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Maria Paola Forlani. Guernica, icona di pace
14 Gennaio 2018
 

Al museo Magi ’900, di Pieve di Cento (Bologna) dopo l’esposizione al Senato della Repubblica, ospita, fino al 28 febbraio 2018, la suggestiva esposizione “Guernica, icona di pace” dedicata al cartone realizzato da Pablo Picasso, raffigurante la sua opera capolavoro, da cui è nato l’arazzo esposto all’ingresso della sala del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

L’idea espositiva parte da una lunga ricerca fatta dalla storica dell’arte Serena Baccaglini che, nel corso dei suoi studi dedicati al grande artista spagnolo, scoprì una eccezionale collaborazione a tre – frutto di una altrettanto eccezionale amicizia – tra Pablo Picasso, Nelson Rockfeller, uno dei più grandi mecenati del Novecento, e l’artista Jacqueline de la Baume Durrbach, che ricreò e tessé il dipinto di Guernica mediante l’antica arte dell’arazzo.

Per comprendere la portata di questa straordinaria vicenda occorre fare un preliminare passo indietro, partendo dalla storia dell’olio di Guernica, oggi al Museo Reina Sofia di Madrid.

Guernica è l’opera che meglio di ogni altra testimonia la partecipazione appassionata di Picasso alla sofferenza umana e il suo furente giudizio morale sulla violenza sanguinaria.

La grande tela è stata ispirata da un terribile evento bellico: la distruzione indiscriminata, durante la guerra civile spagnola, della omonima cittadina basca ad opera di aerei tedeschi. Come Goya nelle Fucilazioni dell’8 maggio, anche Picasso leva alta la sua voce contro l’eccidio e si schiera dalla parte degli oppressi, perché, come scrisse poco dopo nel Messaggio al Congresso degli artisti americani, «davanti a un conflitto che mette in gioco i più alti valori dell’umanità gli artisti non possono e non devono restare indifferenti».

Ma la sua opera non è una documentazione oggettiva del fatto; niente ci richiama al luogo e al tempo; niente ci indica che si tratta di un bombardamento. Ѐ piuttosto una protesta sdegnata contro la violenza, contro la distruzione, contro la guerra in generale; può essere riferita al conflitto spagnolo, come a qualsiasi altro, precedente o futuro, antico o moderno. Come in un frontone di tempio greco (del quale è un generico ricordo nella prevalenza della larghezza, nella composizione approssimativamente triangolare, nella distribuzione delle figure in primo piano), il fatto assume un significato universale. Forse per questo, in alto, a sinistra, appare il toro, il mostruoso mitico Minotauro, simbolo di bestialità. L’altro senso drammatico nasce anche dalle deformazioni dei corpi, dalle linee che si tagliano vicendevolmente, dall’alternarsi di campi bianchi, grigi, neri, che, sostituendo i colori usuali, accentuano la dinamica delle forme contorte, accavallate, incastrate le une nelle altre. E nasce anche dalle dimensioni del grande quadro che impongono i contenuti con evidenza immediata, cosicché, come spesso accade, la quantità diventa qualità.

La tela è la summa dell’arte picassiana. In essa si riassumano, portati al massimo livello, i contenuti e gli strumenti linguistici sviluppati nel corso di tanti anni: da un lato torna la tematica del dramma umano che il pittore ha affrontato fin dall’età giovanile, dall’altro l’esperienza cubista (si noti la visione simultanea degli occhi su un piano solo) permette di giungere alla comprensione totale della realtà, oltre l’apparente collocazione nello spazio e nel tempo convenzionali rivivendola interiormente.

L’opera ebbe un successo immediato e numerose esposizioni internazionali, anche e soprattutto per il messaggio morale e civico che Picasso volle esprimere, cosicchè l’amico Nelson A. Rockefller (esponente della omonima famiglia di petrolieri, governatore dello Sato di New York dal 1959 al 1973 e vicepresidente degli Stati Uniti nel 1974 con l’amministrazione Ford), – per tutelare l’integrità – convinse l’amico Picasso a rappresentarla in arazzo grazie a Jacquelin de la Baume Durrbach, la geniale artista francese dalle dita d’oro, capace di tessere un dipinto trasformandolo in arazzo.

Oggi, l’archivio Rockfeller di New York – oltre alle modalità tecniche per realizzare l’arazzo, fatto sotto la completa supervisione e direzione di Picasso, che scelse personalmente le undici nuances utilizzate per dare colore all’arazzo rispetto al dipinto che l’Artista creò bianco, e grigio per rievocare le cruenti immagini riportate nelle foto monocrome dei quotidiani di Parigi, dove Picasso si trovava all’epoca dei fatti – contiene memoria di quel luogo e fruttuoso accordo tra i tre protagonisti, durato diciotto anni, dal 1955 al 1973, anno della morte di Picasso, e che favorì la nascita di una collezione unica in cui ventisei opere dell’artista spagnolo vennero trasformati in arazzi “per poter portare la bellezza alla gente”, secondo l’espressione usata da Rockfeller per descrivere il progetto.

Quando Rockfeller, nel 1974, assunse la carica di vicepresidente degli Stati Uniti, gli arazzi – incluso Guernica – furono portati nella sua residenza di Kykuit (Stato di New York) e, nel 1985, la moglie Happy, sei anni dopo la morte, decise di consegnare l’arazzo di Guernica alle Nazioni Unite perché il forte messaggio iconico evocativo sull’orrore della guerra potesse essere continuo e costante.

Il cartone, di proprietà della famiglia Durrbach – dopo l’esposizione a Praga, San Paolo in Brasile e a Wròclw, sempre a cura di Serena Boccaglini, nell’anno in cui si è celebrato l’ottantesimo anniversario della creazione dell’olio di Guernica, è stato esposto per la prima volta in Italia, ricevendo un’accoglienza dal Senato della Repubblica che, in prossimità delle celebrazioni per i Settanta anni della Costituzione, ha ritenuto di ospitare l’opera – non solo per l’altro valore artistico – ma anche per l’indubbio tributo universale che il dipinto offre alla democrazia e alla libertà, prodromi della vera pace, quella pace che nasce, germoglia e fruttifica grazie all’impegno politico e sociale contro i conflitti, di qualsiasi natura essi siano, come ben ricorda l’articolo 11 della costituzione.

Il museo Magi ‘900, nato nel 2000, dalla passione e dalla visione culturale dell’industriale Giulio Bargellini, è oggi il più grande museo europeo privato dedicato alla documentazione, studio e valorizzazione delle generazioni artistiche italiane del Novecento.

L’entusiastica adesione al progetto espositivo del cartone da parte del Museo Magi ‘900 e del suo patron Giulio Bargellini si pone in coerente linea con la visione politica, espressa da Picasso, allorché creò Guernica: grazie all’opera, Picasso volle fare un vibrante appello al variegato mondo dell’Arte affinché non girasse mai la testa dall’altra parte dinanzi ai germi di disumanità che ogni conflitto porta con sé, ma facesse sempre sentire la propria voce alta e sicura e sapesse, attraverso la bussola della cultura – ovvero del rispetto della diversità, del dialogo e dell’ascolto –, Indirizzare l’uomo verso la pace, che non è la mera assenza di guerra, bensì il più alto tra i valori della convivenza umana.

 

Maria Paola Forlani


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