuita, quanto più la sua condotta, da spiritualmente attiva, diventa passivamente ricettiva, e con ciò in egual misura il suo contenu­to percettivo perde il carattere di fatto oggettivo.

Supponiamo, cioè, che a causa di un impulso interno, su cui torneremo, egli si senta indotto a trasferire l'immagine intuita sulla tela, ed inizi così subito uno schizzo di colori, ma non riesca a finir­lo nel tempo stabilito e si veda costretto a rinviarlo successivamente; allora facilmente accade che il suo oggetto, se vogliamo chiamarlo così, nel frattempo è scomparso e ha lasciato il posto ad un oggetto essenzialmente diverso. Il tem­po è improvvisamente mutato, nubi gri­gio cupo si addensano nel cielo, gli albe­ri si piegano nella tempesta, e infine comincia a piovere. Il fatto (il bosco qui sul posto) è rimasto lo stesso, l'immagi­ne intuita è divenuta un'altra. E se ora il nostro pittore dovesse intraprendere un lungo viaggio, per poi ritornare nel tar­do autunno, egli incontrerebbe allora nello stesso posto un'immagine intuita che, per così dire, sembrerebbe appar­tenere ad un altro mondo. Ma è neces­sario generalizzare la nostra considera­zione.

La realtà delle immagini intuite o, come si preferisce, dei fenomeni (Erscheinun-gen), si trova in incessante trasforma­zione; perciò i fatti, a cui ci riferiamo col pensiero come a stati di cose in sé iden­tici di contro a questo stesso mondo fenomenico, sono prestazioni del nostro spirito, anche se a noi estorte in occa­sione dell'esperienza sensibile, e per questo senza dubbio prestazioni compiute necessariamente. Ma se qualcuno si ponesse la domanda, perché attribuiamo una realtà originaria ai fenomeni e ai fatti solamente una deri­vata, allora dovrebbe bastare a convin­cerlo la seguente indicazione: il conte­nuto dell'oggetto del pensiero a poco a poco s'impoverirebbe e infine svanireb­be nel nulla col venir meno dell'espe­rienza intuitiva. Se si privasse di conse­guenza l'essere vivente della vista, del­l'udito, dell'odorato, del gusto, e infine anche del tatto, il suo oggetto del pen­siero sarebbe progressivamente cancel­lato, finché alla fine non rimarrebbe più nulla con cui il suo spirito possa cimen­tarsi.

Chiediamoci ora quale profitto nelle pro­prie ricerche Goethe dovette al proprio lato femminile, ovvero all'eccitabile sen­timento della realtà. Ci colpisce in pri­mo luogo la fondamentale importanza che egli, in opposizione all'intera filo­sofia a partire da Cartesio, inclusi i più notevoli pensatori del proprio secolo, ha attribuito all'intuizione (Anschauung) come formazione conoscitiva. Egli risco­prì ciò che si era chiamato nei secoli pre­cedenti - con espressione felice, ma con altri intenti - visio sine comprehensione, e per questo è divenuto - in opposizio­ne perfino alla scienza del proprio tem­po - il primo moderno fenomenologo (Erscheinungsforscher). Per l'importanza che ha, questo fatto esige un adeguato riconoscimento.

Se Goethe ritrova la fonte delle sue più notevoli convinzioni - una parola, che è tratta dal senso della vista - nelle imma­gini intuite del mondo, e specialmente, in quelle visive, allora si potrebbero tro­vare d'accordo con ciò il fisico, il "sen­sualista", se solo non risultasse decisiva l'aggiunta, che - grazie ad una proprietà subito da discutere - la contemplazione in questione permetterebbe alla facoltà di giudizio il ritrovamento immediato della verità; con ciò restituiamo al ter­mine intuizione (Intuition), oggi logora­to dall'uso popolare, il suo vero signifi­cato, che dovrebbe essere reso con "feconda illuminazione mediante visio­ne (Anschauung)" o, più brevemente, con "ispirazione'" (Eingebung). Spinoza aveva inoltre compreso qualcosa di diverso, cioè un tipo di evidenza imme­diata simile a quella usata dai matema­tici; ma Goethe crede, anche in questo caso, di poter fare affidamento su di essa. «Se tu dici», scrive nel 1785 a Jacobi, «che in Dio si può soltanto credere, io inve­ce ti dico che attribuisco grande valore al contemplare, e se Spinoza parla di scientia intuitiva..., a me queste poche parole danno il coraggio di dedicare la mia intera vita all'osservazione delle cose»; e ancora nel 1801: se la filosofia «innalza, consolida e trasforma in un profondo, quieto intuire il nostro origi­nario sentimento di essere una cosa sola con la natura, allora è la benvenuta». Tale capacità egli la chiama altrove "giudizio intuitivo" (anschauende Urteilskraf). Chi infine riuscisse a cogliere lo spirito di una frase simile: «I miei studi sulla natura si basano solo sull'esperienza», noterà - forse con proprio stupore - che è impossibile rinvenire nella fisica, anzi in tutte le scienze della natura, la paro­la che qui Goethe adopera come "fon­damento" della propria intera ricerca: la parola erleben! E se costui considerasse, ancora, i due versi molto citati: «Chi è in relazione con la propria Madre, la Natu­ra, questi trova nel calice a stelo tutto un mondo», allora forse si potrebbe insi­nuare in lui un sospetto: che la frattura metafisica (die metapbysische Spalte) non sia tra le cosiddette scienze della natura e le cosiddette scienze dello spirito, ben­sì fra entrambe e la scienza della vita -iniziata, nell'età moderna, con Goethe. La possibilità di una scienza dei feno­meni deve essere intanto garantita non da un mero cambiamento di metodo, bensì da un radicale cambiamento nel porre la questione. L'indagine dei fatti è indagine delle cause: ma le cause non sono trovate dall'Intuizione intellettua­le, o come la si voglia chiamare. D'al­tra patte il termine fenomeno (Erscheinung), se deve avere un senso, può solo significare l'apparire di un qualcosa, il manifestarsi di un'anima in tutti gli even­ti, o il rivelarsi eli un'essenza in esso. Abbiamo lasciato in sospeso, che cosa senta propriamente il pittore, quando si affida all'immagine intuita, e il motivo che lo induce a voler fissare con l'aiuto di un'immagine ritratta il contenuto del­la propria esperienza vitale. Vuole real­mente produrre una mera copia, come potrebbe anche fare una lastra sensibi­le alla luce? La risposta è: quanto più egli s'imbatte nello stato della contempla­zione, che gli antichi a ragione chiama­vano 'patico', tanto più entra in relazio­ne con l'anima dell'immagine; e quel che egli, perciò, si sente spinto a trasferire sulla tela, non è tanto una copia del bosco, quanto piuttosto un'apparizione dell'anima del bosco. Con ciò conoscia­mo il senso di quella trasformazione, che è negata al fatto percettivo oggettivo: la vita insita nei fenomeni, che - in quan­to tale - oscilla senza stabilità tra l'anda­re e il venire. Indagarla, per così dire, attraverso il fenomeno, è il compito degli spiriti fedeli alla vita, e solo questi sono veri fenomenologi. Proprio questo intendeva Goethe.

Egli ha pubblicato nel 1776 un geniale saggio sullo scultore francese Falconet, che - come ogni sua opera - è un fram­mento autobiografico, ma riguardante questa volta della propria cosiddetta ori­ginaria visione del mondo. Riportiamo alcuni elei passi più fortemente probatori. L'artista «può entrare nella bottega di un calzolaio o in una stalla; può guar­dare il volto dell'amata, i propri stivali o l'arte antica, dappertutto vede le sacre vibrazioni... con cui la Natura congiun­ge ogni cosa. Ad ogni passo gli si schiu­de il mondo magico, quello stesso che fervidamente e continuamente ha avvolto le opere dei grandi maestri, alla cui riverenza è spinto ogni artista che voglia emularli. Ogni uomo ha più volte senti­to nella propria vita la forza di questo incantesimo... Chi entrando in un sacro bosco, non è stato assalito neppure una volta da un brivido? Chi l'avvolgente notte non ha assalito con inaudito terrore? A chi, in presenza dell'amata, il mondo intero non è apparso dorato?... Ecco, ciò che si agita nell'anima dell'artista, ciò che tende all'espressione più chiara, senza la mediazione del conoscere».
Assumiamo ora, che lo stato sopra descritto generi la facoltà di giudizio, accordiamogli ispirazioni, intuizioni; il risultato sarebbe allora un sapere riguar­dante l'essenza dei fenomeni, e per il ricercatore volto a ciò un definitivo chiarimento, una rivelazione, per così dire, illuminata dalla quale l'immagine intui­ta otterrebbe il carattere del "fenomeno originario", irriducibile a ogni riflessio­ne. Nelle Sentenze in prosa si dice: «Tut­to ciò che chiamiamo, nel senso più ele­vato, invenzione, scoperta, è l'impor­tante attività [...] di un innato sentimen­to della verità che, a lungo formatosi nelsilenzio, improvvisamente come un lam­po porta ad una intuizione feconda. Esso è una rivelazione che si sviluppa dal­
l'interno verso l'esterno».
Quando Novalis, a proposito dei princi­pi d'indagine del Romanticismo, che proseguì il cammino iniziato da Goethe, enuncia l'espressione oscuramente sibil­lina: «All'interno va il misterioso cammi­no», con questa egli non intende che - in modo simile ad una contemplazione "narcisistica" - si debba volgere lo sguar­do a se stessi e distoglierlo dal mondo dei fenomeni, bensì che allo spirito l'oc­chio si apre soltanto nella dedizione al mondo delle immagini, per cui esso con­templa ciò che appare nei fenomeni e trova nell'esteriore qualcosa di interiore, la cui vita sempre in trasformazione si esprime nell'esteriore. In altre parole, la meta della fenomenologia è un'indagi­ne dell'essenza (Wesensforscbung), altri­menti non vi sarebbe più neppure un'in­dagine dei fenomeni!

 

(traduzione dal tedesco di Mario Clerici)

II testo di Ludwig Klages fa parte del volume Goethe als Seelenforscher (1932) edi­to da Bouvier, Berlin-Bonn.


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Dir. responsabile Enea Sansi - Reg. Trib. Sondrio n. 208 del 21/12/1989 - R.O.C. N. 7205 I. 5510 - ISSN 1124-1276