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Fabio Barcellandi trova Alessandro Assiri 
Cercando l'oro 34
Alessandro Assiri
Alessandro Assiri 
03 Dicembre 2009
 

Sono lieto di essere coinvolto dalla Redazione di Tf nella ricerca dell’oro poetico. Provo entusiasmo contribuendo ad allargare questa vena aurifera on line. Credo sia emozionante, nonché magico, sapere che [ci] sono in mezzo a noi, uno di noi. Ebbene, scopriamoli [insieme]…vivi [e vegeti]! Loro, i poeti, l’oro della poesia.

 

Mi allontano dall’Helldorado che ha nome Genova, per per/seguire le vie che da Bologna conducono in Trentino e alla Verona in cui ubiquo vive il poeta Alessandro Assiri.

Come sempre «e come anche accadrà nelle puntate a venire, lo spazio è per la sola voce dell’autore, autore a nudo e senza la mediazione della domanda, autore lanciato nel vuoto e che arriva a noi per mezzo di una autopresentazione, cui seguirà una scelta di testi [editi e inediti] e solo in ultimo una breve nota bio-bibliografia». (FB)

 

 

 

AUTOPRESENTAZIONE in forma di vocazione
di
Alessandro Assiri

 

Ogni forma di scrittura risponde a gesti per chiedere ragioni delle cose e probabilmente per questo ogni scrittore è sospettato di arrivare da una sorta di collasso nervoso.

Dovremmo smettere di firmare le opere, come se dovessimo rivendicarne nefandezze confuse da paternità.

Usiamo solo parole provenienti da un'immaginazione a fiato corto.

Viviamo in una balbuzia ontologica, che ci consente solo frammenti,* per metterci al sicuro li chiamiamo dettagli.

Il linguaggio è un microcosmo dell'infelicità, l'atto più impuro di cui è costituita l'arte.

Assiri è ancora troppo vile per tacere, per il silenzio ci vuole vocazione.

 

 

Testi editi

*Frammenti da Quaderni dell’impostura, Lieto Colle 2008:

 

Sembra sempre mi rivolga ad altri, anche quando tento solo

di riconoscermi, di restare solo con la mia povertà, tentando di

trasformare in dialogo il melodramma di un monologo. Detesto

essere immediatamente fruibile, mi dissocia dal mistero… e

tutto quello che di me posso raccogliere non è detto che lo debba

distribuire. Questa frenesia del concedersi percuote lo spazio,

inondandolo di passioni tristi.

 

C’è uno strano senso nella fedeltà, un ancoraggio a un’incertezza,

un’apparizione timida di speranza. Sentirsi attratti dal rimanere

crea una sorta di permanenza e l’attenuarsi della distanza passa in

ogni istante, dove il crederci è il primo pensiero.

 

e penso a ogni madre che ha imbellettato un fiocco, che ha

stretto al cuore un amore e separandosi dall’orgoglio ha accennato

una carezza, così lieve perché non sembrasse un saluto.

 

Non ho mai fatto altro che parentesi e se mi chiedo dove ho

parlato di me, mi riscopro solo nelle attese. Questo sommarsi di

cose annoia il mio mondo, lo inquina di magagne e dissapori, ho

poca voglia di starlo a guardare e allora scrivere diventa un esilio,

lettere dal fronte, terra secca, sudore di trincea… poi laggiù dove

scorgo il nemico, ma non oso sparare, dove si annida la vita, ma

sono incapace di andare.

 

Solo se esistono parole che descrivono l’altro la scrittura sopravvive.

La mancanza di significato deriva da uno svuotamento interno

dell’alterità. Lavorare con gli scarti è gestire sapientemente il

residuo, io non sono capace, rigetto troppo facilmente. Ho una

scrittura di ripiego, fatta di dettagli di descrizioni in frammenti,

diluisco lo spaesamento, sminuisco l’orrore. L’inabilità

dell’attuale costringe l’immaginario a fabbricare mondi, ma spesso

creiamo universi disabitati solo per esasperare solitudini.

e muoiono così le parole che non sono dirette, in questo fiorire

costante di insignificanza, di inutilità, che chiama relazioni dibattiti

claustrofobici e cultura le chiacchiere da talk show.

 

Ogni lettura è una parola postuma. Una traccia dislocata di

un’assenza quasi certa. Si stringe negli occhi e nelle mani una

lontananza molto prima che un’incomprensione. La consapevolezza

di stabilire distanza è un danno alla mia necessità di sopravvivere

che la scrittura rappresenta. Da questo groviglio inestricabile mi

soffermo a osservare le cose, senza pretese con l’umiltà d’imparare,

incuriosito da una trama senza riscatto, da un’apparenza di vita.

 

Tutto è compiuto”mi è sempre sembrata una stronzata, come il

qui e ora” che è l’eccesso di un presente che non si ha il tempo

di assaporare. Nel presente totale ho una nostalgia degli assenti, e

nel totalmente realizzato cerco quello che mi manca.

 

questa ostinata ricerca dell’approdo, questo contorno di terra

che emerge dall’ansia.

Quale arte esiste senza migrazione, se l’immaginario è saturo

come distinguere un turista da un profugo? L’essenza del viaggio

è lo smarrimento, il procedere sbandando senza portare a casa il

ricordo, concedere all’oblio la capacità di liberare spazio. Sono

troppo ostile all’arte che trattiene, evidenzia troppa differenza tra

l’esperienza e la distanza.

 

Non si incontra più nessuno a malapena ci si sfiora, vittime di

un riconoscimento mancato vediamo solo il nemico. Assaporiamo

i travestimenti che giustificano la nostra etica e aspiriamo a una

salvezza per procura. Abitiamo luoghi della mente con la pretesa di

abitarne gli spazi e vomitiamo parole per assenza di interlocutori. Il

respiro colloso dell’inutilità ci tiene invischiati all’effimero e a ogni

cosa che scambiamo per indispensabile. Mendichiamo certezze

per ricevere compromessi, rifugiandoci in quello che crediamo di

contenere, ma possiamo solo limitare.

 

Se avverrà sarà in una pausa della differenza, in quel territorio

strano dove non ci sono incontri, ma solo relazioni, dove non ci si

distingue, ma ci si affida con quel po’ di tenerezza che dovrebbe

farci compagnia.

 

C’è un tempo per tutto. Mi siedo, lo aspetto. Potrei giocare con le

dita, trastullarmi di parole e magari ci provo mettendomi comodo.

Qualche lettera di meno e più aria alla stanza. C’è un tempo per

tutto, ma questo non viene…

 

[…] Tenevo stretto un pomeriggio interminabile, dove

l’afa spadroneggiava sopra quei timidi esercizi di stile, sopra le

occhiate furtive ai valori stravolti di due opere coeve. Aggrottando

la fronte mi sforzavo di mostrare un interesse per tutta quella

contemporaneità mancata, per quell’esser stato dietro fosse sol di

quattro passi.

 

[…] L’energia quella delle

opere migliori, che prima di nutrirle bisogna meritarle.

 

È tutto così come questo soffio di vita, questa manciata di

aspirazioni, che non sono ancora desideri, perché troppo in

superficie

dove tutto è figlio di un inverno rigido, come un pensiero ossidato

o questo racconto incompiuto dai passi incerti, un amore scivolato

come una coperta dalle spalle.

Ogni pentimento è il residuo di un’incapacità al quale assisto con

tutta la stanchezza

e allora mi dolgo di non averti riconosciuto padre, per l’impossibilità

di rammentarmi le origini

se non sappiamo essere figli, non sappiamo essere uomini.

 

stavo lì con la presunzione di occuparmi di letteratura in attesa

di qualcosa che assomigliasse a un’ispirazione, ascoltavo i miei

inquilini bussare, reclamare istanze spesso giustificate.

Chi progetta un viaggio ne immagina il ritorno, io vivo circoscritto

da ansie di partenze e per placarmi l’anima, allargo l’orizzonte con

briciole della mia intimità.

In questo tempo che non sconta niente, tra gli anni di piombo e

quelli di merda, attendo di invecchiare, con quella nostalgia da

tabloid e quell’odore di ciclostile, che ci rammenta che già allora

fotocopiammo sogni.

 

Ignoro i finali, amo troppo le trame per occuparmene, tendo a

scavalcarli rapito da un nuovo intreccio. Mi fa comunque sorridere

il completo disinteresse per l’epilogo, quasi soffrissi di un delirio

da premessa, forse perché vivo di abbozzi, di spezzoni incompiuti

e di buona sorte presa in prestito da qualche eroe di carta, che ho

instradato oggi e già dimenticato domani.

 

Non voglio conoscere… quello è un problema della lontananza.

Vorrei solo dirlo con parole semplici, ma quello è un problema

mio e di questi scarabocchi… non c’è più divertimento, non sbava

nemmeno più l’inchiostro e manca così tanto invece a questo narrare

perfetto… proprio oggi che pizzicava sulla lingua e sbocciava dalle

dita, avrei solo dovuto lasciare andare, ma sono così esposto che

riesco solo a trattenere.

 

Avrei voluto indossare qualcosa di consono, che fosse un filo più

adatto, non certo l’abito della festa, ma nemmeno presentarmi così

disadorno di parole. Sa il cielo, e qualcun altro forse, quanto ci

tenevo, ma è sempre così, è nell’essenza dei progetti morire un

poco prima.

Coltivo qualche scusa e mi adombro un filo, asciugo le mani, cerco

un bicchiere, travalico un istante d’imbarazzo e subito mi scuoto

inventando qualche avverbio.

 

Restavo in disparte a pochi passi dallo scontro, sentivo tra le dita

il fremito della battaglia, l’ansia e l’isteria che soffocano il grido,

affilavo parole, aggettivi taglienti da gettare nella mischia.

è solo il timore di arrivare impreparato che ti fa raccattare

appunti e note, l’affanno del ritardo in cui fantastichi scuse e quel

fiato corto, quel sobbalzo a ogni perché…

Ogni angolo va bene per nascondere la paura che ogni affermazione

sia un sintomo, che ogni passo sia un distacco, che ogni forse sia

dubbio.

 

Vantiamo contaminazioni per un’arte imballata d’insufficienza,

l’unica cosa di cui siamo infetti è questo pressapochismo del

dire, quest’arroganza dello spacciare per universale un’intimità

mediocre.

 

Tentiamo installazioni, come se rinnovassimo un collage di idee

melense e l’incapacità di staccarci da questo ci rende lamentosi,

piagnucolanti e l’insignificanza che prima era rifugio, diventa

referenza. Che orrore. Abbiamo venduto l’anima al niente, il

peggiore dei demoni, novelli Faust urbani cantori di spauracchi

non siamo più credibili nemmeno parlando addosso ai nostri incubi.

Facciamo una letteratura da diario scolastico tra un’invenzione e

una bugia, dove la sede di lettura è l’aperitivo delle sei.

 

Spezzare i legami è volersi imprigionati. Schiavizzarsi al tentativo

di dimenticare la violenza del recidere. Non due dita di distanza,

ma essere le proprie lacune, ne ho le palle piene della letteratura

del distacco, del dissociarsi dall’evento, del chiacchiericcio in

lontananza

 

[…] che senso ha disperarsi, come l’impotenza dei poveri per la

nullità del cambiamento, come la miseria racchiusa nel tentativo

ridicolo di sostituire il provvisorio con il temporaneo. Siamo malati

di un disgusto che non riusciamo a rigettare, riempiamo fogli,

imbrattiamo tele ed è questa l’unica cosa da spiegare.

 

A sparire destinato

in procinto d’orizzonte

un punto piccolino che prima era una nave

singolo movimento di avvenute circostanze

nessuna magia solo poche parole in corsivo, una nota per dovere,

la scomparsa dell’autore

 

Ogni tentativo di allargare l’orizzonte, di dilatare uno spazio è un

alibi per rimanere. Io ho un universo circoscritto da passioni brevi,

il corto raggio dell’ultimo autobus, che penetra le mura sgretolate

di questa città piovosa.

e tutte le  volte che ho gridato: vado, per non sapere dire andiamo,

avrei solo voluto sentirmi dire: resta.

 

Ovvero è sempre poco il tempo per guarire…

da questa brevità da aforismi che scuote chi mi chiede romanzi,

ma che ci posso fare, non ho la duttilità di perdonare i miei

personaggi e non riesco per loro a inventare nuove bugie.

Potrei rivestire qualcuno di dubbi e mandarlo a fare quattro passi sul

mio senso di colpa, ma mi sentirei complice di un’ennesima efferatezza

letteraria e tedierei tutti con un genere ritrito, ma allora che faccio?

Attendo un finale a sorpresa, che mi faccia sentire all’altezza di un

autore da dimenticare, oppure mi addormento ancora, in questa

incertezza e disordine e provo a tirare le file dei sogni.

 

Ogni esistenza è ricevuta. Nonostante questo noi sentiamo l’altro

a partire da una solitudine. È una falsa partenza, che genera solo

opinioni ma non idee.

Esistono solo se anche tu sei lì; non come ombra, non come specchio,

ma come soggetto al quale posso rivolgermi. Sono se tu sei, se mi

permetti di essere, se vuoi che io sia.

Per cercare di comprendere ciò che non è simile a noi è necessario

una fuoriuscita, un andare verso il limite per sporgersi al di là. Nel

riconoscimento dell’altro non ci si può esimere dall’addentrarsi,

una sorta di penetrazione, che conduce all’incontro con se stessi.

Dove “tu” vuol dire essere all’interno, dove possono generarsi solo

due sentimenti amore o invidia.

 

 

Testi inediti

 

Ringrazio Alessandro Assiri per la fiducia e l’onore concessi affidandomi i seguenti testi inediti che compongono “La stanza delle poche righe”, nucleo di un futuro lavoro che nella prossima estate 2010 vedrà la luce delle stampe per LietoColle:

 

 

 

ma qui lo sai non ci si salva

si appare solo all’improvviso

non ci si aiuta, si segue la voce

come inquilini d’inverno

 

divenire è per un attimo confondersi

succubi d’inchiostro

appoggiarsi all’infrangibile.

 

 

 

le parole gettate

rimangono sospese

un attimo nell’aria

poi muoiono

precipitando

 

 

 

Si affrettava il passo e sembrava si spostasse,

l’unico spazio che all’uomo è concesso

tutto quel vuoto che manca all’adesso

 

ho seminato parole che non sanno tornare

dimmi cosa c’è tra questo nulla e me

 

 

 

Di stanza in stanza

così divento casa

al plurale immaginando

mattone su mattone

costruire lontananza

con la calce dell’addio.

 

 

 

Stabilisce prima il tuo nome

Questa gente di penombra

 

In fondo a te c’è un pressappoco,

come un forse nelle vene

o un venerdì di nuovo

 

e dove si rovista per cercarsi

si accumula la carta

 

 

 

anniversario degli oggetti

condannati a esser densi

come noi che sorridiamo

tra le radici e le stelle

attraversando un silenzio

 

in quei palazzi invernali

dove ancora oggi

si raffreddano le stelle

77 reticenze

e io non posso entrare

 

 

*

 

Alessandro Assiri nasce nel 1962 a Bologna, risiede da molti anni in Trentino.

Con Aletti Editore pubblica nel 2004 Morgana e le nuvole e nel 2006 Il giardino dei pensieri recisi raccolta in prosa poetica con prefazione di Paolo Ruffilli, finalista al Montano XXII Edizione.

Con Lieto Colle pubblica Modulazione dell’empietà nel 2007 e Quaderni dell’impostura, il suo ultimo lavoro nel giugno del 2008, corredato da fotografie di Massimo Saretta con note critiche di Chiara de Luca e Alberto Mori.

Anche questi segnalati al premio Lorenzo Montano XXI/XXIII Edizione, e in altre manifestazioni.

Nel novembre 2008 pubblica, con Chiara De Luca, per Fara Editore, la silloge Sui passi per non rimanere.

Co-curatore del progetto “Poeti a Nord-Est” che si occupa di creare sinergie tra artisti prevalentemente del territorio e di portare la parola poetica all’interno delle scuole, con seminari e dibattiti. Fa parte della redazione della neo-nata Kolibris Edizioni e del comitato di redazione di Opera Prima. Collabora inoltre con altre riviste sia cartacee che telematiche.

Promotore del Festival “Terzolas in poesia” ed altri eventi letterari. Gestisce un frequentato blog di poesia: www.lettereanessuno.splinder.com e ritorna a dipingere dopo anni di assenza dalle tele.


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