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NNI 23. Matteo Mancini (Pisa, 1981)
Matteo Mancini
Matteo Mancini 
18 Maggio 2010
 

Matteo Mancini è un giovane autore pisano che non possiede ancora uno stile deciso e caratterizzante, ma ha fatto una scelta di campo a favore della narrativa fantastica e dei generi letterari. Non per motivi di cassetta o per aspirazioni da autore di best-seller, ma perché vive «attorniato da migliaia di film di genere e da centinaia di antologie fantastiche e sci-fi», come confessa lui stesso. Laureato in legge, scrive dal 2006 - anno in cui si piazza al terzo posto nel concorso “La strategia della tensione”, organizzato da Il Tirreno in collaborazione con Carlo Lucarelli.

Mancini ha pubblicato racconti su Cronaca Vera e in alcune antologie (N.A.S.F. 3, N.A.S.F. 4 – ediz. Sample , Vamp 2008, Beast of Ghost, Letteraria 2008, Erotica 2009 – Edizioni Ferrara, Concorso in Omicidio 2 e Polpa e Colpa – Lulu.com). Ha vinto diversi premi letterari e ha ottenuto buone segnalazioni, anche se mi sono sforzato di fargli capire che non contano niente, ma tanto ci siamo passati tutti. È tra gli autori di Racconti sepolti (Il Foglio Letterario, 2009) con il racconto “Il raggio di Halloween”. Altre antologie dove compare: Stranger Love, Temptation, Sex in Noir e Ossessioni d'amore (Lulu.com) curate da mysecretdiary.it.

Alcuni suoi racconti sono stati opzionati - per pubblicazioni che dovranno avvenire in estate - da Franco Forte (per una raccolta erotica di cui faranno parte Valerio Evangelisti, Nerozzi, Arona, Baraldi e molti altri che uscirà per Delos Books), da Lele Mattana per l'antologia zombesca Pro Haiti (Il Foglio Letterario) e da Sandro Battisti per la rivista Next.

Nel maggio 2010 è uscita, per conto della milanese GDS Edizioni, la sua prima antologia dal titolo La lunga ascesa dal mare delle tenebre.

Per contatti: goldenmancho@libero.it.

Vi lascio alla lettura di due brevi racconti: un fantastico di ambientazione western che ricorda il nostro Luca Barbieri (Five Fingers) e un fantascientifico molto vicino allo stile di Lovecraft.

 

Gordiano Lupi

 

 

 

FAR WEST

 

«Ah, ah» urla il vecchio, più occupato a controllarsi alle spalle che altro.

Gli speroni, premuti sulla pancia del cavallo, gocciolano sangue e sudore.

Un cappello a cilindro lo protegge dalla palla di fuoco che sparisce e ricompare negli aloni di afa sospesi nell’etere.

Tutto intorno è deserto, piatto. Solo una borraccia da un gallone può allietargli la gola.

Sono state le storie dei pionieri sentite nei saloon a tentarlo. Ha saputo di floridi terreni da strappare agli indiani e di pezzenti da schiavizzare nell’occidente sconfinato.

Sul collo del cavallo tiene una sacca di cuoio da cui non toglie mai le mani. Deve pesare molto, lo dimostra l’andamento del mustang che avanza tenendo il collo incurvato.

È mezzodì, quando il cavallo schiuma per l’ultima volta dalla bocca. Si piega sugli anteriori, e stramazza oltre la cresta di una duna.

Le narici si dilatano e si contraggono ancora, nell’attimo in cui l’uomo si lava con generosi getti d’acqua: le mani si sono macchiate e lui non tollera averle sporche.

«Spiacente, non ne ho per te» sbuffa, sfilando una Colt dal calcio d’oro e puntandola in basso verso la testa del suo destriero. Preme il grilletto senza guardare perché lui, uomo di politica, odia la violenza.

Adesso sono gli stivali di pelle ad affondare nella sabbia, mentre la sacca inizia a scalfirne la piega della camicia.

Il vecchio cammina ingobbito, per niente intimorito dall’incombente sorgere della falce metallica e del relativo bacio polare. Deve raggiungere l’oro che lo aspetta, deve arrivare prima di tutti.

D’un tratto, però, scivola giù. Rotola per svariati metri, infine sbatte su un teschio.

Ha il volto bruciato, tuttavia non se ne preoccupa. Scava con i polpastrelli per rialzarsi, ma raccoglie solo ossa e ricade giù. Ha le gambe paralizzate dalla stanchezza, le labbra crepate dal calore.

Una brezza inizia a spazzare la polvere ed è allora che centinaia di banconote vengono strappate dalla sacca. Passano davanti al decrepito e si incastrano tra dita scheletriche affiorate da ciò che pare un cimitero sommerso.

«Io sono il sindaco di Keoma City e quelli sono tutti miei!» vaneggia l’uomo. «Non spettano a voi, sono miei!»

Intanto alcuni condor iniziano a volteggiare nel cielo cobalto, pronti a sfamare l’appetito con carne fresca.

Alla medesima ora, a svariati chilometri di distanza, a Keoma City per l’esattezza, lo sceriffo arresta un trio di messicani con precedenti per furto di ovini, accusandoli di aver rapito il sindaco e di essersi spartiti il carico di dollari frutto della tassazione pubblica.

«Se non diranno dove hanno imprigionato il sindaco, domani saranno messi alla forca dal giudice Mortimer» grida l’uomo di legge. Ad ascoltarlo c’è una folla inferocita per la scomparsa del denaro raccolto per la progettazione delle case promesse dal sindaco.

«A morte! A morte!» urlano i cittadini. Lo sceriffo fa ampi cenni di approvazione col capo, massaggiando col palmo il calcio della pistola di ordinanza che tiene allacciata, con un cordino, alla coscia destra. Nascosti nella fiumana, un manipolo di giornalisti prende nota del tutto: sono alla ricerca dei titoli più in vista per la prima pagina del giorno successivo.

L’indomani mattina, dopo un processo sommario con magistrati bramosi di vedere esplodere lampi al magnesio davanti alle loro facce, i sospettati vengono condannati senza possibilità di appello.

È appena mezzogiorno quando il primo messicano traballa sul patibolo. Il volto incappucciato, i pantaloni umidi, i polsi incatenati. Non può vedere, ma, ai suoi piedi, un gruppo di soggetti reclama giustizia: sono zombie.

 

 

 

LA CREATURA

CHE VENERAVA LA LUCE ROSSA

 

Come definire l’immensa distesa - ora calma, ora impetuosa - che nasceva e moriva oltre il piccolo orifizio scavato nel muro? E che cosa si celava superato il confine che evaporava a orizzonte, al di là del famelico azzurro?

C’era il niente? Oppure l’eldorado? O forse… la morte.

Domande prive di risposta per la creatura che scrutava nell’ignoto.

In fondo, ella conosceva il proprio mondo e tanto le bastava. Una quotidianità fatta di cortine invalicabili, di dolori fisici, di azioni ripetitive; ma anche di cibo, acqua e, in alto, una luce rossa, con una luna bianca nel mezzo, che venerava ogni mattina, quando si accendeva e ruotava da una parte all’altra della stanza.

Non le mancava nulla, perché di niente aveva cognizione.

Un giorno, però, il suo sole fu eclissato.

Sulle prime non capì: non aveva mai udito grida e detonazioni, se non nei resoconti che trapelavano dal confine del suo stato.

Poi arrivarono loro, i demoni venuti da quell’ignoto che la affascinava. Esseri che si ricoprivano di sgargianti ornamenti e masticavano gomme colorate.

Appena abbatterono il suo muro, cercò di aggredirli con le sue unghie ricurve. Scalciò e lanciò berci simili ai latrati di un cane randagio, ma fu inutile. La bloccarono e la condussero in una realtà accecante.

Fuori, carri blindati schiacciavano, sotto cingoli rugginosi, macerie e cadaveri. Scheletri di case popolari si stagliavano nel disastro, mentre fantocci, con croci uncinate cucite su divise sgualcite, alzavano le braccia al cielo.

Lei non capiva nulla di tutto questo. Era schiava di un pianeta di cui non aveva coscienza.

Fu rinchiusa in una gabbia di ferro, separata dai fratelli, ripulita con gettiti d’acqua. I nuovi arrivati ridevano nello scrutare le profonde cicatrici che le deturpavano il ventre e le iridi grigio perla che teneva sgranate per il cieco terrore.

Per il mondo era l’alba di un nuovo millennio, ma per lei, bambina rubata all’infanzia, non poteva che essere l’anno zero: l’inizio del braccio di ferro tra le stelle e le falci.


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