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Carlo Porta: duecento anni e non sentirli… 
di Mauro Raimondi
05 Gennaio 2021
 

Il suo ammirevole talento, che perfezionava di giorno in giorno, e che ha esercitato con una lingua ricercata, lo fa piangere a tutti i suoi concittadini; il ricordo delle sue qualità è per i suoi amici un motivo di rimpianto ancora più doloroso”.

Questo, scriveva Alessandro Manzoni all’amico Claude Fauriel sulla morte di Carlo Porta, avvenuta esattamente duecento anni fa, venerdì 5 gennaio 1821, a soli 45 anni. La messa di suffragio era stata appena celebrata nella chiesa di San Babila e la famiglia, nel palazzo di via Montenapoleone 2, era in lutto. Come gli amici della Cameretta, il locale di Casa Porta dove per anni Tommaso Grossi, Giovanni Berchet, Ermes Visconti e altri si erano incontrati per discutere di quotidianità e di politica, per parlare di quel romanticismo di cui erano convinti fautori e per declamare i loro versi: soprattutto il Porta, ottimo lettore e in gioventù acclamato attore.

Ma era tutta Milano che doveva essere era triste. Perché il Porta, in oltre duecento tra poesie, sonetti e poemi – come il Lament del Marchionn di gamb avert, La Ninetta del verzee o i Desgrazzi de Giovannin Bongee, che aveva riscosso un tale successo da meritare un sequel – aveva colto e descritto l’anima popolare della città con ineguagliabile profondità e sensibilità. Aveva commosso e fatto ridere, ma anche deriso con sarcasmo la falsità di un certo tipo di clero (Ona vision, On funeral), e l’arroganza di un certo tipo di persone. Il tutto attraverso una lingua viva, usata tanto dai poveri quanto dai ricchi, come allora era il dialetto. Una scelta stilistica che in molti avevano apprezzato. Per questo, aveva meritato le lodi di Stendhal e il Cherubini lo aveva inserito nella Collezione delle migliori opere scritte in dialetto milanese.

In verità, gli ultimi anni non erano stati facili per lui, semplice cassiere del Monte Lombardo-Veneto (ex Napoleone). Fisicamente, perché soffriva di mal di testa e di stomaco, oltre che di gotta. Ma anche dal punto di vista personale, perché il sospetto di avere scritto la Prineide (opera che utilizzava il fantasma dell’ex Ministro delle Finanze francese Prina per denunciare il malgoverno asburgico) gli aveva procurato, nel 1816, il duro rimprovero della polizia. Dopo quell’umiliazione, per la seconda volta Porta aveva promesso di abbandonare la poesia, come gli era già capitato all’inizio della sua avventura letteraria, quando il suo secondo almanacco aveva suscitato la derisione di un altro autore di lunari.

Propositi che, per fortuna, Porta abbandonò. Altrimenti, adesso non potremmo leggere di quella Milano attraverso personaggi, luoghi, fatti e polemiche letterarie. Una Milano politicamente disillusa, proprio come il poeta nella sua maturità. Perché le speranze che i francesi avevano portato con la nascita del Regno d’Italia e che lui aveva sostenuto scrivendo un vero e proprio programma politico insieme all’amico del cuore, Giuseppe Bossi (l’Adress de Menegh Taondoeuggia) ma anche con un brindisi a Napoleone, si erano perse di fronte all’arroganza dei transalpini, alla corruzione e alla stupidità umana. E inutile era stato pure il ritorno austriaco, perché gli occupanti erano tutti uguali, come aveva scritto in uno dei suoi capolavori, Paracar che scapee de Lombardia.

Adesso che non c’era più, chi avrebbe cantato Milano e la sua gente?

Per arrivare a certi livelli artistici, avremmo dovuto aspettare Delio Tessa e Franco Loi, che avrebbero anch’essi dimostrato come scrivendo in dialetto si possa fare quella grande poesia che vi invitiamo di leggere. E che non morirà mai. Come il nostro, amato, Carlo Porta.


 
 
 
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