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Ebrei, una storia italiana. I primi mille anni
21 Dicembre 2017
 

Noi siamo molto contenti che vengano ad abitare qua con le loro famiglie…

Perché sempre saranno benvisti e trattati in tutte le cose che potremo

E ogni die più se ne conteranno di essere venuti a Casa nostra.

L’invito che Ercole I d’Este rivolgeva nel 1492 agli Ebrei esuli dalla Spagna è tra i momenti più alti negli otto secoli di presenza ebraica a Ferrara. Era l’inizio dell’Età moderna quando i fuggiaschi si stanziavano nella capitale estense, dove iniziava lo sviluppo della raffinata cultura sefardita e ora, dopo 525 anni, assistiamo a un altro evento fondamentale che si fonde e si intreccia ancora forte e saldo, con la storia della città di Ferrara.

L’apertura del primo grande edificio del Museo Nazionale dell’Ebraismo italiano e della Shoah (MEIS), con la mostra Ebrei, una storia italiana. I primi mille anni”, rappresenta una tappa di notevole rilevanza nella realizzazione del Museo e della città estense. L’ex carcere di Ferrara, ristrutturato in modo impeccabile per essere adibito alla nuova destinazione d’uso assegnatagli, si appresta pertanto ad assumere, in una sorta di contrappasso, da luogo di segregazione e di esclusione, quale è stato per tutta la durata del Novecento e in particolare negli anni bui del fascismo, il ruolo, quanto mai significativo, di centro di cultura, di ricerca, di didattica, di confronto e dialogo e quindi, in una parola, di inclusione. Il MEIS verrà poi completato entro la fine del 2020, con la costruzione di cinque edifici moderni, connotati da volumi che richiamano i cinque libri della Torah, destinati ad ospitare, accanto agli spazi espositivi, anche accoglienza al pubblico, museum shop, biblioteca, archivio, centro di documentazione e catalogazione, auditorium, laboratori didattici, ristorante e caffetteria, dando così vita a un grande complesso museale culturale.

Oggetto della narrazione del MEIS, che inizia con la mostra sui primi mille anni, condurrà il suo racconto oltre due millenni di vitale e ininterrotta presenza degli Ebrei in Italia, con le loro tradizioni e i fondamentali contributi arrecati alla storia e alla cultura del Paese, nonché all’ebraismo nel suo insieme.

Pur essendo una minoranza, il ruolo degli Ebrei è stato infatti, di primo piano già a partire dall’epoca romana e successivamente nel Rinascimento, per continuare in epoca moderna, nello sviluppo economico di Nord e Centro Italia e poi nel processo di unificazione nazionale e risorgimentale, fino all’apporto alla produzione letteraria e scientifica del XX secolo. Inoltre, nel corso dei secoli essi hanno contribuito a instaurare numerosi rapporti tra l’Italia, l’Europa e le altre sponde del Mediterraneo. Si può, quindi, sostenere a buon diritto che gli Ebrei rappresentano un riferimento indispensabile per comprendere la storia e la civiltà italiana, tra periodi più sereni di convivenza, con interazioni feconde, e altri, tragici, di persecuzioni e cacciate, culminati nella tragedia della Shoah.

La mostra inaugurale, perciò, non si pone come una mera esposizione temporanea su un tema particolare, bensì assume il carattere di una vera e propria mostra di prefigurazione del Museo, di cui rappresenta sostanzialmente dal punto scientifico ed espositivo, la prima grande sezione. Ad essa è assegnato l’obiettivo di comunicare l’unicità della storia dell’ebraismo italiano, descrivendo – per la prima volta con tale ampiezza – come la presenza ebraica in Italia si sia formata e sviluppata in fasi successive, e come, di generazione in generazione, gli Ebrei d’Italia abbiano costruito la propria peculiare identità, anche rispetto al resto dell’ebraismo.

La mostra, a cura di Anna Foa, Giancarlo Lacerenza e Daniele Jalla, con la collaborazione per l’allestimento dello Studio GTRF, si presenta assolutamente originale in una rappresentazione di contesti temporali, spaziali, sociali, culturali, attraverso oggetti autentici o riproduzioni, testi scritti, immagini fisse o in movimento, capaci di comunicare ai visitatori l’interpretazione dei primi mille anni della storia degli Ebrei in Italia.

Oltre duecento oggetti, molti dei quali preziosissimi, fra cui venti manoscritti, sette incunaboli e cinquecentine, diciotto documenti medievali, provenienti in gran parte dalla Genizah del Cairo, quarantanove epigrafi di età romana e medievale e centoventuno tra anelli, sigilli, monete, lucerne, amuleti, poco noti o esposti per la prima volta, prestati da numerosi importanti musei italiani e stranieri, segnalano l’importanza dell’evento ferrarese.

Leopold Zunz, grande storico ottocentesco del giudaismo, ha scritto che i nomi rappresentano gli annali in cifra di un popolo. A giudicare dall’onomastica che ricorre negli oggetti e sulle lapidi in esposizione, la vicenda ebraica nella Penisola, tra l’età antica e quella alto-medievale, è stata molto spesso al femminile. Tanti i nomi e gli scorci di vite di ebree – Claudia, Felicita, Marcella, Gaudentia, Isidora, Aster, Faustina, Coelia Paterna, Mara, Ammia, Artemidora. Spose e madri, naturalmente, ma anche orgogliose e prospere protettrici di sinagoghe, schiave deportate dopo la presa della Città santa, o bambine strappate dalla morte all’affetto della famiglia. Ricordate in greco, in latino, in ebraico, perché dove c’è vita ebraica gli idiomi si moltiplicano e si accavallano, queste figure femminili, di cui intuiamo la vivacità, sono una delle novità di un racconto sempre avvincente.

L’ebraismo pulsa a sud e langue nella pianura padana e verso le Alpi. Da una parte i commerci, dall’altra la vita religiosa e quella culturale, la poesia. La vita ebraica italiana attecchisce e si sviluppa tra Puglia, Campania, Calabria e Sicilia, sempre ravvivata dall’antica fiamma della Comunità di Roma, vera lampada perpetua, che ancor oggi rimane accesa, dopo tanti secoli. Sul giudaismo nel Settentrione si conosce molto meno, soprattutto dopo il declino dell’impero romano. Un museo dell’ebraismo italiano seve anche a questo per conoscere e scoprirne tutti i luoghi e i suoi confini.

 

Maria Paola Forlani


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