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Da Wilbur Smith al leone Cecil: le aree protette in Africa 
di Simone De Andreis
26 Aprile 2016
 

L'uccisione del leone Cecil avvenuta nell’estate 2015 in Zimbabwe,1 ha fatto tornare d'urgenza la riflessione sulla conservazione del paesaggio naturale e di tutte le specie viventi che lo abitano. Wilbur Smith, nel libro A Sparrow Falls,2 inserisce in una trama ricca di avventure e di splendide descrizioni naturalistiche e geografiche, il tema della creazione di un'area protetta presso il Passo Chaka. La narrazione degli eventi si svolge nell'immediato primo dopo guerra, per cui in un'epoca ancora coloniale. Geograficamente l'area del Passo Chaka è un'invenzione letteraria dell'autore zambiano, ma corrisponde al territorio dello Zululand nella provincia del KwaZulu-Natal in Sudafrica, dove sono presenti numerose aree protette, come per esempio Pongola nel cuore del Kwazulu-Natal a poco distanza dalle montagne Lebombo e dal lago Jozini. Il KwaZulu-Natal è una provincia del Sudafrica, con capitale Pietermaritzburg. Si trova nella parte sudorientale del Paese, confina con tre Stati sovrani (Mozambico e Swaziland a nordest, Lesotho a sudovest) e tre province sudafricane (Mpumalanga a nord, Free State a ovest e Capo Orientale a sudovest). È la provincia più popolosa del Sudafrica. La città più grande, Durban, è la seconda città del Sudafrica per numero di abitanti dopo Johannesburg.

La provincia di KwaZulu-Natal, i cui confini corrispondono a quelli della precedente repubblica boera di Natalia, venne istituita nel 1994, unificando il bantustan di KwaZulu (in lingua zulu “terra degli zulu”) e la provincia di Natal (“Natale” in portoghese). Il nome le fu dato da Vasco da Gama che giunse per primo sulla coste orientali del Sudafrica il 25 dicembre 1497.

Il KwaZulu-Natal è la più umida delle province sudafricane, e una delle zone più verdi, fertili e ricche di acqua, e ciò ha reso possibile lo sviluppo di un ecosistema particolarmente ricco.

Per ripercorrere e comprendere la nascita dei parchi naturali in Africa si farà riferimento ad uno studio condotto da Brian King del Dipartimento di Geografia della Pennsylvania State University.3

L'Africa sub-sahariana è stata oggetto di pianificazione ai fini della conservazione fin dall'epoca della colonizzazione. Infatti le autorità coloniali iniziarono ad istituire parchi nazionali allo scopo principale di creare riserve di caccia a fini turistici, arrivando anche a sfrattare con la forza le popolazioni indigene (Adams e McShane 1992; Adams e Mulligan 2003; Anderson e Grove 1987; Beinart 1989; Carruthers 1995; Grove 1992 1995; re 2007; Neumann 1998; Schroeder 1999). L'istituzione del Parco Nazionale di Yellowstone negli Stati Uniti ha segnato l'inizio di un movimento che avrebbe tentato di unire la conservazione della natura con lo sviluppo economico.

Yellowstone ha rappresentato un grande esperimento del suo tempo: creato nel 1872 come il primo parco nazionale al mondo, è stato posto sotto la gestione del governo federale con l'obiettivo di generare investimenti e turismo nell'ovest americano. I confini del parco sono stati elaborati intorno alle caratteristiche geologiche della zona, tra cui le sorgenti calde e i geyser che si credeva avrebbero attirato turisti nella regione (Nash 1967; Sellars, 1997). Anche la creazione di Yellowstone, come quella di altri parchi nazionali, ha comportato la migrazione forzata di popolazioni di nativi americani che dipendevano da questi territori per la loro sopravvivenza (Burnham 2000; Neumann 2004).

Anche se i parchi nazionali sono spesso visti come esclusiva conservazione della natura, in realtà la loro creazione e la loro gestione resta un affare decisamente politico. Il punto importante da sottolineare è che Yellowstone ha rappresentato l'inizio di un approccio di conservazione che si sarebbe poi diffuso a livello globale. A causa del colonialismo e dell'aumento dello sviluppo sostenibile, i parchi nazionali si sono successivamente diffusi in tutto il mondo, rafforzando così la separazione delle popolazioni umane dalla natura pur essendo giustificata come mezzo per generare sviluppo economico. Sebbene il colonialismo sia stato fondamentale ai fini della creazione dei parchi nazionali in alcune parti dell'Africa sub-sahariana (Adams e Mulligan 2003), la decolonizzazione del mondo in via di sviluppo ha ulteriormente ampliato la pianificazione della conservazione. L'ascesa dello sviluppo sostenibile come paradigma guida per la conservazione globale, insieme con crescenti preoccupazioni in merito alla perdita di biodiversità, ha generato una crescita dei parchi nazionali e delle aree protette in tutto il mondo. A riprova di ciò, tra il 1900 e il 1949, meno di 600 aree protette sono state istituite in tutto il mondo, ma tra il 1950 e il 1999 il numero è cresciuto a quasi 3.000, di cui 1.300 sono state fondate solo nel 1970 (Reid e Miller 1989; citato in Ghimire 1994). La World Conservation Union (IUCN) ha suddiviso le aree protette in: riserva naturale integrale, area selvaggia, parco nazionale, monumento naturale, area di conservazione di Habitat/Specie, paesaggio terrestre/marino protetto, area protetta per la gestione sostenibile delle risorse. Dopo quasi cinquant'anni dall'indipendenza di gran parte dell'Africa sub-sahariana, che cosa si dovrebbe fare di queste aree geografiche protette? Sono efficaci per proteggere la fauna selvatica e i paesaggi naturali? Sostengono lo sviluppo economico? Quali sono le modalità più efficaci ed etiche per conservare la natura nel ventunesimo secolo?

Queste domande hanno guidato decenni di ricerche da parte degli scienziati naturali e sociali interessati alla tutela della biodiversità e a generare benefici economici per le popolazioni umane. Una sfida centrale per la conservazione globale è fare in modo che le regioni che si ritiene abbiano il più alto tasso di biodiversità coincidano con le popolazioni umane che mostrano alti tassi di povertà socio-economica. In questo modo sarà possibile salvaguardare la natura e favorire lo sviluppo economico e sociale delle popolazioni autoctone, evitando la distruzione del paesaggio naturale per far spazio ad esempio a monocolture intensive. Lo stesso Wilbur Smith, nel testo citato, descrive con letteraria efficaci gli effetti delle coltivazioni coloniali, per esempio la canna da zucchero, sullo splendido territorio del Natal.

Spesso i parchi nazionali sono stati etichettati come una sorta di “conservazione fortezza”, in quanto separano, talvolta, le popolazioni economicamente impoverite dalla fauna selvatica, a beneficio di programmi di conservazione esterni. Come a Yellowstone dove si è operata una separazione dei nativi americani dal territorio, gli africani indigeni sono stati esclusi da molti territori che concorrevano a soddisfare i loro bisogni sociali, culturali ed economici, nel nome della creazione di parchi naturali. Questo ha comprensibilmente provocato lo sviluppo di un risentimento contro la conservazione e la gestione delle risorse naturali.

Un risultato di queste critiche è stata la creazione di strategie di community conservation, che cercano pertanto di integrare i bisogni di sussistenza locali con la protezione naturalistica, in un'ottica di gestione partecipativa. Questa strategia di conservazione non è comunque esente da critiche, infatti un certo numero di autori, per esempio McShane (2003), hanno contestato la validità del metodo, affermando che o non supporta lo sviluppo economico per le popolazioni locali o non raggiunge esiti di conservazione efficaci.

Un altro fenomeno, in merito alla creazione di parchi naturali, riguarda la recente crescita dei progetti di conservazione transfrontaliera, chiamati Peace Parks (parchi della pace), in particolare in Africa sub-sahariana, che hanno sollevato interrogativi sul futuro della conservazione partecipata e dei modi più efficaci per proteggere la biodiversità nel ventunesimo secolo (Duffy 1997; King e Wilcox 2008; Ramutsindela 2007; Wolmer 2003).

Brian King, con il suo studio citato in precedenza, sottolinea l'importanza della riflessione in merito a tre modelli di conservazione: il parco nazionale, la community conservation e la conservazione transfrontaliera. Questi approcci non dovrebbero essere considerati come escludenti a vicenda e rappresentano importanti traiettorie per la pianificazione della conservazione in Africa sub-sahariana e in altre parti del mondo in via di sviluppo.

 

Il Parco Nazionale: dai Game Park coloniali ai Progetti di Sviluppo

L'istituzione dei parchi nazionali in Africa sub-sahariana ha comportato dunque una lunga storia, che inizia, come già osservato, con il colonialismo. Alcuni dei primi parchi nazionali, tra cui il Kruger in Sudafrica, hanno la loro origine a seguito dell’espansione europea nel continente con un impatto notevole sul controllo locale delle risorse naturali e del territorio (Carruthers, 1995).

Attingendo dal lavoro di Grove (1992, 1995), Adams (2003) mette in guardia dal considerare tale fenomeno in termini omogenei, anche se non mancano le somiglianze in tutto il mondo coloniale. Neumann (1995) afferma che attraverso il colonialismo, la tradizione paesaggistica inglese è stata trasportata in Africa orientale e meridionale. In Tanzania per esempio, gli sforzi britannici di preservare la natura nei parchi nazionali hanno coinciso con gli sforzi per intensificare la produzione agricola nel territorio; sviluppare la natura pertanto, piuttosto che conservarla. Questi due processi, conservazione e sviluppo, sono stati segregati spazialmente, ma hanno proseguito il proprio sviluppo in contemporanea. Passaggio agrario e paesaggio naturale, dunque, hanno occupato gli interessi dei colonizzatori bianchi.

Nel suo libro, Neumann4 (1998) sostiene che gli amministratori coloniali in Africa orientale hanno applicato i sistemi di gestione territoriale dell'Inghilterra rurale, in particolare per quanto concerne la custodia dei beni comuni, istituendo forzatamente i diritti di proprietà in Africa. L'accesso al territorio e alla fauna selvatica, che tradizionalmente era stato consentito alle popolazioni locali, sono diventati terreni di conflitto sociale tra le autorità coloniali e i gruppi indigeni. Anderson e Grove (1987) spiegano che gli europei hanno percepito l'Africa come un Eden, piuttosto che un ambiente complesso e mutevole. Gli scritti di Elspeth Huxley,5 Ernest Hemingway6 e Karen Blixen7 esemplificano la visione dell'Africa, al pari di una cornice ideale per trovare un'armonia perduta con il mondo naturale. Anderson e Grove (1987, 4) ritengono pertanto che la conservazione in Africa, definita ed esercitata dagli europei, è stata diretta a sostenere l'immagine dell'Africa, che fa parte di una mitologia tutta europea. La transizione verso l'era postcoloniale ha ampliato, piuttosto che ridotto, il controllo dei paesaggi e delle popolazioni locali ad opera di attori esterni. La ricerca geografica sull'espansione della conservazione in Africa ha avuto la tendenza a concentrarsi sul ruolo dello stato nella classificazione e nel controllo delle risorse naturali e del territorio. Gli stati affermano che la costruzione di parchi nazionali è parte dell'interesse nazionale, che richiede il sequestro di terreni a beneficio pubblico.

Neumann (2004) sostiene che la costruzione dei parchi nazionali e di altre aree protette sia servita anche come meccanismo per la formazione dello stato stesso, dal momento che ha permesso di esercitare un controllo sulla società e lo spazio.

La crescita dello sviluppo sostenibile ha svolto un ruolo centrale nell'espansione dei parchi nazionali in tutto il mondo in via di sviluppo, in quanto questi spazi sono presentati come settori chiave della tutela della biodiversità in grado di generare contemporaneamente lo sviluppo economico attraverso investimenti e il turismo (Adams 2001; King 2007).

Lo sviluppo sostenibile, che è comunemente definito come il soddisfacimento dei bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni (World Commission on Environment and Development -WCED- 1987), ha sottolineato che lo sviluppo economico locale può verificarsi in associazione con la conservazione della natura (King 2004). Il turismo naturale, o ecoturismo, rappresenta un settore in rapida crescita nell'industria turistica di molte nazioni del Terzo Mondo.

L'International Ecotourism Society definisce l'ecoturismo come il turismo responsabile in aree naturali, volto alla protezione dell'ambiente e al sostentamento del benessere delle popolazioni locali. Ciò comporta i seguenti principi: basso impatto ambientale, sviluppo di una coscienza ambientale e culturale, generazione di benefici economici per la conservazione e il sostegno dei diritti umani e dei movimenti democratici (Miele, 1999). I parchi nazionali in Kenya, Botswana, Sudafrica, Tanzania e altri Paesi africani sono visti come una componente centrale nel soddisfare il duplice obiettivo della protezione della natura, sostenendo anche lo sviluppo economico attraverso l'ecoturismo.

Eppure permane l'interrogativo etico in merito alla separazione delle persone dal territorio a cui hanno avuto accesso tradizionalmente.

Che cosa dovrebbe essere detto al pastore Maasai in Tanzania che viene sfrattato con la forza dalla Ngorongoro Conservation Area Authority mentre lodge di lusso vengono costruiti lungo il bordo del cratere di Ngorongoro? O per i residenti di uno degli ex bantustan8 sudafricani che vivono vicino al Kruger National Park, un parco che si è espanso per mezzo anche dello sgombero forzato delle generazioni precedenti?

 

Community conservation

Le preoccupazioni in merito agli impatti etici ed economici delle aree protette hanno generato un interesse per iniziative di community conservation che cercano di includere la partecipazione locale nella gestione delle risorse naturali. Questo è stato rafforzato dalla teoria dello sviluppo sostenibile che suggerisce che lo sviluppo economico e la conservazione delle risorse naturali sono obiettivi compatibili. La World Conservation Strategy del 1980 sottolinea l'importanza che la conservazione e lo sviluppo debbano essere collegati (Adams 2001). Come Adams (2001, 68) delinea, la World Conservation Strategy ha sostenuto che il conflitto tra conservazione e sviluppo potrebbe essere evitato se la conservazione e lo sviluppo fossero integrati in ogni fase della pianificazione. In una revisione della community conservation in Africa, Hulme e Murphree (2001), definiscono l'approccio come basato su principi e pratiche che sostengono che gli obiettivi di conservazione devono essere perseguiti da strategie che enfatizzano il ruolo dei residenti locali nel processo decisionale sulle risorse naturali.

Barrow e Murphree (2001), sostengono che la community conservation comprende tre tipi principali: l'area protetta di sensibilizzazione, la gestione collaborativa, e la conservazione su base comunitaria. La prima coinvolge i modelli tradizionali di conservazione, ma anche le relazioni con le comunità locali attraverso l'istruzione e la pianificazione locale.

La gestione collaborativa tenta di creare accordi tra le comunità locali e le autorità di conservazione al fine di negoziare l'accesso alle risorse che sono sotto una qualche forma di autorità statutaria. Infine, la conservazione su base comunitaria opera verso la gestione sostenibile delle risorse naturali, attraverso la devoluzione del controllo di gestione alle comunità locali.

Due esempi di community conservation, che hanno comportato un grande sforzo di ricerca e di attenzione da parte delle popolazioni coinvolte, sono le riserve estrattive e il Communal Areas Management Programme for Indigenous Resources (CAMPFIRE) in Zimbabwe. Le riserve estrattive sono aree che sono state sottratte all'utilizzo degli allevatori di bestiame, dei taglialegna e agli impianti di estrazione internazionale, pur consentendo alle popolazioni indigene di raccogliere risorse per la produzione di mezzi di sussistenza. Il programma CAMPFIRE è stato istituito nel 1989 per consentire ai titolari delle proprietà private di rivendicare anche la proprietà della fauna selvatica sulla loro terra, consentendo così loro di partecipare alla gestione della salvaguardia naturalistica.

Il programma è stato elaborato dal Government’s Department of National Parks and Wildlife Management (DNPWM) al fine di decentrare l’autorità decisionale sulle risorse di proprietà comune (CPRS) alle comunità locali con l'intento di generare incentivi a partecipare alla conservazione delle risorse (Martin 1986; citato in Murombedzi 1991). L'interesse per CAMPFIRE ha spinto altri governi africani, tra cui quelli di Botswana e del Sudafrica, a perseguire strategie simili. Anche i sostenitori della community conservation sono stati tacciati di eccessivo idealismo e romanticismo, al pari dei sostenitori dei parchi naturali. Agrawal e Gibson (1999, 633) sostengono che la visione di piccole comunità integrate con norme e regole a livello locale per gestire le risorse in modo sostenibile ed equo sia etica, ma non sempre perseguibile. Infatti anche se la community conservation implica la partecipazione dei membri della comunità nei processi decisionali, ciò non significa necessariamente la cancellazione di conflitti o tensioni esistenti.

 

La conservazione transfrontaliera: i parchi della pace in Sudafrica

Una caratteristica delle aree da proteggere è che sono state tracciate indipendentemente dai confini politici. La conservazione transfrontaliera coinvolge aree territoriali appartenenti a più Paesi e sono spesso definite attorno a parchi nazionali esistenti adiacenti ai confini politici. Poiché coinvolgono un certo grado di gestione congiunta, queste aree sono anche conosciuti come parchi della pace (Ali 2007; Duffy 1997 2001), in gran parte promossi da organizzazioni non statali come la Peace Parks Foundation in Sudafrica (cfr. Ramutsindela 2007).

Il primo parco della pace è stato creato nel 1932 dalla fusione del Glacier National Park negli Stati Uniti con il Waterton Lakes National Park in Canada. Come nel caso di Yellowstone, questo non ha prodotto inizialmente una rapida crescita delle aree protette transfrontaliere; tuttavia l'andamento è cambiato negli ultimi decenni, ed ora i parchi della pace sono in numero sempre crescente. La prima area protetta transfrontaliera in Sudafrica è stato il Kgalagadi Transfrontier Park, che è stato creato nel 2000 dalla fusione di territorio in Botswana e Sudafrica. A seguito di tale iniziativa, altre aree sono state stabilite tra cui il Great Limpopo Transfrontier Park, l'Ais-Ais/Richtersveld Transfrontier Park, e il Limpopo Transfrontier-Shashe Conservation Area (Ramutsindela 2007). Nel 2006, i governi di Namibia, Angola, Zambia, Botswana e Zimbabwe hanno firmato un memorandum d'intesa per creare il Kavango-Zambesi Transfrontier Conservation Area. Questo accordo è stato lodato dalla Peace Parks Foundation in quanto collega l'area selvaggia alle zone umide e alla fauna selvatica nella regione dell'Africa meridionale (Peace Parks Foundation 2009a).

Il Great Limpopo Transfrontier Park è stato annunciato nel 2000 dalla fusione del Kruger National Park in Sudafrica con il Gonarezhou National Park nello Zimbabwe e il Limpopo National Park in Mozambico.

Una giustificazione per i parchi della pace è il loro potenziale nel sostenere la costruzione della pace tra i Paesi di partenariato. La Peace Parks Foundation, assieme ad altre agenzie che sostengono queste iniziative, hanno affermato che la conservazione transfrontaliera può servire come un meccanismo di collaborazione internazionale.

Infatti la Peace Parks Foundation (2009b) afferma:

I parchi della pace incarnano l'armonia tra uomo e natura, utilizzando le risorse per creare prosperità. Quando questo accade, la pace di solito prevale, così come la stabilità economica, altro elemento fondamentale di pace. Inoltre, la gestione congiunta delle risorse naturali comporta la protezione di queste risorse che, a loro volta, creano opportunità di lavoro per le persone che vivono in queste zone.

Come nel caso dei parchi nazionali e la conservazione comunitaria, i Peace Parks possono produrre indubbi benefici economici ed ecologici, ma la loro istituzione e il loro mantenimento rimangono temi prettamente politici.

 

 

1 Cfr. B. C. Howard, Killing of Cecil the Lion Sparks Debate Over Trophy Hunts, Nationalgeographic.com.

2 W. Smith, A Sparrow falls, Pan; Reprints edition October 2012.

3 Brian King, Conservation Geographies in Sub-Saharan Africa: The Politics of National Parks, Community Conservation and Peace Parks, Blackwell Publishing Ltd, 2009.

4 R. P. Neumann, Imposing wilderness: struggles over livelihood and nature preservation in Africa. Berkeley University of California Press, 1998.

5 E.Huxley, The flame trees of Thika. Chatto and Windus, London 1959.

6 E.Hemingway, The green hills of Africa, Jonathan Cape, London 1936.

7 K. C. Blixen, Out of Africa, Putnam, London 1937.

8 Il termine bantustan si riferisce ai territori del Sudafrica e della Namibia assegnati alle etnie nere dal governo sudafricano durante l'apartheid. La parola fu usata per la prima volta nei tardi anni quaranta e deriva da bantu, che significa “gente”, “popolo” nelle lingue bantu, e -stan, che significa “terra” in persiano. Il termine ufficiale usato dal governo bianco era homeland (“terra natìa” in inglese, corrispondente all'afrikaans tuisland); bantustan veniva generalmente usata in senso peggiorativo dai critici dell'apartheid, ed è rimasto come termine più comune. Cfr. Treccani.it.


 
 
 
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