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NNI 31. Marco Amore
28 Settembre 2016
 

Marco Amore (Benevento, 1991). Nel 2010 pubblica il suo primo romanzo, scritto all'età di sedici anni, seguono tra il 2011 e il 2012 tre raccolte di racconti. Di recente si accosta al mondo dell'arte contemporanea curando alcune mostre in spazi pubblici e gallerie private, sia in Italia che all'estero. Svolge inoltre l’attività di promotore artistico per l’associazione Anywhere Art Company di Napoli.

 

 

 

LA MIA AMERICA

di Marco Amore

 

Un bel giorno un caro amico mi chiese come mai questa passione per l’America. Eravamo al bar, seduti in modo scomposto su due sgabelli regolabili messi di fronte al bancone; avevamo appena ordinato – una Schweppes Tonica, io, e un Aperol Spritz il mio amico –, quando lui, raccolto un pugno di noccioline tostate dalla ciotola per gli aperitivi, fece ruotare la seduta dello sgabello di 90° in senso orario per rivolgermi la suddetta domanda. Con «America», inutile dirlo, intendeva Stati Uniti d’America, USA, e non il continente americano nel suo insieme.

Gli risposi che non ero affatto interessato all’America. Non alla repubblica federale con capitale Washington, D.C., né al ruolo di leadership assunto dagli Stati Uniti nelle guerre contro il terrorismo islamico, né tantomeno alla politica di Obama. Non me ne poteva fregar di meno se la previdenza sociale d’oltreoceano si avvalesse di un sistema a ripartizione, di un sistema pensionistico a capitalizzazione o di un sistema misto basato su entrambi. Se il Pentagono fosse sulla riva destra o su quella sinistra del fiume Potomac. Né quanto fosse largo e lungo questo fiume. Né la portata massica o volumetrica di ogni affluente o qualunque altro dato riguardante la toponomastica dei territori che attraversa. Non sono interessato a ciò che potrei vedere dal finestrino laterale di uno yellow cab1 mentre transita a passo d’uomo per il Rockefeller Center. Non mi diletto a sviscerare i rapporti tra stato e chiesa, tra chiesa protestante e chiesa presbiteriana; la fine dell’embargo contro Cuba, le scelte presidenziali da Richard Nixon a Bush jr., lo sversamento massiccio di petrolio nelle acque del Golfo del Messico da parte della Deepwater Horizon hanno occupato i miei pensieri per non più di sei mesi o poco più.

Le cose che mi toccano da vicino, le cose che veramente hanno catturato la mia attenzione ad un livello profondo, sono ciò che l’America ha rappresentato e continua a rappresentare per noi giovani occidentali senza bussola, per noi bianchi privilegiati allo sbando, e, a quanto pare, anche per i giovani mussulmani oppressi e le donne afgane in burqa nero che sognano la libertà del bikini, l’affrancamento del corpo femminile dalle catene della misoginia, la riabilitazione sociale della bellezza. L’ideologia egualitaria, rimasta in parte utopismo, che fa incazzare skin88, fondamentalisti islamici e ogni sorta di attivismo politico e integralismo di impronta conservatrice. Le cose che mi interessano davvero sono i pezzi di articolisti principianti che scrivono sul periodico interno della fabbrica per cui lavora mio padre – un business GE Aviation (sussidiaria della General Electric: azienda Digital Industrial globale presente sul mercato con un’ampia gamma di produzione differenziata e, sì, americana) che appare ogni mese, opportunamente cellophanato, nella cassetta per lettere in metallo – trafiletti sull’additive manufacturing e la produzione di pale in TiAl (come le pale retoriche del GE9X [5º e 6º stadio], ad esempio) o sulla joint venture tra GE Aviation e la francese SNECMA per la creazione del motore LEAP, «dotato di un’altissima efficienza propulsiva, con tecnologie in grado di ridurre il consumo di carburante e le emissioni di CO2», che andrà a sostituire sui prossimi aerei a lungo raggio il “best-seller” CFM56. O ancora, sempre nello specifico, mi interessano le strutture operanti nel settore dell’Information Technology, con particolare focalizzazione su quelle che operano nei marketplace verticali: lavori in crescita esponenziale che mi fanno pensare a cambiamenti (non per forza positivi) in termini di qualità della vita, ad un futuro hi-tech di visori 3D per la Realtà Aumentata e Nike auto-allaccianti in cyber-scarpiere ad attivazione vocale, DeLorean alimentate a plutonio2 e MagLev3 dall’aria futuristica. Mi interessa sapere dove stiamo andando, ma soprattutto a che prezzo. E mi interessa conoscere la moralità degli ufficiali di bordo, del timoniere in plancia decorato a strisce biancorosse, e dell’equipaggio della nave. Mi preme sapere se la sopravvivenza di uno status deontologico in un paradiso di comfort rientra negli obiettivi della classe dirigente. E, se sì, come hanno intenzione di affrontare il problema. Perché io continuo a leggere pareri discordanti; e mi ritrovo personaggi improbabili a ciarlare in tv a tutte le ore del giorno; mi ritrovo a sentir parlare di idiozie neanche fossero valori da perseguire in pubblico e in privato; e intanto l’auditel aumenta, e Rai Uno mi propone un improponibile dibattito all’ultimo sangue fra don vattelappesca e la sig.ra X – fede vs ateismo –, un prete brizzolato e una MILF isterica dell’UAAR (nientepopodimeno che – non ci crederete – l’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (!)), degna del peggior reality show; e Canale 5 manda una manica di primitivi e bambole gonfiabili allo sbaraglio in diretta nazionale, rinchiudendoli in un bunker videosorvegliato di Cinecittà con la scusa dello share; e Studio Aperto mi parla di gossip, delle vacanze in Costa Smeralda della showgirl del momento, della nuova fiamma di un calciatore argentino; e i comici di Colorado non fanno ridere per niente; e fare zapping è come rovistare in una pattumiera in cerca di qualche scarto commestibile: l’auditel aumenta, la gente scambia l’immondizia per buon cibo salutare, e poi ragiona con i piedi.

Mentre scivolavo nel moralismo d’accatto di un predicatore part-time ci servirono i drink. Erano in due bicchieri highball di vetro colorato, con 4/5 cubetti di ghiaccio impilati a torre come LEGO 2x1. Nel suo galleggiava una fetta d’arancia rossa, nel mio un’oliva denocciolata verde con una scorza di lime. Mi accorsi che non prestava attenzione nell’istante esatto in cui i bicchieri tintinnarono toccando la banchina di mescita: ero stato precipitoso nel parlare, avevo esposto i miei ragionamenti con vigore eccessivo e in maniera poco ortodossa, e ne era scaturito un discorso sconclusionato che, malgrado un pratico ricorso ad esempi, aveva finito per spiazzare il mio interlocutore. Sicché decisi di riorganizzare le idee, schiarirmi la gola e ricominciare daccapo.

Ma, tempo un paio di battute, mi ritrovai a sparare a raffica su inquinamento termico e laissez-faire, argomenti di cui sapevo poco o nulla, tirando in ballo questioni molto diverse fra loro, finché mi imposi di smettere. Durante quell’insulso monologo la faccia del mio amico era passata dal bianco-latte spruzzato di efelidi al verde-mal d’auto; la mia vagava per lo spettro visibile, dal rosso-rabbia al blu-asfissia al giallo-bile, in un andirivieni senza sosta. L’America, dissi, è il simbolo di un Occidente che non si ferma a riflettere. L’equipollente di ogni arrampicatore sociale per cui tempo = €, di ogni cinico burocrate dei piani alti con polo a righe Lacoste, di ogni stakanovista che sgobba 90 ore settimanali weekend compresi; un libero professionista con l’agenda satura di impegni; un pater familias costantemente indaffarato la cui unica, pressante preoccupazione risulta quella di far soldi a palate, di passare di livello, di salire grado, di «potersi permettere» la Porche Cayman del vicino plurimilionario in pensione – 73 mila euro IVA inclusa, cerchi in lega, sedili sportivi con regolazione a otto vie, che «tocca i 285 Km/h», WROOM, che «va da zero a cento in 5.1 secondi!» – o anche una casa da sogno stile Beverly Hills con mogliettina full optional che nuota nella piscina a sfioro o nella vasca idromassaggio; che scambia il prendersi cura della propria progenie col viziarla a morte, con l’esaudirne i desideri senza alcuna riserva, senza patti pre-esame genitori-figli, voti in pagella da cornice o il compimento di faccende domestiche a scopo puni – o educa – tivo; che danno il «meglio del meglio», la «crème de la crème», ai propri amati rampolli – dai videogame per Nintendo allo scooter Piaggio 50 – a un loro schiocco di dita; che crede che parcheggiare il bebè appena nato davanti al nuovo Samsung Ultra HD sia un’alternativa socialmente valida all’istruzione parentale; che non importa dargli affetto quando puoi dargli un assegno, se puoi «mollargli un centone» o la tua Carta di Credito revolving. Perché dai, siamo seri, che ti ci compri con l’affetto al giorno d’oggi? L’economia non lamenta carenza d’affetto, le banche non concedono il mutuo sul reddito emotivo mensile del richiedente, e i negozi della Stazione Centrale non fanno credito ai barboni: il mondo reale è anaffettivo e spietato e se pensi di cavartela con la strategia del sorriso stai fresco, bello di mamma.

A questo punto è d’obbligo una precisazione formale: la tipologia familiare dipinta dal mio concerto a cappella corrispondeva in modo inquietante alla famiglia breadwinner (e “casuale”) del mio amico. E lui era in tutto e per tutto il classico adolescente ribelle che annega la coscienza nell’alcol e nelle droghe (il)legali; nei farmaci da banco e in una dieta sbilanciata ricca di zuccheri complessi e priva di un adeguato apporto di fibre. Il classico playboy che oggettivizza la donna mentre spergiura di amarla; fidanzato con la Bratz bionda naturale occhi azzurri e vestitino Burberry svasato dei tuoi sogni. La figa della porta accanto in carne e ossa e vestitino osé. Ma è anche il classico bravo ragazzo, un tipo in gamba e alla mano con pedigree ROI di 7ª generazione, solo che segue Uomini & Donne da troppi anni, ormai (per non parlare della Champions League e del periodo Ciao Darwin), fuma chili di marijuana idroponica essiccata, e non sembra possedere un pensiero critico con cui far fronte all’indottrinamento di massa e alla pubblicità commerciale, né essere avvezzo all’ascolto di qualcosa che superi culturalmente la musica hip-hop, i comizi di piazza o la sua tata Consuelo. Quindi dovetti abbassare i toni e il livello intellettuale del discorso da + 4 a MIN a terra terra, e dissi: «Ti sei fumato il cervello, forse? Passi pomeriggi interi su YouPorn, o a cellulare con Monica (o Claudia, o Sabrina o come cavolo si chiama) – [RE: si chiama Jessica, frà, è così che si chiama] – va bene, Jessica, ma fosse pure collo Spirito Santo in persona, eccheccazzo, amico, non voglio dire che stai sprecando la tua vita, ma insomma... fatti due conti: hai una morosa che non vedi da molto e vive proprio qui accanto; una bionda da urlo con doppio airbag e lato B da cartolina; parlano di aprire un impianto di compostaggio di rifiuti pericolosi e non nella zona Pip del tuo comune, con un elenco di oltre cento codici CER, e tu non ti presenti all’Incontro Informativo con la Cittadinanza perché hai di meglio da fare che perdere un pomeriggio appresso a loro. E chi sarebbe questo meglio da fare? Ha una prima scarsa e il fondoschiena ultrapiatto come l’ultimo iPad. Eh già. Come potrebbe un disastro ambientale competere con una racchia senza culo come Jessica? Con quella faccia arrapante da gatta morta che sculetta come una cagna in calore. Non fraintendermi, ora: anch’io sono per l’assaggiare una pietanza prima di ordinarla dal menù, ma se assaggi soltanto finisci per guastarti l’appetito, e inoltre esistono principî che vanno al di là di una semplice scopata da dietro. E la tua donna – ossia, la tua vera donna – è una strafica pazzesca. Tradirla così non ti fa mica tanto onore. È dalla terza elementare che le sbaviamo tutti dietro senza il minimo ritegno. E adesso tu la vuoi per un’altra. Ma voglio dirti di più. Le giustificazioni che hai dato al riguardo sono davvero banali: non l’hai ancora mollata perché minaccia di lanciarsi giù dal cavalcavia della tangenziale, giusto? O di impiccarsi col foulard plissé di Hermès che le hai regalato per il suo compleanno, lasciandoti un biglietto di fortuna con motivazioni e rimproveri in corsivo, un biglietto grondante dolore e risentimento che solo tu puoi decifrare (perché lei ti ama e mai e poi mai, in nessun caso, ti metterebbe nei guai con la legge), quindi sostanzialmente non la lasci per pietà, o per timore di provare rimorso, per non sentirti una carogna nel vederla penzolare da un chiodo arrugginito o dal sottoscala della cantina, perché lei è pazza, dici, completamente fuori di sé, è una borderline depressa e psicolabile con manie di persecuzione, e sotto quella superficie patinata da Vogue si nasconde una creatura abnorme, amorfa, fragile e malata, una specie di viscido esserino larvale e piagnucoloso; sotto tutto quel fondotinta e quella cipria pulsano dubbi e incertezze a gogò, inguaribili ferite souvenir di un’infanzia difficile, c’è la paura del rifiuto mista a una scarsa autostima, ci sono segreti di segreti di segreti, come una scatola cinese, corridoi bui e stanze comunicanti dove il pianto di una bambina riecheggia quasi ad infinitum, c’è il vomito indotto di primo mattino nel W.C. del liceo, i tagli auto-inflitti e il panico di essere scoperti dal professore di mate o dalla supplente di fisica. Lei non è come appare, dici. Lei non è la ragazza solare e incredibilmente perfetta che si sforza di apparire in pubblico. Non è l’idea che riesce a dare di sé. Lei non è affatto normale come sembra. E la mia passione per l’America non è la passione per un esserino amorfo che si nasconde nei bui anfratti di un’anima fragile votata all’autodistruzione. Né la passione per una pupa sbagliata e mentalmente instabile, ma per l’ideale di bellezza femminile, per l’idea che l’America riesce a dare di sé. Per il contrasto tra quell’idea e la verità dietro i sentimenti di facciata. Non il produttore, ma il prodotto. Non l’America, ma l’America®».

 

 

1 Caratteristico taxi newyorkese.

2 Il riferimento è alla trilogia di film Ritorno al Futuro.

3 Treni a lievitazione magnetica.


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