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Alla sperimentazione animale si può obiettare 
Un rapporto sull’ostruzionismo dell’università italiana alla legge sull'obiezione di coscienza alla vivisezione
Disegno di un alunno della Scuola
Disegno di un alunno della Scuola 'F.S. Quadrio' di Sondrio 
02 Luglio 2012
 

La Fondazione Hans Ruesch «per una medicina senza vivisezione» ha condotto a partire dal 2009 un’indagine sul grado di ottemperanza delle università italiane al dettato della legge n. 413/1993, “Norme sull’obiezione di coscienza alla sperimentazione animale” (d’ora in poi: “legge 413”). Si tratta, per quanto ne sappiamo, della prima indagine nel suo genere effettuata, in 18 anni, da un’associazione indipendente. Essa ha dato risultati che confermano anche in questo caso cruciale il già ben fondato sospetto che l’intera attività dei vivisettori si muove in un clima di sostanziale disprezzo delle leggi vigenti.

Abbiamo detto che il caso della legge 413 è cruciale, in quanto siamo convinti che se a tale legge – che esiste solo in Italia – fosse stata assicurata quella «massima pubblicità» che la legge stessa impone alle «segreterie di facoltà» (art. 4, c. 3), oggi, dopo 18 anni, la vivisezione sarebbe in Italia un fenomeno residuale. Purtroppo tale invece non è, e il rapporto che qui presentiamo permetterà agli interessati di farsi per la prima volta un’idea delle ambiguità e dei trucchi utilizzati nel mondo universitario italiano per aggirare la normativa in questione al suo livello più basilare: la pubblicità del diritto all’obiezione di coscienza. Se c'è illegalità a questo livello, cioè a un livello a cui ogni cittadino può effettuare verifiche senza dover chiedere il permesso a nessuno, figuriamoci che cosa succede a porte chiuse nei laboratori e negli stabulari, dove l'accesso dei non “addetti ai lavori” (inclusi i giornalisti) è normalmente negato.

Inoltre il fatto che una verifica come quella da noi intrapresa non sia stata compiuta da associazioni animaliste ben altrimenti radicate in Italia conferma i dubbi sulla lealtà di tali associazioni e suggerisce che gli animalisti sinceri non dovrebbero delegare a nessuna associazione i compiti che possono assumersi in proprio.

A tale proposito è importante sottolineare che, come si vedrà, il lavoro di verifica e di denuncia qui documentato ha avuto effetti positivi. Alcune Facoltà hanno accolto prontamente le nostre critiche e provveduto a un adeguamento, per quanto tardivo, all'obbligo di massima pubblicità. Altre hanno sciolto le resistenze solo in seguito a esposti da noi presentati alle Procure. In breve: dopo la nostra indagine la legge 413 è oggi più rispettata nel mondo universitario di quanto lo fosse prima. Purtroppo, come documentiamo, tuttora solo una minoranza di Facoltà si conforma a un requisito minimo per il rispetto della legge 413.

Una morale importante che pensiamo si debba trarre da questa inchiesta è che impegnarsi nella vigilanza sulle leggi esistenti è possibile e fruttuoso, e dovrebbe essere il primo passo delle associazioni antivivisezioniste oneste. Perché – diciamolo una volta per tutte – a nulla serve lottare per nuove leggi più restrittive, se poi il movimento antivivisezionista nel suo complesso è incapace di ottenere l'attuazione delle leggi che già ci sono. In generale un sistema giuridico si regge non sulla semplice presenza di certe frasi in un codice civile o penale, ma sull'impegno che l'intera società mette nel far rispettare certi obblighi e certi divieti. Senza di ciò la legge resta lettera morta, come le grida di cui parla Manzoni nel primo capitolo del suo famoso romanzo.

 

» Qui potete leggere gli sconvolgenti risultati di questa inchiesta

 

Per informazioni e adesioni:

michele.mottini@cheapnet.it

 

LEAL Sezione di Sondrio

(da 'l Gazetin, luglio-agosto 2012)


 
 
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