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Maria Lanciotti. “Un pugno di more” di Antonio Bennato 
“L’ho detto io. Non Dio. Che era tutto finito”
28 Settembre 2017
 

Antonio Bennato

Un pugno di more

Il mio libro, 2017, pp. 256, € 18,00

 

Sembrerebbe un’offerta spontanea e umile, porgere un pugno di more a chiunque ne voglia gradire. Un’offerta che – si direbbe – non costa nulla, se non inoltrarsi nei boschi e sfidando la barriera di rovi cogliere i frutti più tumidi e neri, pungersi e sanguinare e tendere le mani ricolme. Ma il dono di Bennato ha un prezzo: per fruirne occorre calarsi interamente nel suo racconto, come in un roveto infuocato irto di dubbi e contraddizioni e di domande pressanti che esigono risposte risolutive. Una storia che ci perviene attraverso tormentati, appassionanti scambi epistolari tra un affermato professionista in combutta con se stesso e le sue precarie/false certezze e una giovane somala incaricata di tradurre per il suo Paese i messaggi della Madonna di Medjugorje. La collina delle apparizioni e le rocce del Krizevac, il monte della Croce, lo sfondo per un incontro di anime in lotta e in accostamento, un duello dialettico che ruota attorno all’apparente Assenza – invocata e respinta – evocata da una ‘nostalgia del bene’ di lontana e indelebile memoria che impone accettazione e rinuncia del sé individuale con le proprie conquiste e ambizioni per offrirsi, nudo e consenziente, al tocco ‘divorante’ del Divino.

Un romanzo strutturalmente complesso e tuttavia di scorrevole lettura per la grazia e fluidità di uno stile linguistico assolutamente originale, scabroso e levigatissimo a tratti, che inizia con un sogno carico di significati. E già nell’incipit si rileva l’estrosità dello scrittore che evitando di sbaragliare il lettore, ma reclamandolo quasi a testimone del suo percorso ostico e privilegiato e comunque ‘obbligato’, lo introduce quasi per mano nel suo stesso marasma per avvincerlo poi empaticamente alla sua straordinaria avventura umana e sublime che rispecchia l’inquietudine e il travaglio di ogni coscienza in fermento. «Da un festival di domande, sotto la direzione dei miei dubbi, è emerso il sogno. Credo proprio che me lo sia cercato da me. Poi, è bastata un’occhiata per capire che portava una risposta». Un lago immoto, un barcaiolo senza una gamba, lo Stampellato, che rema troppo lentamente; Paolo Gioben, avvocato di successo, che vorrebbe farsi vento per spingere vele assurdamente gonfie nell’aria ferma; gente in coda diretta verso qualcuno che si trova a prua, nascosto ancora alla vista; un trono di rocce che sembrano tratte da un luogo conosciuto e seduta sul trono una presenza amica che dispensa rosari. Ed è già iniziato il dialogo tra il Naufrago e Roblehla: «Nel momento in cui ti sto di fronte, i rosari sono finiti. Mi prende un dispiacere enorme. Assieme al tempo, penso, si perde sempre qualche altra cosa preziosa. Ma poi dalla tua bocca sgorga qualcosa che mi benedice: ‘A te lascio il mio cuore’». Una promessa che scatena un impegno totalizzante e dopo una “ressa di fiamme” finalmente il segno tanto atteso di “Un ritorno nella polvere”.

Un pugno di more di Antonio Bennato – già autore di I Santi li ho tirati giù dal cielo, La Capitana e Quo vadìsse, Pulecenè – conferma e ribadisce la portata di questo scrittore nato, che effettivamente emerge dal piattume dell’odierna offerta editoriale, tanto prolifica quanto logora. Da leggere e rileggere come opera umanistica e spirituale, e soprattutto espressiva, ricca di tesi da respingere o abbracciare o discutere, ma prima ancora da analizzare e riflettere con animo sgombero.

 

Maria Lanciotti


 
 
 
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