La riproposta da parte di Stefano Guglielmin di un suo vecchio post su Blanc de ta nuque poi su TELLUSfolio con relativi interventi a cui si aggiunge il mio mi costringe positivamente a riflettere su cosa significhi per me tenere un blog, in particolare un blog di poesia. Per la verità non è una domanda che mi abbia assillato, dal 2005 ad oggi. Posso dire però che, già in partenza, l'idea non era certo quella di tenere un web-log, cioè un diario personale su internet. Su Imperfetta Ellisse ci sono pochi "pensierini" e anche la produzione poetica che mi riguarda personalmente è, su oltre quattrocento post, poco più del sette per cento. Quindi ciò che non siamo, come direbbe Montale, è un blog in senso stretto. IE è "tecnicamente" un blog, cioè ha questa forma a cascata che, come tutti i blog (o i content management systems di questo tipo), "schiaccia" i post gli uni sugli altri come acciughe in un barile. Il mio più grande cruccio, infatti, è che questo schiacciamento fa sparire dalla vista gli articoli più vecchi che però, non essendo legati a nessuna vera attualità (e forse per questo la forma "diario" non è quella giusta), non sono diventati meno interessanti. In questo senso IE è poco blog ed è più qualcosa che, se non fosse un oggetto esposto alla drammatica velocità di Internet, andrebbe sfogliato. Cosa che si può fare perché mi sembra che sia l'unico dotato di un archivio generale cronologico. C'era anche un'altra idea, fin dall'inizio: cercare di fare un blog che sfuggisse al gioco dei rimandi tra siti che era già allora un vizio endemico: come scrivevo nel post numero uno, “la trama rimando ai rimandi / così da qui son partito / da capo qui sono tornato...”. Non so se ci sono riuscito del tutto.
A parte questa breve autobiologia, come direbbe invece Giudici, ritorno all'idea che i blog andrebbero considerati e analizzati (cosa in qualche modo contraddittoria con il mezzo) in maniera geologica, ovvero per strati di sedimentazione, o in maniera documentale. Lavoro che andrebbe fatto, probabilmente, cercando di superare questa "liquidità" da cui tutti siamo affetti. Con un approccio di questo tipo probabilmente sarebbe possibile stabilire una specie di "canone" anche per i blog, o almeno un "gusto", tanto più evidente quanto più l'ipotetica linea editoriale è nelle mani di una sola persona. Se si ripercorre Imperfetta Ellisse (e lo faccio a mero titolo di esempio) probabilmente se ne riceve una netta impressione di un interesse da parte di chi lo gestisce molto trasversale e "curioso", ma non proprio eclettico anzi abbastanza inserito (seppure con non poche perplessità e fughe) in quello che Marco Giovenale ama definire un pò snobisticamente mainstream. Ma la tradizione non mi interessa, mi interessano piuttosto le dinamiche “agonistiche” (per dirla con Bloom) che portano alla "dissipazione" del suo patrimonio. A parte ciò, ho però qualche dubbio che da una ricognizione anche accurata del panorama blog si possa ricavare un serio indicatore di tendenza o valoriale, che cioè si possa passare dal canone blog al canone tout court.
Ho un po' meno dubbi, purtroppo, sul fatto che ci sia da registrare un fallimento se non definitivo almeno molto prossimo, fallimento questo sì legato a un carattere italico a cui la cultura non sfugge. Se c'è qualcosa che ha insegnato la rete in questi giorni è che si può fare una bella manifestazione contro Berlusconi partendo dal basso, usando la rete stessa in maniera virale. E quello che abbiamo imparato in questi anni è che non possiamo o non sappiamo farlo per la poesia. La rete non ha creato movimenti, né avanguardie, né conflitti creativi di particolare rilievo, neanche luoghi di incontro e discussione (mi sembra che livello e volume degli stessi commenti siano in netta diminuzione), in rete non c'è nessun caffè Giubbe Rosse. Anche i blog collettivi hanno smesso da tempo di portare avanti una linea, sono diventati contenitori generalisti, qualcuno sembra addirittura il club del cucito in cui ci si scambiano complimenti sui lavoretti svolti. Quel che è peggio, non mi sembra che la rete, a parte qualche talento individuale, abbia sviluppato adeguatamente il necessario contraltare, ovvero un esercizio critico che contrastasse non solo la crisi della critica ufficiale ma anche l'esondazione di poesia di scarso valore che il mezzo blog (economico, facile - e solipsistico -) favorisce. E qui si torna al carattere di cui parlavo prima, di un paese in cui tendenzialmente potrebbero esserci tanti partiti politici e tanti allenatori della nazionale quanti sono gli abitanti. Figurarsi se a questo carattere può sfuggire la poesia nell'era della sua (infinita) riproducibilità tecnica: nessuno di noi (ecco il nostro carattere) sembra volere rinunciare al suo piccolo spazio in questa rete, nemmeno coloro (me compreso) che potrebbero permettersi di partecipare a una esperienza condivisa proprio perché fanno un uso molto poco personalistico del loro blog. Paradossalmente questa democraticità del mezzo è anche una seria limitazione alla stessa libertà delle idee, che potrebbero essere ottime, ma perse in mille rivoli non raggiungono mai una adeguata massa critica e non riescono ad imporsi, anzi in certa misura contribuiscono a quel rumore di fondo, a quell'information overload di cui parlavo in altra sede. Per toccare uno dei punti nodali a cui accenna Guglielmin, è questa una delle ragioni per cui la blogosfera non riesce ad acquistare autorevolezza e quindi forza per interagire con i canali canonici della poesia. Eppure i mezzi tecnici per avviare una vera comunità "extraistituzionale" capace di organizzare i fermenti che pure esistono ci sarebbero. Purtroppo (e qui mi riapproprio brevemente di un'altra questione sollevata da Guglielmin) la tecnica non basta, poiché il "proliferare incontrollato della poesia in rete" se ignora anarchicamente la tradizione (ovvero se è ignorante di essa) ignora anche cosa di essa tenere o cosa rivoluzionare, perdendo così anche il connotato "politico" di questa anarchica ignoranza. In altre parole la neoalfabetizzazione informatica va di pari passo con un analfabetismo di ritorno, - specie nelle giovani generazioni - della cultura poetica (e lasciamo perdere se anche questo è colpa della scuola o no). Da qui forse un approccio "spontaneista" alla poesia, da qui anche (forse) il predominare in rete di una poesia lirica, non lavorata, "liceale". E senza nemmeno tanta autoironia.
Insomma direi che, a parte - ripeto - qualche rara eccezione che assomiglia più a una rivista che al mezzo di cui stiamo parlando (un esempio per tutti, l'Ulisse di Lietocolle), l'impressione che si ha è di un discreto stato confusionale collettivo, specchio di quello che si riscontra nella politica, nella cultura e nella società di questo paese. O forse sono troppo pessimista.
Giacomo Cerrai http://ellisse.altervista.org