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Lidia Menapace. Evviva!
24 Gennaio 2017
 

Dico “Evviva!” fin dal mio arrivo al portone di casa a Bolzano, traballante di stanchezza e quasi portata a spalla dal resto del Comitato bolzanino, reduce dall'assemblea generale (meglio che “nazionale”) del 21 e seguito del 22 a Roma. Il 20 aTorino avevo tenuto una assemblea nella prestigiosa sede del Circolo “Gobetti”, vivace, affettuosa memore allegra, insomma tutto bene dall'arrivo fino alla partenza chaperonnèe passo passo. Ci ho dormito sopra dalle 23 alle 9 del 23, poi ho passato il 23 a rassettare cose, strappare carte, riordinare roba da lavare e fiori da annaffiare, insomma in tutte quelle “faccende domestiche” cui si deve la vivibilità della nostra vita e che sono così di rado valutate per il loro valore civile e umano, come si sa. Pazienza, non si può avere tutto in una volta, nella vita. In più la pazienza è una virtù rivoluzionaria, a detta del Che, che se ne intendeva...

Ma perché “evviva!”?: soprattutto perchè i citati incontri sono stati una affermazione vivente del fatto che la sovranità popolare “esercitata” è il primo punto che si può e quindi si deve attuare oggi. Il 4 dicembre è la data dell'“esercizio” della sovranità popolare, che hanno fatto tutte e tutti che sono andati/e a votare. Che sono di più di chi ha votato no: l'esercizio della sovranità popolare si è svolto da parte di molti e molte che hanno continuato a votare, da chi è tornato al voto da precedente astensione, da parte di chi votava la prima volta. Non vi è indizio più probante della ripresa di un certo interesse per la politica se essa è proprio dell'essere umani/e.

Dico una cosa che volevo mettere a conclusione dell'intervento all'assemblea del 22. Ma me ne sono dimenticata. I Greci, che hanno inventato quasi tutto in politica, avevano osservato che tutti gli appartenenti alla specie umana hanno luoghi da abitare: ma mentre alcuni animali vivono dove nascono, in terra, nell'acqua, in cielo: gli esseri umani invece possono vivere in modo relativamente tranquillo in sedi da loro appositamente predisposte, che chiamano città (poleis), donde politica, anzi la politikè techne (tecnica e/o arte) di vivere, appunto, nelle poleis, si ha. Chi vive nelle poleis si chiama polites, cittadino (le cittadine sono citate a Sparta, assai meno in Atene, che era più maschilista...). Chi era cittadino si occupava degli affari della città, usando la politica; chi non se occupava, perché curava solo i propri affari (ìdia) era idiotes. Che vuol dire privato anche nel senso che non capisce niente di ciò che è pubblico e civile. È tuttora un discreto argomento contro il liberismo antico o neo che voglia essere.

 

Lidia Menapace


 
 
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