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Lidia Menapace. “Su la testa”, facciamo un bilancio
06 Agosto 2011
 

È appena uscito il numero 18/19 della rivista Su la testa ed è -dopo un anno e mezzo di pubblicazioni- il momento di fare un bilancio politico e culturale non in astratto, ma di quanto essa corrisponda o no al progetto che fu approvato inizialmente. Introducendo il primo numero ne avevo sottolineato le ambizioni e i limiti, soprattutto, questi, dovuti alla struttura partitica e alla mai risolta questione del rapporto tra organizzazione politica e cultura; questo limite si rileva anche nella formazione della direzione e redazione del periodico, che infatti appariva e appare (non muto il giudizio) più il cda di una spa che una azione di teoria politica finalizzata a predisporre materiali per la rifondazione comunista. Idee su come si possa innovare in questa materia non ne sono venute, spero che qualcosa incominci a formarsi a partire dal prossimo numero 20, la cui Questione si chiama “Alfabetizzazione totale” come riflessione sulle forme della comunicazione e su come si possa fare che si sappiano usare tutte per e da tutti e tutte, in modo autogestito e autoprodotto, senza cadere prigionieri dell'industria culturale, che a questo punto considero la nostra antagonista. Questo è un orizzonte di teoria politica che reputo decisivo, perché appartiene alla cultura e alla comunicazione la capacità di prefigurare anche un altro mondo possibile, purché le forme con le quali si manifesta non siano riassorbibili dalla trasformazione in merce che l'industria culturale farebbe.

La rivista ha una struttura non casuale: parte da alcuni editoriali con prese di posizione su temi o fatti di attualità; segue in ogni numero una Questione da considerare per la sua portata teorica; poi le Pratiche che dovrebbero portare esempi da cui partire; Passato e presente come sostegno storico e di memoria, infine recensioni. La rivista non è un contenitore “neutro” entro cui infilare testi anche autorevoli, ma non connessi, e ciò è voluto anche per evitare che diventi in breve lo spazio a stampa per gli intellettuali di ruolo, pericolo molto facile per la sinistra estrema che ha sempre avuto più professori che lavoratori nelle sue file, in ispecie da dopo il '68. Alla rivista si collabora solo su invito della direzione. E lo schema proposto serve anche per preservarla dal diventare una rivista di varia umanità, eclettica. Lo stesso mandato della direzione del partito vieterebbe peraltro di costruirla così.

Non è stato né facile, né popolare tenere in lista d'attesa anche prestigiosi cattedratici, che infine hanno spazi propri per scrivere, e puntare sull'innovazione teorica. Tengo molto alla definizione di “Teoria d'occasione” che ho coniato e che mi pare risponda ai fini della rivista, di capire cioè gli eventi nella loro portata generale appena succedono. Considero altresì molto importante la “economia della riproduzione” di cui ho scritto nell'indifferenza generale del partito già nel primo numero; così come la rilettura del patriarcato e delle forme della politica.

Last but non least: la questione dei generi, che chiede una ridefinizione del proletariato a livello mondiale e naturalmente essendo io femminista mi coinvolge molto: qui il cammino è tutto in salita, perché se si rilegge la storia o anche solo l'attualità alla luce di una politica dei generi, saltano tutti gli equilibri sociali e politici: è comprensibile l'atteggiamento di conservazione e difesa dei compagni, ma bisognerà che ammettano, così facendo, che sono conservatori e ciò non combina col credersi comunisti.

Una piccola civetteria pedagogica nel fatto che ho preteso il nome di DIRETTORA. È -come dicevo- un piccolo snobismo. La lingua italiana nelle concordanze usa il maschile non marcato come neutro universale e altre forme di concordanza non sono ammesse sulla scorta di una regola che suona: in Italiano nelle concordanze “prevale il maschile (non è un verbo molto democratico in verità) come genere più nobile” decretarono i grammatici del XV secolo non smentiti dalle donne, che essendo analfabete non avevano titoli per interloquire. Non ammettendo di appartenere a un genere un po' ignobile e ben sapendo che nelle lingue vive (quelle morte non si possono più cambiare, ma l'italiano non è ancora una lingua morta) ciò che fa la regola è l'uso, mi batto per imporre gli usi che distinguono anche attraverso neologismi la differenza tra i generi. Poiché lo spagnolo è in ciò molto flessibile cerco di mettere in uso direttora, anche per dimostrare che pure la lingua neolatina di un paese cattolico può essere capace di riconoscere che i generi sono almeno due.

Con l'autorevolezza acquisita nella definizione della crisi, chiederei che la si definisca sempre crisi capitalistica strutturale e mondiale, e non genericamente finanziaria economica o simili. Tengo come direttiva la parola di Samir Amin: data la natura della crisi, non si deve voler uscire dalla crisi (per rientrare in un capitalismo sanato), bensì bisogna voler uscire dal capitalismo in crisi (irreversibile). E dunque il nostro compito principale ed essenziale è la definizione dell'alternativa e la considerazione degli strumenti e degli spazi di agibilità che occorre preservare per l'azione. Il che modifica il nostro atteggiamento, la nostra soggettività rispetto alla crisi: essa crisi è ciò per cui lottiamo da molti anni e deve essere analizzata come strumento da usare col massimo di effetto anticapitalistico e di costruzione di forme di pensiero e di azione della stessa natura.

Poiché del capitalismo la cosa di gran lunga più importante ed efficace e ancora mai superata è il modo di produzione, bisogna chiedersi se esistano altri modi di organizzare l'umano agire o se invece mettere una ipotesi politica e sociale di natura altra a confronto con quell'unico modo di produzione delle merci. In sostanza bisogna rispondere alla domanda posta da Lenin e Mao, che su questo profilo divergono per contenuti e priorità, non sull'essenziale (come si vede persino dall'esperimento in corso in Cina. Oppure se si debba considerare con maggiore attenzione e interesse l'economia della riproduzione. Credo valga la seconda ipotesi: il modo di produzione capitalistico può esser messo a confronto con differenti modi della politica e della società, ma in nessun caso per sostenere le forme di attività umana che costituiscono il terreno della riproduzione: qui il modo di produzione capitalistico fallisce, producendo barbarie, perché tratta da merce ciò che merce non è. Non è merce la riproduzione della specie, non la trasmissione del sapere, non il mantenimento della salute, non l'amministrazione della società. Il modo proprio di queste attività è la cura, che non è un lavoro fatto gratis dalle donne, bensì il modo di lavorare nell'ambito della riproduzione chiunque vi lavori dal presidente della repubblica alla bidella. È un campo di indagine ed esperienza molto ampio e quasi interamente da studiare: per definirne ambiti autonomia organizzazione, c'è lavoro e gloria per tutti e soprattutto per tutte, una buona volta intrinsecamente, non per aggiunta, complemento, complementarità e altre piacevolezze senza costrutto.

 

Lidia Menapace


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