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Lidia Menapace. Il Partito
14 Aprile 2015
   

Persino senza volerlo, chi parla scrive pensa propone “un nuovo soggetto politico” tendente a unificare la sinistra degna di questo nome, propone un partito.

La discussione sulla “forma-partito” è annosa e ricorrente, e ciò già dimostra o ricorda che il partito è una forma politica importante, dirò una delle maggiori invenzioni della teoria politica, e viene costruendosi dal De amicitia di Cicerone in qua, dunque è un bel pezzo di storia.

Che non voglio minimamente ripercorrere, la bibliografia è ampia, raggiungibile, ciascuno/a si documenti quanto vuole o può.

Ho cominciato ad occuparmene al tempo della “partitocrazia”. Da quando cioè da parte della cultura liberale democratica (Pli e Pri) si incominciò a denunciare una caratteristica tendente a raggruppare nel partito tutta la politica.

Elaborai allora una proposta che fu discussa un po' alla svelta sul manifesto e che io stessa giudicavo un po' troppo ingegneresca e predeterminata. Si chiamava “Sistema pattizio tra forme politiche”: sistema -dicevo- non casino; pattizio, non di pura forza; tra forme politiche: dunque bisogna riconoscere che sono più d'una e non solo il partito.

Anni dopo ci aggiunsi “la complessità”, quando conobbi Die komplexe Gesellschaft di Niklas Luhmann (foto). Che è l'autore della più importante invenzione di teoria politica della seconda metà del secolo scorso, appunto la complessità. Luhmann è di destra e non lo nasconde, ma suggerisco di fare nei suoi confronti una operazione analoga a quella che Marx operò verso Adamo Smith, quando riconobbe che nell'analisi aveva ragione e che bisognava discutere la sua posizione che era criticabile nelle conseguenze e nelle proposte.

Credo che Luhmann debba essere contraddetto e respinto quando, fatta una corretta analisi della società complessa, soggiunge che essa pone problemi di “governabilità”, che spontaneamente non raggiunge e che Luhmann vede risolvibili con una “riduzione della complessità”, attraverso un “governo decisionista”. Si dichiarò subito a favore Craxi, ma del resto non meno entusiastica fu l'approvazione della famosa école barisienne come venivano ndicati col sorriso i più importanti docenti di quella università iscritti al Pci.

Mi differenziavo da Luhmann sostenendo che la sfida era quella di “governare la complessità”, non di “ridurla”, operazione autoritaria e pericolosa.

Dedicandomi a individuare i soggetti che esprimono una politicità intrinseca, elencavo naturalmente la “classe operaia”, che se non ha però coscienza di sé è solo sociologicamente il raggruppamento delle e dei lavoratori dipendenti. Seguiva il movimento delle donne che nel suo dna ha l'intero orizzonte delle questioni, viste dal un punto di vista di Donne. Mi ero sempre trovata ad essere poco convinta che ci potessero essere “gli intellettuali, l'intellighentsia”, fatta di persone che trasferiscono la loro coscienza al servizio della classe, mi sembrava una operazione volontaristica moralistica falsa: di fatto gli intellettuali pensavano secondo la loro collocazione sociale (per solito piccola borghesia colta), semmai proletarizzandosi nelle crisi. Mi pareva invece importante lo strato di chi lavora nell'informazione e produce appunto notizie: va riconosciuto che la fornitura di notizie è “politica” e bisognerebbe aggiungere che chi esercita quel lavoro, esercita un potere e ne risponde. Ultimo soggetto il movimento per la pace, potrei aggiungere l'ambiente. Tra tutti questi soggetti organizzati, eventualmente altri, si stringe un patto di consultazione e discussione e azione permanente, per arrivare a Convenzioni, che contengono i risultati operativi delle consultazioni discussioni conflitti.

 

Sono ancora a questo punto e mi sembra che qualcosa di utile ci sia.

 

Lidia Menapace


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