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Elisabetta Cipollone. Il dolore di una madre e il progetto “Sicomoro”
05 Novembre 2017
 

Oggi, ancora frastornata e incredula, sono a testimoniare quell'onda anomala che ha travolto e ucciso definitivamente ciò che ero e che non sarò mai più: una madre sfregiata da un dolore indicibile che dentro di sé covava solo odio e rancore.

(Elisabetta Cipollone)

 

 

Quanti segni ha lo zodiaco del dolore? Quanti segni il dolore incide in un'anima straziata? Quanto pesa la perdita di un figlio in un cuore, in una mente? Si può andare in frantumi. Cocci di sé dispersi in ogni dove, in ininterpretabili altrove. Si può uscire disintegrati da un'esperienza tanto atroce, perché è senza ritorno, innaturale, irragionevole.

Elisabetta Cipollone ha vissuto in quest'universo stranito di assenza, di abbandono, un tunnel senza luce dopo il figlio falciato sulle strisce pedonali da un'auto incauta, folle. Sono trascorsi anni ed Elisabetta Cipollone ha una vita piena e ricca, ma mai dimentica di ciò che è avvenuto, di ciò che è stato, che è. Rimangono un prima e un dopo, e quest'ultimo è una cicatrice. Eppure c'è una nuova e diversa consapevolezza, dopo le tenebre del dolore. A distanza di anni da quel tragico sottrattivo accadimento Elisabetta è protagonista di azioni di volontariato di immensa portata: la costruzione di pozzi d'acqua in Etiopia per portare il più prezioso e vitale degli elementi a innumerevoli villaggi; il progetto “Sicomoro” in virtù del quale s'incontrano in carcere i familiari di vittime di gravissimi reati e i cosiddetti “carnefici”, ossia persone detenute le quali siano state implicate in reati di sangue o situazioni molto pesanti e che comunque hanno deciso di accettare un confronto del genere, mettendosi profondamente in discussione e perciò rielaborando quel vissuto nero, abnorme, affinché il passato immerso nelle nebbie del crimine muti in rinnovata coscienza.

Elisabetta, la madre amorevole, è impegnata in maniera totale, commovente, su ambedue i fronti sopra descritti. Per quel che concerne i pozzi d'acqua africani l'idea è nata dopo che lei aveva letto sulle pagine di un diario che il figlio Andrea amava tenere quello che sarebbe stato uno dei suoi sogni: donare l'acqua, ove servisse, nei luoghi dell'Africa. Da allora grazie alla sua azione supportata dalla V.I.S. (Volontariato Internazionale per lo Sviluppo), una ONG saldamente legata ai Salesiani Don Bosco, sono stati realizzati già diciassette pozzi e sulla rotta Milano-Addis Abeba Elisabetta è ormai di casa. Così come la sua figura è familiare nell'ambito delle varie carceri dove si sposta come volontaria (e “facilitatrice”) del progetto “Sicomoro”.

L'esperienza esistenziale di Elisabetta, il suo tormentato itinerario – annichilimento prima e rinascita poi come un'araba fenice, sebbene nessun oblio abbia il potere di obliterare quella morte – è ora confluito in un libro: Sicomoro: la luce del dolore (Itinerario dalla morte alla vita attraverso il perdono), edito da Prison Fellowship Italia. In copertina una foto in cui un uomo condannato alla pena dell'ergastolo – in permesso speciale – s'inginocchia sulla tomba di Andrea, il bellissimo figlio tragicamente e troppo prematuramente rubato a una luminosa esistenza.

Fra le dediche di Elisabetta che aprono il libro... Ai detenuti che mi hanno liberata e A chi, durante la tempesta,/ mi ha teso la mano/ o semplicemente l'ha ripresa senza mai lasciarla...// A chi ha capito che senza quella mano tesa/ mi sarei spiaggiata velocemente,/ incapace di sopportare il peso di un dolore così terrificante. Ed è quindi una lunga sequenza di poesie struggenti, strazianti, dedicate al figlio, alle madri, meditazioni a cuore aperto, grida mute e lacrime – e nel contempo un viatico al perdono, alla speranza. «Ho imparato che esiste nel mio vocabolario la parola misericordia/ e che posso guardare in faccia chi ha commesso reati./ In un certo senso molte volte mi sono chiesta se/ io stessa,/ calata in certe realtà,/ a contatto con esperienze e stili di vita totalmente diversi dal mio,/ avrei potuto commettere crimini e trovarmi dall'altra parte della barricata./ Questa introspezione profonda/ ha reso possibile comprendere che la dannazione non è la mia./ Ciò che io vivo è dolore,/ cocente,/ terribile./ Ma dolore./ Non dannazione!/ Non ho più certezze ora,/ ma credo che chi viva la condizione di recluso/ in piena consapevolezza del male compiuto/ sia degno di compassione/ e di avere tutto il diritto di essere recuperato almeno moralmente.// E una domanda pulsa nel cervello:// chi sono io per giudicare/ e per ergermi a sentenziare,/ se colui che ha compiuto crimini sa perfettamente ciò che ha fatto/ e ne ha preso totale coscienza?» e ancora... «il nemico più grande l'ho sconfitto quando ho definitivamente impedito all'odio/ di accaparrarsi quel che c'era ancora da prendere/ della mia anima».

Un prezioso sigillo di luce. Come confermano le parole testimonianze di Davide, persona detenuta nel Carcere di Opera: «Viaggiavo su un'autostrada, a un certo punto ho incontrato i vostri volti ed è stato come trovare un TIR all'improvviso che mi ha sbarrato la strada. Dovevo per forza cambiare direzione», un esempio forse forte dove il camion assume una valenza simbolica benefica, positiva. Come una montagna che argina un'orda distruttiva, come una barriera che ferma il cancro del male, dell'incomprensione, del non riconoscimento dell'altro.

E bene scrive Barbara Benedettelli, attivista per i diritti delle vittime: «Il progetto Sicomoro un qualche ristoro alle vittime lo dà. E lo dà perché finalmente un minimo di equilibrio c'è: la partecipazione da parte dei rei non comporta nessun beneficio in termini di libertà. Questo da una parte aiuta i familiari a decidere di partecipare a incontri “stravolgenti”, dall'altra permette al reo di entrare nell'immensità della colpa, del male fatto che, purtroppo, rimane. […] Ben vengano allora progetti come questo, davvero rieducativi per il reo e catartici anche per le vittime che a volte grazie a questi incontri sono in grado di ricominciare davvero una vita diversa».

Chiudiamo con una preghiera / invocazione/ riflessione di Elisabetta: «Ecco. Sono molto confusa. Ciò che ho nel cuore non è una certezza, ma è molto più del nulla che mi invadeva da quel momento maledetto e fino a cinque anni fa.

Non so se davvero esisti, non so se sei esistito e se hai percorso davvero la Via Crucis che oggi sento un po' anche mia.

So per certo che mio figlio, senza vita era bello quanto Te e che ho ritrovato Maria in ogni mamma che ho incontrato in questi anni. Non so perché hai voluto Andrea e a cosa Ti potesse servire un ragazzo come tanti, ancora imberbe e con quella voce che cambiava ogni giorno.

Cosa faccia adesso mio figlio, come viva e soprattutto quale possa essere il suo ruolo in quel mondo di cui Tu sei a comando

non lo so!

Come vedi da troppo tempo non Ti supplico.

Mi rivolgo a Te con strane preghiere non convenzionali!

Ma questa sera che precede la Pasqua,

proprio questa sera che precede la Tua alba, ma di certo non la mia,

ciò che posso dirTi è questo:

Sia fatta la tua volontà».

E intorno/accanto a questa lettera-preghiera, che chiude il volume, le immagini a colori brulicanti di bambini/e e ragazzi/e africani/e, il continente-culla dell'umanità, là dove la vita talora pare valere meno di niente... giovani con il sorriso sulle labbra, felici con il poco che hanno. Anche di un semplice bicchiere d'acqua nei cui atomi vive l'anima di ogni figlio amato.

 

Alberto Figliolia


 
 
 
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