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Fabiano Alborghetti trova Francesca Genti 
Cercando l’oro della poesia 38
Francesca Genti
Francesca Genti 
02 Maggio 2010
 

Cercando l’oro della poesia prosegue e ricordo la scansione che guida la scelta dell’anno 2010:

La prima: voci poetiche di sole poete.

La seconda: il gemellaggio con la rubrica La voce di Gwen” in onda ogni Lunedì alle ore 20.00 su Radio Gwendalyn, poi disponibile in Podcast.

La terza: l’autrice invitata, oltre ad offrire propri testi, porterà in apertura delle poesie di un autore/autrice particolarmente caro o vicino, spiegando in poche righe il perché di questa vicinanza.

 

 

La nostra quarta e straordinaria autrice è Francesca Genti e seguirà la puntata dedicata per la rubrica LA VOCE DI GWEN, per Radio Gwendalyn di Chiasso.

 

 

LA POESIA A ME VICINO

 

Moralisti

 

Il mondo che vi pare di catene

tutto è tessuto d’armonìe profonde.

 

 

Questo distico di Sandro Penna ispira tutta la mia vita, quindi anche la mia poesia. Questi versi sono per me Legge Morale.

 

 

 

LA POESIA DI FRANCESCA GENTI

 

 

Inediti (n. 3):

 

 

NONA INFANZIA

 

ho vissuto la mia nona infanzia

al limitare dei bastioni di Precotto.

Durava quattro anni questo tempo

di eterno campo giochi-parco profughi,

filo spinato e altalene e bulloni.

Tempo di illusioni, luna rotta,

bruciature nel tessuto-firmamento.

Smisurato tempo di pianura russa

chilometri di falso movimento.

Un paesaggio bianco di macerie e cubi,

nuvole lente: dolci lamantini a mollo.

Sono andata spensierata incontro agli alberi

osservando le stagioni e il loro crollo.

 

 

QUESTA È LA SITUAZIONE

 

sono a Genova. vicino alla stazione.

davanti alla vetrina di una tabaccheria

che espone decine di peluche.

Foche piccole, normali, cerbiatti,

tigri, marmotte, mamma mucca

e i suoi vitelli, una razza, una murena.

Grandi occhi supplichevoli, fissi

di domenica infinita, eterna, incastrata.

Io sono un topo grigio, questo è il mio umore,

quello che sento, sotto il cielo di marmo grigio.

È domenica, va detto, è questo non depone

a favore di niente, soprattutto del mio umore.

Devo andarmene affanculo” penso, anzi dico

a tutti questi peluche. Mio pubblico meraviglioso.

Sì, ma dove?” penso e dico. E mi rispondo:

forse là, dietro al cassonetto, a destra del tossico

che si allaccia le scarpe, mi guarda,

cade”. Ridacchio. Lugubre: “forse dietro la lavagna.

Se andassi ancora a scuola, certamente”.

Sui binari, questa è una trovata!

un grande classico è andare affanculo sui binari”.

Il cielo è grigio marmo, io sono grigio topo,

Questa è la situazione, qui, a Genova, questa domenica,

settembre duemilanove, prima di prendere il treno.

Questa è la situazione: il diapason interno

comincia a vibrare, ad accordare me con tutto e

tutto il resto si confonde nel grigio marmo e i topi.

Sono nata dotata di questo diapason.

Dalla nascita: guance pacioccone, diapason.

E voglia, ogni tanto, di andare affanculo.

E non sapere bene dove. Non essere qui e neanche lì.

Incastrata in una domenica lunghissima, eterna,

che dura ormai da trentaquattro anni.

Non so come farla smettere. Non so come

disinnescare questo e il diapason che poi è la mia vita,

che poi è la poesia, dominata da Saturno.

Puramente malinconica, pura Luna che decresce,

cala: “guardarla è troppo bello, troppo doloroso”.

Penso, forse dico anche questo ai peluche,

e la foca, soprattutto, sembra capirmi.

Parlo forte, a voce alta, me ne frego,

(per via dell’invenzione degli auricolari).

La situazione è questa: frana l’impalcatura

dentro di me, il diapason d’argento,

la luna, la poesia, una spirale, il respiro.

Come i pianeti si mette in movimento.

Come quei suoni che fanno impazzire i cani.

 

 

L’INIZIO DELL’AUTUNNO

 

Andavano i pianeti in concrezione

nel cielo basso del primo pomeriggio:

era l’inizio, di nuovo, dell’autunno.

Munita di panino, burro e zucchero

nell’ovatta del centro della casa,

al centro della stanza mi sedevo.

Sprofondavo nel centro della stanza.

Era l’inizio, di nuovo, dell’autunno.

La fine dell’estate era sancita

dall’inizio, di nuovo, dei programmi.

La televisione emetteva vibrazioni,

i suoi colori bellissimi e ispirati

armonizzavano con l’aria frizzantina.

Era l’inizio, di nuovo, dell’autunno.

Tutto era completamente azzurro:

il cielo, le impressioni dell’estate,

la gigantesca tristezza che provavo,

i quaderni, le gomme, le matite,

il fottuto grembiule d’ordinanza.

Sprofondavo nel centro della stanza.

Davanti all’ oracolo-totem-focolare

sprofondavo nel centro del panino

lo zucchero non era per niente consolatorio.

Guardavo i miei cartoni preferiti:

un cane semi-handicappato,

adottato da un’orfana, innamorato di una gatta,

fidanzata, purtroppo, con un gatto molto grosso.

Così, per pomeriggi e pomeriggi,

stratificati, magliette tutte uguali in un armadio.

Una stupenda e sexy aliena con le corna

innamorata di un semi-debosciato,

innamorato di una gatta morta, a sua volta

innamorata del più bello della scuola,

innamorato della stupenda e sexy aliena.

Così per sempre. Nell’eterno dell’autunno

che si ripete in pomeriggi smisurati.

Un gigantesco suono di campane.

E solenni, dolorose, trascorrevano le ore.

Passi tutti uguali nei lunghi corridoi.

Si allineavano i pianeti nello spazio

formando trame delle nostre vite.

Cambiavano i compagni di banco, a giro ruzzolavano.

Nei cieli liquidi, amniotici, notturni

sfrecciavano pianeti, robot, astronavi.

Erano, questi colori, qualcosa di meraviglioso.

Soprattutto quando lottavano i robot.

L’arancione mi ha salvato dalla malinconia.

Pezzi di pianeti si staccavano, se li tiravano addosso,

anche le stelle venivano mangiate.

Così per tutti i giorni, eternamente. Andando.

Fino a che si sprofondava nell’inverno.

Le luci rinnovate del Natale, di nuovo, mi salvavano dal Male.

 

 

 

Da Poesie d’amore per ragazze kamikaze, Purple Press, 2009 (n. 3)

 

 

AVE MARIA

 

piena di grazia

di casini

di birra

di kebab

 

nascosta nella metro

esausta sotto il cielo

esausto sotto il velo

il tuo corpo-baobab.

 

Ave Maria

 

bellissimi dentini

tutti d'oro

gli anelli tutti d'oro

 

a fiori la tua gonna

a fiori il tuo bracciale

e dentro la tua pancia

il peccato originale.

 

Ave Maria

 

piena di poesia

ogni perla un verso

ogni verso vero

un boccone di traverso.

 

Ave Maria

 

bella madonnina

con i capelli rasta

e il viso bello e dolce

e i cani che ti amano

 

vicino al cassonetto

il vino rovesciato

il cuore rovesciato

dice "basta".

 

Ave Maria

 

nel tuo carrello-casa

di lumaca saggia

vicino alla stazione

 

ogni ora che passa

ogni fiocco di neve

più breve fa la strada

che porta all'ascensione.

 

Ave Maria

 

piena di poesia

ogni perla un verso

ogni verso vero

un dolore di traverso.

 

 

SPERO DI MORIRE IN PRIMAVERA

 

con un sole che ferisce e che fa male

spero di essere giovane e vitale

e morire con un gesto plateale.

 

di uno schianto pazzesco in kawasaki.

spero che quel giorno dello schianto

tu mi abbia detto delle cose amare

senza avere il tempo di farmi le tue scuse.

spero che tu viva nel rimpianto.

 

spero che l’azzurro di quel cielo

sia per te qualcosa di bestiale

un azzurro del tutto insostenibile

ancora peggio di venire al funerale:

quell’azzurro-cielo deve rimanere

 

un colore senza niente di colore

che il nero in confronto è come il sole

che riverbera sopra il sangue e le lamiere.

 

 

STAI PARLANDO CON UNA

 

che oggi ha modellato cento funghi con il DAS.

che ha passato un pomeriggio a scrivere una poesia con la

pastina al farro

su una tela dipinta di azzurro chiaro.

 

che una volta era così felice di avere passato indenne un capodanno

che si è messa a ballare per la stanza

è scivolata e si è rotta un piede

e la sua felicità – anche al pronto soccorso–non è scemata

minimamente.

che tiene una lavagna sotto il letto

dove scrive tutte le bugie che dice

a chi le dice e la data

e ogni mattina si ripassa lo schema generale.

 

che cerca di salvare i cuccioli di scarafaggio.

che mantiene sempre il patto narrativo

e così non può guardare i film dell’orrore

e neanche andare al luna park nel castello della paura.

 

che si è colorata un paio di paperine con lo spray argento

poi le ha indossate ed è uscita

e la sera a casa aveva i piedi completamente luccicanti

due stelle brillanti nella Via Lattea

e la notte non ha dormito

per paura di morire intossicata dalla vernice.

 

che (molto tempo fa) ha ucciso alcuni pulcini stringendoli

troppo forte

e ha fatto saltare la dentiera a sua nonna materna

con un “bacio con rincorsa”.

 

che se le racconti qualcosa di vagamente ripugnante

o se sente un odore troppo forte

è capace di vomitare all’istante.

 

che – grappa&vinci grappa&vinci grappa&vinci–

da sempre le piace ubriacarsi

e farsi invitare a cena

da chiunque

a ogni latitudine.

 

che la cosa di cui ha più bisogno

è l’abbraccio

la comprensione

il “sì”del mondo.

 

quindi, perfavore:

sciacquati la bocca prima di parlare.

e fammi volare. se ci riesci.

 

 

 

Da Il vero amore non ha le nocciole, Meridiano Zero, 2004 (n. 3)

 

 

SENTITI

 

sentiti ogni mattina

come Lamù del cartone animato

vivace col diritto di volare

dai capelli blu dal reggiseno tigrato.

 

mentre ti masturbi in una vasca

pensa a pensieri floreali

immaginati situazioni esagerate

combatti il retaggio culturale.

 

maciulla gentilmente di parole

chi ti vuole obbligare gentilmente

a pochi pensieri uscite accompagnate

nastri di tulle gite organizzate

al senso di colpa alla preghiera serale

all’abitudine al peccato originale.

 

 

DA QUESTA CASA

 

te ne devi andare

 

hai fatto un disastro

non puoi più restare.

 

hai fatto cadere la torta in cucina

e dialoghi troppo con le piastrelle

non devi cibarti di unghie

tu devi mangiare più vitramina.

 

sei brutta, lo sai?

 

e hai fatto una cosa schifosa:

 

sporcato il vestito

sporcate le gambe

reciso il gambo a una rosa.

 

vattene allora.

 

e porta con te le tue cose:

 

un pezzo di specchio

un pezzo di torta

un pezzo di spina

 

e un pezzo di corpo

di quand’eri bambina.

 

 

AGOSTO VENALE

 

tanti cani abbandonati

tanti sassi sui parabrezza.

 

dentro le strade piene di sole

e levigate di tristezza.

 

 

 

Francesca Genti è nata a Torino il 27 giugno 1975. Vive a Milano.

Ha pubblicato i libri Bimba Urbana (Emilio Mazzoli Editore, 2001), Il vero amore non ha le nocciole (Meridiano Zero, 2004), Il cuore delle stelle, aggiornatissimo catalogo dei maghi (Coniglio Editore, 2007), Poesie d'amore per ragazze kamikaze (Purple Press, 2009).

Sue poesie e racconti sono presenti in numerose antologie italiane e straniere.

Oltre alla poesia, realizza lavori di arte visiva e libri d'artista, l'ultimo dei quali si intitola Sotto Botta (2009).

Collabora in qualità di paroliera con vari gruppi musicali (suo il testo della canzone “Dark Room”, nell'album Amen, grande successo dei Baustelle).

Con la poetessa Anna Lamberti Bocconi organizza la rassegna poetica “I giovedì di Sud”.

 

 

Fabiano Alborghetti


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Dir. responsabile Enea Sansi - Reg. Trib. Sondrio n. 208 del 21/12/1989 - ISSN 1124-1276 - R.O.C. N. 24762 LABOS Editrice
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