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Stefano Bardi. Industria e Società: il caso letterario di Paolo Volponi
18 Gennaio 2017
 

Fra tutte le bellezze che la provincia di Pesaro-Urbino ci regala, quella più splendente è di sicuro, la città di Urbino, ricca di Storia, Arte, e Cultura. Una città che ci ha regalato il grande scrittore e poeta Paolo Volponi (Urbino, 6 febbraio 1924 – Ancona, 23 agosto 1994). Un autore, che ancora oggi in questo tempo di crisi lavorativa è attuale, poiché nelle sue opere ha trattato il legame fra l’Industria e la Società, ovvero, fra l’apparenza e la verità.

 

Alla base dei suoi romanzi (quasi tutti) c’è la città di Urbino, la quale è vista come un luogo dalle due facce. Una faccia ci mostra una città pregiata e inerte, che conserva scomode e ingombranti reminiscenze; e l’altra faccia, ci mostra una città che custodisce crucci e principi etici e sociali.

Il 1962 è l’anno del romanzo Memoriale, il quale si ispira al legame che ebbe Paolo Volponi con i vivi memoriali” degli operai della Olivetti, in cui lo scrittore lavorò come Responsabile dei servizi sociali. L’operaio Albino Saluggia consuma, fino in fondo, l’esperienza dell’amicizia e dell’estromissione. In particolar modo, la sua vicenda socio-lavorativa, simboleggia l’alienazione nelle fabbriche; e nella sua folle e devastata psicologia possiamo leggere la mutazione del Capitalismo e l’irremovibilità della Filosofia del singolo. Secondo la visione volponiana, la fabbrica e l’industria non nascono nell’Ottocento, dalla Rivoluzione Industriale, bensì dalle menti borghesi. L’operaio Saluggia simboleggia il folle, e la sua pazzia è la lettura della realtà. In un primo momento il protagonista di questo romanzo vede nella fabbrica i gusti, le sobillazioni, le nostalgie, le familiari e calorose ombre della sua puerizia, consumata nei prati e sulla strade, ma andando avanti questa visione cambierà. Da una visione di reminiscenza, si passerà a una visione oscura, in cui la fabbrica diventerà un ambiente “robotico”, fisso, chiuso, e asociale. La sua vita è spezzata e dissacrata, a causa dei suoi crucci etici e sociali, ma è capace di confrontarsi con le oscurità della società italiana degli anni Sessanta. Non solo un romanzo etico e sociale, ma anche e soprattutto un’opera “apocalittica”, in cui si assiste allo scontro fra la realtà della natura e la chimericità dei legami sociali. In poche parole, e per riassumere, il vittimismo del Saluggia mostra la luce coercitiva ed emarginante della fabbrica. Ancora due parole finali sullo stile, bisogna spenderle. Un romanzo costruito grazie alla fusione fra la critica sociale e la poesia, la sociologia e la psicologia, il verismo e il lirismo.

Nel 1965 esce il romanzo La macchina mondiale, il quale racconta la vicenda del mezzadro urbinate Anteo Crocioni, che si è creato un suo sistema pseudo-scientifico, che concepisce il Mondo come una gigantesca macchina in cui gli uomini stessi sono delle macchine, che possono divinizzarsi solo ed unicamente con la fatica. Ugge e follie dell'universo meccanizzato. Questo personaggio può considerarsi come un moderno partigiano, che lotta per una pacata e gioiosa coabitazione fra gli Uomini. Secondo il Crocioni, gli Uomini sono delle macchine create da altri Uomini, che possono e sono obbligati a evolvere all'infinito. Proprio per questa sua filosofia è considerato come un disubbidiente da coloro che reputano lo status sociale umano come un “muro invalicabile”, e percepiscono in Anteo Crocioni un'energia inarrestabile, la quale può distruggere la Fortezza del Vecchio Mondo. L’intera esistenza socio-umana del Crocioni è un’utopia, che crede nel risorgimento e nella resurrezione della mezzadria. L’ideologia scientifico-industriale del Crocioni ha lo scopo di liberare l’Uomo dal lavoro, dalle infezioni, e dalle sottomissioni di qualsiasi tipo. In poche parole, il Crocioni profetizza l’unione della Natura con la Meccanica.

Il 1974 è l’anno del romanzo Corporale. Romanzo aperto e senza anima, che è diviso fra l’utopia e la passione, il realismo e la follia. Il personaggio di questo romanzo è un pazzo, con la fobia di una nuova tragedia atomica. Inoltre il suo spirito è abusato, oltraggiato, turbato, offeso, e beffato. Secondo Volponi, l’Uomo deve rifare il cammino dell’animale, che gli ha regalato la Logica. Il pazzo protagonista sente l’esigenza di restaurare il legame con la Natura, per rintanarsi nel suo grembo. Anche in questo romanzo, Urbino è rappresentata come una città paradisiaca e salvifica. Il dramma del personaggio di questo romanzo non è solo suo, ma allo stesso tempo è anche un dramma socio-intellettuale più in generale. In conclusione, la sua diversità è voluta e obbligatoria; è urlata e riannunziata; ed è l'unica fuga e salvezza dalla normalità etica e sociale.

Nel 1989 esce il suo ultimo romanzo Le mosche del capitale. I dirigenti capitalisti volponiani sono impudenti e crudeli; e privi di compassione, bontà, e solidarietà. L'obiettivo di questo romanzo è quello di far unire due grandi utopie del Novecento, ovvero la Religione con la Rivoluzione. In poche parole e per concludere, questo romanzo è una dissacrante deturpazione stilistico-tematica della realtà moderna, della vittoria dell'economia bancaria e delle borse; e della logicità tecnologica rappresentata dai Personal Computer, che hanno preso il posto dell'Uomo, all'interno della Società.

 

Stefano Bardi


 
 
 
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