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Lidia Menapace. Tra Salò e Resistenza nessuna pacificazione
05 Giugno 2011
 

La storia del riconoscimento della repubblica di Salò, prima pietra di qualsiasi tentativo di aggirare e scalzare il fondamento antifascista della Costituzione, data da molto tempo: incominciò quando alcuni superstiti della RSI dissero che loro erano stati “fedeli all'alleato” (un tentativo di questo genere fu fatto nel 1995 durante le celebrazioni del cinquantenario, lo racconterò un'altra volta per non disperdermi dal ragionamento che intendo seguire): ogni volta comunque si cerca di retrodatare la continuità dello stato attraverso la “fedeltà militare all'alleato”.

Lascio perciò da parte le espressioni di sdegno e disgusto che mi vengono alle labbra appena sento sragionamenti politici di questo genere: la questione deve essere posta in termini giuridici formali. La repubblica sociale aveva un qualche fondamento di legittimità? l'armistizio firmato l'8 settembre 1943 con gli Alleati aveva un fondamento giuridico? i militari italiani erano tenuti a seguire le disposizioni, sia pur sciaguratamente vaghe e ben poco attuabili dettate da Badoglio, come capo di stato maggiore dell'esercito italiano, oppure dovevano rispondere ai bandi di arruolamento lanciati da Graziani a nome della repubblica di Salò? Considerare queste domande serve per contenere i sentimenti e per troncare le ricorrenti rivendicazioni, che -se accettate sul piano del diritto- potrebbero essere una mina sotto la Costituzione. Altra cosa è la richiesta di considerazioni umane, o di capire la difficoltà di farsi una opinione chiara in tempi difficili e incerti: ogni richiesta di comprensione può essere considerata, una volta che sia chiara la ragione e il torto. Senza di che non si può nemmeno parlare di clemenza.

Come spesso ho narrato, stavo allora a Novara, la mia città natale e posso introdurre una testimonianza. Il vescovo di Novara morì pochi mesi dopo l'8 settembre: il Vaticano doveva nominare il successore ed eravamo tutti e tutte in grande curiosità e preoccupazione: infatti i Vescovi dovevano (ex Concordato del 1929) giurare fedeltà ai legittimi governanti prima di entrare nel loro ufficio, e se il Vaticano mandava un vescovo che giurasse fedeltà alla repubblica di Salò, la nostra posizione sarebbe stata molto difficile dal punto di vista del diritto. Ma il Vaticano molto abilmente mandò un “Amministratore apostolico” con tutte le facoltà e i poteri di un vescovo, ma che, non chiamandosi vescovo, non doveva giurare fedeltà a nessuno. La persona inviata, un frate cappuccino missionario era generosa e coraggiosa e interpretò il suo ruolo come quello di difensore dei perseguitati e spesso si intromise per trattative di scambio di prigionieri ecc. Insomma, fu così poco neutrale (come l'abile mossa vaticana gli avrebbe pur permesso di essere) che i fascisti repubblichini di Novara misero una taglia di un milione (di allora!) sulla sua barba e gli bruciarono la macchina (subito gli industriali novaresi gliene regalarono un'altra).

Ma un altro ragionamento voglio introdurre, pur legato a vicende personali. Mio padre era stato richiamato alle armi nell'estate del 1943 e prestava servizio come ufficiale di complemento presso il suo reggimento, il 17° artiglieria, di stanza appunto a Novara. Fu catturato dai nazi e portato in Polonia prima e poi in Germania in campo di prigionia come IMI. Non avemmo sue notizie per qualche angoscioso mese e poi incominciarono ad arrivare con molta parsimonia le lettere composte di due pagine, una per rispondergli a un indirizzo Stalag, dalle quali potevamo avere scarne e censurate notizie. Tra le prime una conteneva una comunicazione: ci diceva che sarebbe potuto tornare a casa, firmando un documento del quale si sarebbe vergognato per tutta la vita, ma siccome sapeva di avere delle responsabilità verso di noi che eravamo rimasti senza risorse, che gli dicessimo se doveva ascoltare la sua coscienza o se piuttosto tenere conto delle sue responsabilità verso di noi. Facemmo un consiglio di famiglia mia madre, la zia, mia sorella e io, escluso il fratellino decenne. Dopo la discussione fui incaricata di rispondere al nostro amatissimo padre: noi potevamo resistere e benché addoloratissime di non poterlo rivedere subito, non volevamo che tornasse dovendo violare la sua coscienza. Fu molto duro prendere questa decisione e anche pieno di dubbi, infatti, quando mio padre accennava al suo possibile ritorno diceva che aveva giurato fedeltà al re: e non voleva violare il giuramento. Ma noi che forse perché tutte donne prendevamo in minore considerazione le questioni dell'onore militare, e lo conoscevamo come mazziniano molto deciso, qualche volta temevamo che fosse andato un po' via di testa con questa fedeltà ai Savoia, dei quali in casa nostra si parlava sempre malissimo. Tornato, ci disse poi che il giuramento militare era molto importante e che quasi i nazi che comunque li trattavano malissimo, sembravano avere un qualche barlume di rispetto per chi faceva appello al giuramento militare. Come è noto furono circa 100.000 gli IMI e ne morirono di stenti fame botte alcune decine di migliaia, ne tornarono per aver aderito alla repubblica di Salò, e firmato di mettersi sotto il comando di Hitler alcune centinaia. Lasciando anche i numeri: o avevano ragione quelli che sono rimasti nella legalità degli impegni presi verso lo stato, con quasi due anni di durissima prigionia, o avevano ragione quelli che dicono di essere rimasti fedeli all'alleato militare, cioè a Hitler. Quel tipo che disse che i trattati sono pezzi di carta e aggredì tutti i popoli ai quali aveva offerto un patto di non aggressione.

Siamo a un aut aut: una di quelle volte in cui non si può stare da tutte le parti, bisogna scegliere.

 

Lidia Menapace


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