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Francesco Zappia. L'altra economia, l'altro uomo
26 Gennaio 2012
   

In occasione della Santa Messa di Natale, il sacerdote nel tentativo di dare un inquadramento al comportamento dell'uomo, durante l'omelia, ha raccontato che un suo amico, anch'egli sacerdote, aveva detto che il figlio del cane fa “bau”, quello del gatto fa “miao”, il figlio dell'uomo fa “lei non sa chi sono io” ed il figlio di Dio fa “Dio perdonali perché non sanno quello che fanno”.

Simpatica predica, e anche profonda.

Parole sante, non perché pronunciate da un sacerdote, ma perché, a memoria andando, non c'è stato uomo – se non in casi davvero eccezionali – che abbia tentato di smontare questa verità. Che il figlio di un cane faccia “bau” è tanto vero quanto lo è il “lei non sa chi sono io” detto da troppi uomini e dai loro figli.

Dunque, partiamo dal principio: nacque l'uomo, e in un mutevole paradigma culturale (dal “lei non sa chi sono io” all'“io sono io!”), si sollevò il suo ego; poi nacque anche l'economia, un sottosistema dello Stato in cui il suo attore principale (l'uomo, appunto) ha avuto modo di poter esternare tutto il suo ego–ismo!

Con l'uomo anche i suoi sentimenti hanno nel tempo subito una metamorfosi. E, contemporaneamente, la società andava verso modelli di organizzazione sempre più complessi, cercando di darsi un'impronta unitaria e sempre più democratica; così, all'incirca, nascevano gli Stati come frutto di un insieme di istituzioni attente alla protezione e allo sviluppo delle comunità di cui gli uomini facevano parte.

Uno dei cardini degli Stati, dunque, è stata l'organizzazione e lo sviluppo economico. All'interno di un luogo virtuale, detto mercato, si realizzava una parte importante della società e trovavano espressione le qualità degli agenti economici e i loro obiettivi primari e non.

L'uomo, sia stato esso al di là o al di qua dei “banchi di vendita” (o meglio, imprenditore o consumatore), in forza di un proprio connaturato sentimento di egoismo, avrebbe posto in essere delle attività volte a raggiungere il benessere proprio non senza aver, però, risposto a regole etiche e codici morali ben precisi che avrebbero avuto l'effetto di evitare dello sciacallaggio volto al raggiungimento del benessere (non solo finanziario) di uno o un gruppo di uomini a scapito di altri propri simili.

Sappiamo bene come è andata a finire!

La signoria di certo egoismo ha finito per sopraffare ogni spazio ed ha sottratto ossigeno proprio all'atmosfera di quei luoghi dove avrebbe dovuto realizzarsi il mondo equo e solidale.

Spietati mercenari e non attori economici responsabili, come fortemente auspicato da chi, dopo anni di studi intrecciati tra la filosofia morale ed economia, avrebbe visto con favore la tenuta di solide “barriere all'ingresso” necessarie al mondo economico, nei confronti di portatori sani di egoismo inteso nel più lontano senso che a questo sentimento avrebbe dato quella pulita fetta umana promotrice della necessaria approvazione morale.

Eppure, a chi auspicava che i mercati sarebbero stati “luoghi razionali”; a coloro che avevano sperato (magari con tutto il cuore) che la morale e l'etica avrebbero fatto da maestre nella classe dei “monelli” e dei “viziati”; a questi ormai “trascorsi” filosofi ed economisti ci sarebbe da muovere una ferrea critica proprio per causa della loro miopia rispetto al possibile concretizzarsi di fenomeni generati da spinte del tutto irrazionali di soggetti probabilmente impensabili ai loro tempi. Certo, giustamente diremmo, al loro tempo che potevano saperne di behavioral economics, di economia comportamentale e dei risultati di questa ricerca che oggi è costretta a rilevare cortocircuiti emozionali?

Processi decisionali lineari come l'elettrocardiogramma di chi sta scalando una montagna senza un briciolo di protezione.

Un bel “quadretto” fatto di colori sgargianti rispetto a quelli desiderabili da una società che meriterebbe un diverso trattamento soprattutto in ordine all'ambiente in cui vive, ai luoghi che frequenta, alle proprie aspettative di solidarietà. Al proprio diritto di serenità!

Diverso trattamento meriterebbe l'animo umano cui, oggi più che mai, viene accostato il sentimento dell'avidità magari in modo troppo generalizzato, ma indubbiamente marcato in alcuni ambienti; soprattutto lì dove hanno pascolato (e continuano a pascolare indisturbati) gli speculatori dell'“alta finanza” che hanno sfruttato l'onda dell'assenza di precisi interventi degli Stati nazionali e Istituzioni internazionali, fondamentali per la regolamentazione dei mercati in genere.

Sembra di parlare di sfere a noi lontane, di azioni da noi distanti e da noi biasimabili, eppure, potremmo scorgere piccoli indisturbati speculatori in ogni angolo della strada.

Se stessimo un po' più attenti ci accorgeremmo che tra la tanta gente perbene esistono anche tante, innumerevoli “microriproduzioni” dei grandi speculatori fin'ora menzionati; tanti (non tutti ringraziando al nostro Dio!) imprenditori che giornalmente ignorano le regole del commercio solidale, piccoli finanzieri che disconoscono il ruolo dell'etica nella finanza.

E accanto a questi, tanti consumatori che non premiano chi produce rispettando le regole e l'ambiente, che non sanno cosa sia il “consumo critico”. Tutto in nome di un atteggiamento superficiale che, riconosco, a volte ha il pregio di facilitare il complesso meccanismo delle scelte, specialmente se queste sono essenzialmente guidate da un'esigenza di apparenza volta a soddisfare bisogni superflui.

Però, perché attribuire i fallimenti di un mercato equo, solidale, soltanto alle macrosfere politiche, finanziarie ed economiche? Perché non guardarci allo specchio e riconoscere in noi, piccoli uomini, un importante ruolo quando si parla di fallimento sociale?

Insomma, sembra che i collassi di razionalità tanto ben rilevati dalla behavioral economics, facciano parte della vita di tutti i giorni di gran parte di noi e che sentimenti come avidità, desiderio di immediate soddisfazioni, desiderio di easy money, per intenderci, siano ormai da considerare colossi quando si parla di "umori" che muovono l'agire umano.

Come dire... alla fine, non siamo peccatori, ma semplicemente uomini!

Che male c'è? - ci sarebbe da chiedersi.

Dunque, al bando quel famoso sentimento di approvazione decantato da quei filosofi morali detto anch'esso egoismo! Al via ogni altro sentimento che contribuisce al veloce prosieguo dell'“io sono io!” tipico di ognuno di noi e chissà di quanti nostri figli nel futuro.

Poi, spesso, penso alla c.d. “altra economia”, dove per tale mi piace intendere un sistema basato su azioni e iniziative attribuibili ad agenti sociali ed economici il cui principale scopo è quello di tutelare la tranquillità degli individui, di garantire che l'umanità sia protetta dal rischio di perdere i propri diritti; diritto di godere gli effetti di un'impresa che agisce eticamente, di una finanza non dannosa, diritto di trasparenza delle regole del mercato, diritto di rispetto della propria sfera umana e dei propri molteplici bisogni (tutela dell'ambiente, nei posti di lavoro, ecc.).

Dunque, uomini etici e razionali senza istinti e collassi?

Insomma, un sistema composto “dagli uomini per gli uomini”.

Poi mi catapulto fuori da questo sogno e rileggo tutto ciò che ho sopra scritto e mi chiedo: ma siamo sicuri che “l'altra economia” non sia una cosa “dell'altro mondo”?

 

Francesco Zappia


 
 
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