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I magnifici quindici... Lo studio di Piergiuseppe Magoni su Gugliemo Felice Damiani
Piergiuseppe Magoni
Piergiuseppe Magoni 
01 Marzo 2009
 

Piergiuseppe Magoni (foto) afferma che Damiani si colloca molto dignitosamente nella galleria di quelle poche decine di autori d’inizio secolo [il XX secolo], attigua a quella dei pochissimi nomi immortali che ebbero la consapevolezza della dignità e della necessità della loro presenza nel divenire del paese, degli avvenimenti, delle evoluzioni sociali, negli interrogativi dell’uomo nuovo. Il Magoni non lo nasconde: se in questi ultimi cent’anni le poesie di Guglielmo Felice Damiani non sono più state ristampate, ci sarà pure una ragione. Come pure, invece, c’è un valido motivo perché la sua monografia Sopra la poesia del cavalier Marino sia citata ancor oggi tra i testi fondamentali per lo studio del barocco, nelle più autorevoli opere dedicate alla letteratura italiana. Un solo esempio: il volume sul Manierismo e Barocco di Marziano Guglielminetti, nella Storia della civiltà letteraria italiana curata da Giorgio Barberi Squarotti, pubblicata dalla Utet negli anni Novanta, ripresenta come fondamentale, nella bibliografia selezionata, il lavoro del Damiani. Quindi, se il giudizio su Guglielmo Felice Damiani poeta lo colloca tra i creatori di un prodotto dignitoso, ben altra risulta essere la valutazione sul Damiani critico. Come già accennato sopra, l’opera critica del Damiani costituisce ancor oggi uno dei contributi più vivi e originali – per l’interpretazione del barocco – nel panorama della cultura italiana del ‘900. E qui Piergiuseppe Magoni non ha dubbi: ci è parso legittimo e opportuno definire Guglielmo Felice Damiani un “letterato” del primo ‘900 più che un “poeta”, perché letterato di prima grandezza, critico non secondo a nessuno nel Novecento italiano, attuale come un classico. Per fugare ogni residua incertezza, il volume ci presenta numerose pagine che offrono una dimostrazione concreta della maturità raggiunta dal Damiani nel campo della critica letteraria.

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Dopo averne definito l’eccellenza (il Damiani come critico letterario), torniamo ancora una volta al Damiani poeta. Per questo ci viene in aiuto l’autorevolezza dei due massimi studiosi del poeta di Morbegno: Piergiuseppe Magoni, il primo, ed Ettore Mazzali. Entrambi approdano, nella sostanza del giudizio, a risultati convergenti. Ettore Mazzali, scolaro di Attilio Momigliano e docente di letteratura italiana all’Università di Bologna, arriva a definirlo un minor fratello del Bertacchiun’anima bella e generosa, cui la musa fu avara, ma non del tutto indifferente o ingenerosa. Lette frettolosamente queste parole paiono quasi una lastra tombale da collocare sul tumulo dove giace tutta la poesia di Guglielmo Felice. Ma non è così. Ettore Mazzali, nella sua indagine critica sulla poesia del Damiani, trova e mette in bella evidenza alcuni momenti ispirati. Piergiuseppe Magoni questo giudizio lo esplicita meglio, pur non discostandosene nelle linee essenziali: Quanto fu inquieto, insoddisfatto e formalmente legato alla tradizione classica in poesia, tanto il Damiani fu lucido, deciso e originale nella critica. Egli volle essere poeta … ma fu uomo di lettere e criticoè un buon poeta, stilisticamente raffinato, sincero nell’ispirazionema non ha avuto il tempo per raggiungere una piena autonomia, per dare voce originale alla sua poetica.

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Ma, allora, il Damiani è o non è un grande poeta, uno di quelli da conoscere e rileggere di tanto in tanto, magari seduti su una panchina lungo il fiume o all’ombra di un albero? Il mio parere, da letterato dilettante, non può certo discostarsi da quelli formulati da Ettore Mazzali e da Piergiuseppe Magoni. Sicuramente si tratta di una poesia che non sempre riesce a volare alto, che sente di Carducci e di Pascoli. Però è capace di penetrare nel profondo del cuore. E questo mi basta per consigliarne la lettura. Anche perché, provando ad allargare lo sguardo nella pianura dove, durante gli ultimi due secoli, è fiorita la poesia della provincia di Sondrio, (considerando soltanto quella data alle stampe) appaiono all’orizzonte ben pochi alberi. Uno è un bel pino e mi pare sia Giovanni Bertacchi. L’altra pianta vicino a quella, un piccolo salice, meno robusto ma pur sempre vivace, è Guglielmo Felice Damiani. Tutt’intorno, al di là di qualche scarno cespuglio, si vede ben poco. Alla fine potremmo proprio essere d’accordo con Benedetto Croce quando – ne La storia come pensiero e come azione – afferma che la poesia solo in piccola parte si trova negli innumeri libri detti di poesia. Quindi, leggiamola pur tranquillamente la poesia di Guglielmo Felice Damiani. Tra l’altro dobbiamo accontentarci di una parte delle sue rime. Infatti, la sua opera poetica ha corso dei seri rischi. Basti pensare alle brutte e sciocche censure imposte dalla famiglia. Anche su questo triste episodio Piergiuseppe Magoni ci ha proposto una ricca documentazione. Un caso illuminante rimane, ad esempio, lo scambio di lettere tra la famiglia Damiani e il professor Bertacchi. Siamo nel maggio del 1905, non è trascorso l’anno dalla morte di Guglielmo Felice, e i famigliari del Damiani invitano il poeta di Chiavenna – sempre con mille avvertenze e mille cautele – affinché veda di far stampare le poesie del loro caro. E il Bertacchi, che qui dimostra come l’amicizia sia veramente un legame sacro (tanto vicino all’amore), non esita ad assumersi l’impegno gravoso di cercare un editore importante. La difficoltà consiste nel fatto che l’editore, da buon imprenditore, sa bene che i libri di poesia non portano guadagni. Ma Bertacchi cerca, insiste, finché – di malavoglia – un editore assai noto (un Mondadori di cent’anni fa) acconsente. Ad una condizione, tuttavia. Che il volume abbia la prefazione di un personaggio eminente del mondo della cultura. Il Bertacchi contatta subito Giovanni Pascoli e Benedetto Croce; entrambi avevano conosciuto il Damiani. Restano le lettere di risposta dei due. Tristi esercizi di ordinaria retorica del diniego. Del resto è proprio nella sua lettera di risposta che il Pascoli lascia sgorgare quel giudizio caramelloso che ho posto all’inizio di questa recensione (Giovane poeta morto non come fiore in boccio ma come bello e grande albero dopo alcune splendide fiorite). Alla fine, Giovanni Bertacchi, pur stremato costantemente da un’insopportabile famiglia (quella del Damiani, e basta leggerne le lettere per capire il “peso”) riesce nell’ardua impresa di pubblicare dignitosamente le poesie dell’amico scomparso. L’editore sarà Zanichelli di Bologna e la prefazione verrà scritta dallo stesso Bertacchi. Quando parlo del comportamento eroico del Bertacchi nei confronti dei famigliari del Damiani, potrei sembrare uno che carica troppo le tinte. Ahimè, non è così. Ecco, qui di seguito, un esempio significativo. Don Alessandro, fratello del poeta di Morbegno, era parroco a Villa di Chiavenna. Spesso è lui, l’intellettuale che ha studiato in seminario, quello che si prende l’incarico di scrivere al Bertacchi. E il 16 maggio 1905, questo simpatico sacerdote (che tra l’altro provvederà a divulgare una cronaca della dolorosa agonia di Guglielmo Felice preoccupandosi soprattutto di evidenziarne la morte pia e devota) conclude la sua letterina al Bertacchi con le seguenti parole: Augurandomi di non avere a ricredermi della buona opinione che ho di Lei. Ebbene, credo che molti di noi, che non possediamo la pazienza di un Giobbe, di fronte all’esibizione di tanta protervia, spia di una meschinità umana imperdonabile, avremmo senza dubbio e volentieri mandato a farsi benedire il buon curato. Non così Giovanni Bertacchi, che proseguirà apparentemente imperturbabile nel suo compito.

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Quasi ad alleggerire il lungo e pesante discorso, ecco un piccolo inciso, che potrebbe muoverci al sorriso. Guglielmo Felice Damiani non ha goduto di molta fortuna neppure con le lapidi che, a Morbegno, lo ricordano. Già la lapide che, nel vecchio cimitero, a nord della chiesa di San Martino, indica il luogo della sepoltura riporta un errore, lieve, ma pur sempre un errore. Dichiara, nel marmo, che Guglielmo Felice Damiani è nato il 27 ottobre del 1875. L’Atto di nascita afferma, invece, che il poeta ha visto la luce un giorno più tardi, il 28 ottobre 1875. (Forse in casa Damiani non era abitudine festeggiare i compleanni, perché anche la buona sorella Adele, quando manda a Giovanni Bertacchi le note biografiche del fratello, indica come data di nascita il 25 ottobre). E poi c’è la grande targa in marmo, quella posta dove la Via Damiani si incontra con la Via al Santuario, la quale afferma solennemente che l’anno di nascita del Damiani è il 1874. Anche qui dobbiamo spostare il tempo in avanti di un intero anno. Guglielmo Felice Damiani, infatti, è nato nel 1875.

*

Ma il saggio di Piergiuseppe Magoni si segnala anche per una sua luminosa felicità stilistica. Dalla sua penna sgorga di frequente un ritmo che si avvicina alla prosa d’arte, a quel tipo di scrittura che mi fece amare Natalino Sapegno nel lontano 1969 quando per l’esame di maturità era d’obbligo un suo testo di storia della letteratura italiana. Ne ammiravo lo stile, severo e preciso, dove ogni aggettivo sposava nel modo più naturale il suo sostantivo, dove non c’era una sola forma verbale che celasse qualche ambiguità dove le frasi si concatenavano armoniosamente l’una con l’altra. Anche la scrittura del Magoni rivela queste caratteristiche. Come esempio, basti leggere una brano tratto dalla pagina 69, dove Piergiuseppe sintetizza, da par suo, la poetica del Damiani, indicandone un percorso contrassegnato da riferimenti ai grandi maestri e inserendola nel panorama culturale della poesia italiana del tempo: Il dolore che purifica e trasfigura, le lacrime di tristezza che si fan stille di gioia, la ricerca della sapienza nelle parole degli antichi, la morte “dolce rammarico”, il piacere delle “cose tristi”, sono i luoghi comuni della mappa poetica di fine secolo e in essi il Damiani trova la sua dimora. Stilisticamente guardava e continuò a riferirsi ai classici Parini, Foscolo e Leopardi, esplicitamente richiamati. Degli autori più vicini seguì il Carducci nel rigore formale, ammirò il Prati, definito “filosofo e lirico sublime” … Preferì Giovanni Pascoli e Giovanni Bertacchi, il “fratello maggiore” e il maestro della Nuova Poesia, a lui vicino per affinità nel sentire, per l’anima retica desiderosa degli spazi delle Alpi e per lo stile. E, per concludere, un ultimo consiglio. Questo volume, sesto dei 15 che dovranno costituire la nostra biblioteca di cultura locale, non vuole una lettura diluita nel tempo. Va subito affrontato in modo completo, capitolo dopo capitolo. Solo allora lo si può riporre nello scaffale di casa, in attesa di toglierlo di tanto in tanto per una breve consultazione o per ritrovare l’armonia lontana di una poesia di Guglielmo Felice Damiani. È invece un lascito per i giovani studiosi quello di pensare a un’edizione completa – potrebbero bastare due volumi – di tutti gli scritti in prosa e in poesia del letterato di Morbegno. Piergiuseppe Magoni, nel frattempo, in tante pagine dove ci tocca il cuore e ci fa riflettere, ha già posto – per questa impresa – delle solide fondamenta.

 

Renzo Fallati

(13 – segue)


Foto allegate

Lapide sul sepolcro di G.F. Damiani nel cimitero di Morbegno
Particolare della lapide con l
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