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Carlo Forin. Urgenza dell’archeologia del linguaggio
11 Giugno 2017
 

La necessità dell’archeologia del linguaggio viene sostenuta dal 27 maggio in ‘Ordine di farfalla’.

Adesso ribadisco la sua urgenza. E non mi baso sulle necessità politiche specifiche, come l’evento italiano positivo – Caos in aula, salta la legge elettorale. Renzi: al voto nel 2018 –: non andremo a votare (vorrei incontrare una persona triste per questo lutto), né per eventi epocali come Trump, che sta disastrando la natura e peggiorando la condizione conflittuale tra i popoli, e neppure per il Regno Unito, con la May senza maggioranza che dovrà discutere il divorzio con l’Europa.

Mi riferisco ad una novità culturale, che rischia di non splendere abbastanza:

«Caterina, la santa che inventò l’italiano»,

è la gioia narrata da Silvia Ronchey1 in la Repubblica, 07/06/17: 31.

Anzitutto, io godo dell’acume e della preparazione dell’accademica della “Sapienza”, capace di scoprire la competenza linguistica di santa Caterina (25/03/1347 – 29/04/1380).

La patrona d’Italia era analfabeta secondo anche il mio sacerdote colto. Temo che questi non andrà a leggere l’articolo del 7 giugno su la Repubblica che racconta che lei scrisse ‘col suo sangue’, e non dettò le sue lettere, perché Internet non gli aprirà la via e lui legge il giornale solo per Internet (Tf però ha provveduto, ndr).

Fu analfabeta senz’altro, invece, la pastorella Bernardette Soubirous, nata il 7 gennaio 1844, che vide Aquerò (‘quella là’ in basco) dal 11 febbraio 1858 18 volte fino al 16 luglio 1858. Bernardette ricorda che la Vergine la guardava “come si guarda una persona”.

*

Leggo Aquerò in zumero: a.ku.e.ru vel a.ku.e.rus/ruz. Significante: ‘distinguo (ku) cuore (e) -del- seme (a) -del- sacro (ru)’. L’accento finale autorizza a supporre il troncamento.

Rus è ‘capo’ di Rosh.ashana (cfr. Wikipedia), Capodanno ebraico.

Come spiegate questa lettura col zumero del dialetto della Bigorre?

*

Non è una novità il fatto che quattro anni prima, l’8 dicembre 1854, Pio IX avesse emesso la bolla Ineffabilis Deus.

Chi avesse elaborato un’ideologia per spiegare come mai la pastorella analfabeta avesse udito da Aquerò proprio nell’apparizione dell’Immacolata il 25 marzo, festa del concepimento di Gesù ad opera della beata Vergine, nel dialetto della Bigorre: Que soy era Immaculada Counceptiu (Sono l’Immacolata Concezione) adesso si dia da fare per negare l’acculturazione di santa Caterina, nata proprio il 25 marzo, colta, che avrebbe chiuso la sua vita con le parole ‘sangue sangue’. Scrisse, e non dettò, col sangue, quasi letteralmente, 381 lettere ed “Il libro” in seguito intitolato Dialogo della divina provvidenza.

«Scrivo “nel prezioso sangue di Cristo”, spiegava di continuo Caterina. Non era solo una metafora. Il più attendibile dei suoi biografi, Tommaso Caffarini, narra di come un giorno, trovandosi in una stanza della rocca di Tentennano un vasetto di cinabro di quelli usati dai copisti per vergare i capilettera, lei lo afferrasse insieme al calamo e alla pergamena e prendesse a scrivere rapidamente “con tratto leggibile e netto”. Caterina, ed era questo uno dei suoi molti segreti, scriveva in inchiostro color sangue, e lo faceva di suo pugno, per quanto reticenti o deliberatamente svianti siano in proposito i suoi primi biografi, attenti a far credere all’autorità ecclesiastica che quelle opere non nascessero dall’audacia di un carisma personale, bensì da miracolosa ispirazione divina, che fossero da lei dettate in stato di trance ai membri maschi della sua laica confraternita. Furono capaci di persuaderne i successivi studiosi, a loro volta inclini a credere all’inevitabile analfabetismo di quella strana figlia della piccola borghesia della buia contrada dell’Oca, adolescente anoressica uscita dal mondo per sprofondare nella sua “cella interiore”, fuggita dal corpo per costruirsi un “corpo spirituale” nella perenne astensione dal cibo (un po’ d’acqua e piccoli boli di erbe che subito rimetteva) e dal sonno (su una tavola per terra e “non più di mezz’ora ogni due giorni”), nelle piaghe delle catene e del cilicio, nelle penitenze, nei più implacabili e disciplinati stenti dell’ascesi, nelle devastazioni dell’estasi. Come scriveva il suo amico William Flete all’indomani della morte, che la prese a trentatrè anni, Caterina abitava nella caverna del costato di Cristo».

Sospendo il racconto di Silvia Ronchey per respirare.

Io, Carlo Forin, monaco laico, riesco a capir bene lo straniamento storico di Caterina vissuta così. È vissuta pregando. Ed è morta a trentatrè anni come Cristo, morto e risorto.

*

Vogliamo osservare il nome Caterina vel Katarina in zumero?:

ka-tar

n., praise [preghiera nds]; challenger; a type of fungus, mold, or not (‘mouth’ + ‘to decide; to destroy’)

v., to be clogged [esser ostacolato nds]; to block.2

Ka-tar è ‘preghiera’! Ed il verbo è ‘esser ostacolato’. Santa Caterina restò ostacolata come scrittrice, tanto da esser ancòra ignota come tale, oggi!

Io ritornerò sul nome del monte Caterine del Sinai in Egitto del monastero che fu poi di santa Caterina. Prima voglio che gustiamo il saggio dell’accademica che mi fa godere del processo di liberazione delle donne che coccolo dai tempi della contestazione studentesca del ’68.

*

Riprendo il racconto di Silvia [etimo: via di Syl, del Sole].

«Nel Dialogo confessava: “La vita mia non è passata altro che in tenebre; ma io mi nasconderò nelle piaghe di Cristo crocifisso e bagnarommi nel sangue suo”. Vissuta in un tempo in cui l’accesso alla scrittura era nominalmente vietato a qualsiasi donna non fosse regina o principessa, la sua padronanza dello scrivere era nascosta in quella caverna, nota solo a quell’entourage di confessori in realtà segretari, direttori di coscienza in realtà sottoposti, padri spirituali in realtà figli, che costituivano “la bella brigata”, la comunità di cui Caterina, il volto brunito come un capo indiano, indurito “come cuoio” dal sole della Francigena, era l’irrivelabile maestra, “madre” e professoressa. Un libro di André Vauchez (Caterina da Siena. Una mistica trasgressiva, Laterza) cerca oggi di contestualizzare la sua eversione spirituale e la sua militanza politica nella lotta tra chiesa e impero, regni e stati dello scacchiere trecentesco, ma anche tra ordini rivali e contrapposti papati nel tempo dello scisma avignonese, della Crociata contro l’Anticristo, della pluri-evocata riforma della chiesa, al di là della propaganda ecclesiastica, che della sua figura di outsider ha fatto prima una paladina del primato della sede papale romana, poi una costruzione patriottica, tanto da trasformarla in antesignana dell’unità d’Italia, e nel 1939, ad opera di Pio XII, in co-patrona d’Italia, in un Francesco femmina – per quanto lei si considerasse uomo e per quanto meno scrittore, ancorché sublime, fosse di lei Francesco. Ma accomunava certo entrambi la simulata illetteratezza, la scelta del sermo facilis, l’esoterica semplicità del volgare con cui vollero trasporre nella lingua umana l’ineffabile».

Godo della cultura di Silvia, che mi mette sotto gli occhi la santa Caterina scrittrice che andrò a leggere nel libro di André Vauchez che ho chiesto alla libreria “Il Punto”.

*

«Il Sangue, la passione, la tortura, è la scrittura. Perché “in sul cuore la pietra del diamante, se non si rompe col Sangue, non si può corrompere”. La sua anima, come dichiara nel prologo del Dialogo, era “ansietata di grandissimo desiderio”, ed era “abituata e abitata nella cella del cognoscimento di sé”, perché “al cognoscimento seguita l’amore” e “amando cerca di seguitare e vestirsi di verità”. Per Caterina l’opus della scrittura era un corpo a corpo con quell’ “ansietato desiderio” di smarrire il proprio in un amore non di questo mondo. Influenzata dall’agostiniano William Flete, il peccato era per lei solo mancanza d’amore non realtà ma, scrive, “quella cosa che non c’è”. È “l’attitudine dello scrivere”, come confidò a Raimondo da Capua, era l’unica “con cui sfogare il cuore, perché non scoppiasse”.

Come ha scritto Michel de Certeau, il mistico è una persona che “vuole offrire un corpo allo spirito, incarnare il discorso e dare un luogo alla verità”. Affogata e annegata nel sangue dell’inchiostro, Caterina vi trovava “l’affocata sua verità”. Il discorso, il Logos, si fece carne in quella sofferenza, da Caterina paragonata alla passione di Cristo assimilata al torchio dionisiaco da cui cola la bevanda redentrice del dio sacrificato e spremuto. Smembrata come Dioniso, le sue reliquie saranno sparse in più templi del mondo cattolico, ma la sua testa mummificata, oltre la grata del tabernacolo gotico, presidia quell’insospettabile tempio pagano che è la basilica senese dell’ordine cui fu più vicina, quello di San Domenico”».

Ho interrotto la narrazione di Silvia su santa Caterina in: Il discorso, il Logos, si fece carne in quella sofferenza, da Caterina paragonata alla passione di Cristo assimilata al torchio dionisiaco da cui cola la bevanda redentrice del dio sacrificato e spremuto.

Osservo il Logos in zumero.

Logos = zum. LU.G.U.UZ

Significato: soggetto. luce. O. morte.

O è il top del sacro, il circolo, inesprimibile. a.m.e.n.

 

Riprendo il racconto di Silvia.

«Se percorsa la navata centrale in direzione della Sagrestia Vecchia, varcata la balaustra di marmo, si accede alla Cappella del Testa, si verrà colpiti anzitutto, ai due lati del sottarco, da due misteriosi personaggi affrescati dal Sodoma, identificati oggi da Gioachino Chiarini (Il calice e lo specchio, Nerbini) con Platone e Aristotele, ma soprattutto, al centro del pavimento policromo, da una figura tanto anomala quanto inconfondibile, identificata da Bernard Berenson con quella di un classico Orfeo che al posto di una cetra regge uno specchio. Nella lettura del Chiarini l’intero programma iconografico della cappella progettata tra fine Quattrocento e inizio Cinquecento dai seguaci senesi dei misteri cateriniani, è la coerente illustrazione delle pagine finali del Dialogo e l’Orfeo asessuato della tarsia marmorea è la chiave della teoria cateriniana dell’anima. Una teoria ermetica, dove la passione di Cristo è l’opus cui si rifà l’anima individuale nel laboratorio alchemico della salvazione, attraverso quella sua letterale e fisica imitazione che è l’opus della scrittura, attuata nel bagno vermiglio del sangue. Più ci si addentra nella vicenda intellettuale di Caterina, più si è colpiti dalla sua indecifrabilità. Anche se oggi la riconosciamo certo ben più consapevole di quanto ogni versione ecclesiastica abbia voluto o potuto in origine ammettere, non conosciamo le fonti filosofiche dirette del suo Dialogo. Qualcuno ha evocato Agostino, qualcun altro lo Pseudo-Dionigi, ma molto era occultato nella composita comunità di cui Caterina era maestra, madre e profetessa. Se le facce di Caterina sono tante quante le reliquie in cui il suo corpo è oggi smembrato, se le ragioni della sua fortuna sono sotterranee, e anche per questo confondono storici e biografi, se tra i miracoli di Caterina il più grande è quello della scrittura, dietro il segreto della sua scrittura, così ben custodito dai suoi seguaci, ce n’è un altro: l’ermetismo, l’alchimia. Un segreto di cui solo i suoi più tardi conoscitori e cultori, in questo spalancarsi del vaso di Pandora del pensiero medievale che fu il Rinascimento, hanno voluto fornirci, con le dovute precauzioni, la chiave».

*

Il fatto: Muore in auto a 16 mesi dimenticata dalla madre, “Credevo fosse al nido”.

Il neuro-scienziato Renzo Guerrini spiega che l’azione routinaria viene fatta in default mode, col cervello attivo solo in piccola parte. Una distrazione in chi sta pensando ad altro può causare un errore drammatico.

A 69 anni, io devo star attento alle routine soprattutto quando lavoro sui nomi.

Anche stamani, una disattenzione mi ha portato a chiedere gli esami del sangue e delle urine 24 ore privo della raccolta delle urine che adesso sto facendo.

Mi ha colpito la novità regalatami dall’accademica della “Sapienza” di Roma Silvia Ronchey. Ho provato ad interessarla con un tweet. Le ho fatto cenno dell’etimo zumero del nome di Caterina. Vogliamo rivederlo?

ka-tar

n., praise [preghiera nds]; challenger; a type of fungus, mold, or not (‘mouth’ + ‘to decide; to destroy’)

v., to be clogged [esser ostacolato nds]; to block.2

Ka-tar è ‘preghiera’! Ed il verbo è ‘esser ostacolato’. Santa Caterina restò ostacolata come scrittrice, tanto da esser ancòra ignota come scrittrice, oggi!

Il finale –ina, di ka-tar-ina può venir letto in via diretta: i-na vel in-a, ‘generata dal sentiero di lacrime’ vel ‘seme (a) corrente (in)’. La lettura circolare del zumero, lcz, è ancora mia, oggi!

Io ricordo il monastero di santa Caterina sul Sinai.

 

Carlo Forin

 

 

1 Un’accademica della “Sapienza” di Roma.

2 John Alan Halloran, Sumerian lexicon, Logogram Publishing, Los Angeles, 2006: 133.


 
 
 
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