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Mario Lucchini. Viaggio al Sud
16 Settembre 2015
 

Si parla spesso del Sud, per lo più in termini poco lusinghieri, “la palla al piede dell’Italia!” L’Espresso della scorsa settimana mette in copertina un’Italia mutilata da Napoli in giù.

Con questo scritto non intendo fare un’analisi socio antropologica (non ho l’informazione che servirebbe e non è ciò che voglio) ma semplicemente descrivere “cose” che ho visto, persone che ho incontrato, emozioni vissute. Non intendo dare giudizi di valore. Premetto: io amo il Sud, l’ho sempre amato per tante cose: la sua bellezza naturalistica, i suoi borghi storici, l’ospitalità della gente, il clima invidiabile. Vi ho passato, quand’ero più giovane, indimenticabili vacanze. E questo amore subisce ogni volta una violenza quando tende a essere smentito dal degrado, dall’indifferenza, dalla superficialità.

Ho scelto di andare in Sicilia via nave, per poter portare con me la mia auto e avere anche la possibilità di acquistare oggetti, di riportare ricordi, non certo la stupida paccottiglia dei souvenir delle bancarelle, ma una bella ceramica, un vasetto di prodotti locali, qualche bottiglia di vino. Opportunità che l’aereo con le sue regole ferree impedisce.

Il primo trauma è stato lo sbarco a Palermo. Dopo tanti anni di esperienza di navigazione ti aspetteresti un minimo di organizzazione e di indicazioni. Nossignore: una costante del Sud è che “non ti è permesso non sapere” e per orientarti devi chiedere. Gli interpellati sono gentilissimi, ti aiutano ma le pubbliche autorità non mettono cartelli “leggibili”. Ti capita di trovare la stessa indicazione a destra e a sinistra. Alla fine ti orienti e vai. Dovendomi recare verso Cefalù ho scelto di costeggiare il mare a sinistra, prima o poi avrei trovato l’indicazione dell’autostrada.

Questo percorso nella città è quanto di più orrido si possa immaginare per una capitale: la sporcizia e l’incuria la fa da padrone per chilometri, lungo i marciapiedi e sulla carreggiata dissestata del lungo mare, privo di ogni attrattiva. Si sfiorano le antiche mura di Palermo e l’orto botanico ma il contesto è orrendo. Man mano che si procede lungo il quartiere Brancaccio l’impressione è quella di un suk africano. Bancarelle di ogni tipo, ma soprattutto di frutta e verdura, offerta in mezzo alla strada con avventori che si fermano in seconda-terza fila senza minimamente preoccuparsi del traffico bloccato al loro seguito. Un’abbondanza di offerta (di quale qualità?) che non sappiamo come possa essere smaltita. Questa della sosta – assolutamente ritenuta legittima – in seconda fila è un “diritto” nel Sud. Se sei dietro e ti lamenti, ti becchi un improperio: che fretta hai? Aspetta! Il proprietario ti rimbecca e poi torna alle sue trattative.

Insomma non vedi l’ora di uscire da questa bolgia-caos costituita da sporcizia, disordine, edilizia cadente (e le palazzine che si intuiscono antiche sono in pessime condizioni e abbandonate a favore di orribili case anonime), traffico disordinato e furibondo. Da notare: questa è la porta di Palermo, la strada che tutti, anche gli stranieri, percorrono per andare a est. Quando finalmente entri in autostrada tiri un sospiro di sollievo.

L’autostrada Palermo Messina (con la derivazione per Catania ora interrotta dal crollo di un viadotto) è sicuramente un capolavoro di ingegneria (viadotti e gallerie ininterrottamente). Costruita a mezza costa toglie completamente ai turisti la visione del mare. Deve essere costata una fortuna.

Vista dal basso i piloni che sostengono le corsie sembrano più alti della Tour Eiffel e i viadotti sono una micidiale offesa al paesaggio. Non me ne intendo ma non era possibile trovare una soluzione meno “ardimentosa” e più economica e più rispettosa dell’ambiente, magari (visto che il mare comunque non si vede) più all’interno? Non so, ma dato lo scarso traffico (in agosto) penso che quest’opera non si ripagherà mai, anzi costerà un occhio alla collettività per manutenzione (sperando che nei pilastri ci sia vero cemento e non sabbia compressa). Intanto sulla costa corre una linea ferroviaria a un solo binario con le gallerie buie ad arco di mattoni del 1800. Si è preferito questo tipo di sviluppo. E se si farà (se ne parla) l’alta velocità quali altre distruzioni del paesaggio dobbiamo aspettarci per poi scontrarci con l’ennesima problematica del ponte sullo stretto? Tutto ciò – diciamocelo chiaramente – non serve allo sviluppo della Sicilia, serve solo agli speculatori, ai progettisti, ai costruttori.

Nel mio viaggio verso Cefalù transito per Termini Imerese. Intravedo la centrale Enel e la ex fabbrica Fiat. Cosa fanno ora questi operai privati della loro fabbrica per una scelta industriale punitiva del Sud? Cosa faranno finita la cassa integrazione? Non ci sono posti di lavoro alternativi. Penso che tutti diano una mano all’economia sommersa, più o meno mafiosa. Forse mi sbaglio ma la tranquillità di questi posti è allarmante.

Castelbuono, dove mi attende la mia ospite in una sua casa costruita sulla collina è un’oasi di vita, cultura, animazione, accoglienza. A parte le strade sempre dissestate (questo problema interessa molto poco ai siciliani, che sembrano trovarsi benissimo con avallamenti dell’asfalto simili a marosi), la cittadina è una fucina di iniziative. Molto volontariato ma anche molta buona politica locale. Qui passo dieci giorni di sogno davanti a un panorama eccezionale e frequentando spiagge “umane” (poco affollamento, buoni servizi). Certo occorre ignorare Cefalù, la consueta bolgia edilizia e commerciale. Per visitare la cattedrale ho dovuto sorbirmi la confusione di un’isola pedonale assai poco rispettata. Ricordavo qualcosa di diverso, di più classico, rispettoso di un’opera d’arte unica. La piazza, invasa dai dehors di ristoranti e gelaterie mi è parsa una profanazione.

E qui occorre anche un’altra osservazione. Valida sicuramente al Sud, ma forse ovunque. I commercianti più si trovano in una posizione fortunata e frequentata più sono sgarbati e poco servizievoli. Sembra dicano “perché mi secchi, vai altrove”. Forse non hanno mai conosciuto la crisi vera. Sono entrato in due negozi per comprare una paio di scarpe. Nel primo la signora ha parlato al telefono dieci minuti con un’amica o una parente (il tono era confidenziale, non certo d’affari) prima di darmi retta e dirmi… “non ho niente di quello che lei cerca”. Nel secondo sono stato servito in modo sbrigativo.

E poi, appena c’è un centro importante con un porto e un po’ di movimento ecco che nasce una periferia invivibile, caotica, polverosa, che segna quasi sempre l’ingresso nella città. La bruttezza come biglietto da visita di Cefalù: robivecchi, sterrati senza senso, distributori di carburante cenciosi, venditori di tutto. Le erbacce sono le fioriere dell’accoglienza. Folclore?

Leggo su la Repubblica edizione Palermo la storia quarantennale del palazzetto dello sport di Cefalù. Progettato faraonicamente quarant’anni fa è ancora in disuso dopo aver conosciuto degrado, scempio e abbandono. Una storia emblematica dell’uso dei soldi pubblici da queste parti. Ma il bello è che nessuno ne parla, nessuno si indigna… ho cercato la provocazione dopo la mia lettura. Nessuno sapeva dov’era quel famoso palazzetto.

A Castelbuono la ristorazione merita un dieci e lode. Abbiamo cenato sempre benissimo, serviti come dei re. L’offerta è ampia, ci è capitato di essere i soli avventori in locali di “lusso”. Ma sembra, in Sicilia, un’eccezione.

Un giorno, per curiosità, ho deciso di esplorare l’interno, vicino al mare. Due nidi d’aquile appollaiati su delle rupi quasi inaccessibili. Pollina che, vista da lontano, mentre si sale sembra una strana cuffia in testa a un moro. E soprattutto San Mauro Castelverde, che si vede da Castelbuono disteso su un contrafforte della montagna. Le sue luci brillano la sera lassù a 1000 metri d’altezza.

La strada parte dalla statale nord all’altezza di Tusa e si inerpica per un vallone verdissimo, ma palesemente disabitato (tranne che per due sparute frazioni di poche case). Tornanti piuttosto impegnativi ci portano a San Mauro che appare come un bastione di un castello, sulla cima del versante. Case per lo più vecchie, rustiche, un impianto tradizionale di un paese lì arroccato per palesi motivi di difesa. Questo è il suo bello… ma chi mai può abitare nell’oggi lì? Nel salire lungo la strada – 23 chilometri – ho incrociato due auto, non di più. I tentativi di “modernità” sono squallidi. Impressionanti: due edifici uguali, giallastri, interpretati da me come case popolari costruiti sul dirupo a strapiombo. Chi ha progettato questi edifici assurdi in una terra ad alto rischio sismico? Penso che nell’abitato compatto e unito come un unico blocco esista molto da ristrutturare, da recuperare senza deturpare l’ambiente. Ma quanti abitanti avrà realmente questo paese surreale, soprattutto nei mesi invernali? Quasi nessuno nelle strade ben acciottolate come una volta. La strada prosegue su in alto dove forse si nasconde un castello, una fortezza. Curve vertiginose che preferisco non affrontare. In discesa vedo un oleificio, unica industria della zona.

Preferisco non parlare degli stabilimenti balneari, uguali ovunque in Italia. Quest’anno la novità è data dal “volo” sull’acqua: uno scooter trascina due tavole su cui sta il malcapitato che un forte getto d’acqua eleva due metri sulla superficie del mare. E i fanatici vogliono provare. Mai che ti lascino in pace con lo spettacolo del mare davanti agli occhi e il silenzio. No, musica a tutto volume e con quel ritmo dei bassi che non lascia tregua. Decisamente gli stabilimenti balneari non hanno posto per gli ultrasessantenni. O è ancora una volta mancanza di rispetto?

Riparto per il “continente” un venerdì mattina. Lavori sull’autostrada che si anima un poco solo verso Messina. Poi cominciano i cartelli “imbarco per Villa San Giovanni”. Menomale – mi dico – in questo casino ti danno una mano. Mi sbagliavo. I cartelli si moltiplicano e vanno in molteplici direzioni, a destra, a sinistra e al centro. Quale scegliere? A caso. Imbocco una strada ben costeggiata da paratie che sembrano indicare un percorso netto, chiaro “in fondo ci si imbarca”. Sbocco in un piazzale praticamente vuoto “vuoi veder che oggi non c’è traffico?” su cui poggia una costruzione con un’enorme scritta “biglietteria” e poi i soliti bar, tabacchi, souvenir ecc. Entro (gonzo!) fiducioso e una gigantessa dagli occhi grifagni, senza nulla dire, mi stampa da una macchinetta un biglietto e mi dice “40 euro”. Pago e esco, mi guardo attorno per vedere il luogo dell’imbarco e mi avvicino a una specie di molo. L’ometto che è lì di guardia osserva il mio biglietto e mi dice: “non è più qui, lei deve uscire e poi girare a destra e poi ancora a destra ed è arrivato”. Cerco di chiedere perché vendono biglietti in un posto dove non c’è imbarco ma l’ometto alza le spalle e batte su un divisorio di cemento e dice “qui, deve guardare questi qui!” Non mi resta che seguire le sue indicazioni… faccio chilometri senza incontrare un imbarco a destra finché non mi ritrovo in una coda chilometrica… il solito ometto mi chiede il biglietto, glielo faccio vedere e lui mi ride in faccia: “no, no, lei ha sbagliato, torni indietro, questo imbarco è dall’altra parte. Qui ci sono i traghetti Caronte, lei ha un biglietto per i traghetti Ferry blu, torni indietro…”

Incazzato come una iena faccio tutta la coda perché transennata, è impossibile uscirne e solo alla fine riesco a fare inversione. La solita soluzione: chiedo a un passante, a una gentile signora in transito sul marciapiede. Lei mi guarda come se fossi un marziano e mi dice: “Ha sbagliato tutto, a due chilometri da qui giri a sinistra al semaforo e si troverà di fonte all’imbarco”. Indicazione perfetta. Un’addetta mi fa mettere in coda, constatata la regolarità del mio biglietto… Mi informo e apprendo con angoscia che il mio traghetto partirà fra un’ora esatta. Sono a Messina da due ore, ancora un’ora e poi la traversata… Mi trovo a pensare “Viva il Ponte”. Ma è un momento di follia.

Basterebbe un minimo di organizzazione. Indicazioni più chiare. Ma qui sullo stretto i vari trasportatori usano la confusione come principio di concorrenza. E si comportano come se i viaggiatori compiano quel tragitto tutti i giorni. I turisti sono semplicemente odiati o oggetto di scherno. Io mi sono chiesto cento volte chi permette la vendita di biglietti di un trasportatore in un posto lontano da ogni imbarco “come se lì ci fosse un imbarco”. Questo è l’inganno, la truffa, la presa per il culo. E sembra che nessuno governi questo porto del cazzo. Se non si vuole il ponte (e dato il traffico certamente insufficiente a garantirne la copertura di spesa, la sua costruzione sarebbe una follia) si disegni un imbarco razionale ed efficiente. Ho viaggiato al Nord dalla Danimarca alla Norvegia dove l’imbarco era regolato da un chek in per cui non dovevi neppure scendere dalla macchina. Passavi un varco, pagavi e gli addetti ti accompagnavano sulla nave. Per un percorso di 4-5 ore. Noi per attraversare uno stretto di tre chilometri ci mettiamo 4 ore. Siamo arretrati di secoli.

Quindi sono arrivato “sul continente” mal disposto e affamato (erano le due passate). Penso: al primo posto di ristoro mi fermo per una pausa adeguata. Niente da fare. L’uscita dal porto (dove non c’è assolutamente nulla) ti conduce come in una condotta forzata sull’autostrada Reggio – Salerno. “Ci sarà un’autogrill” penso. Nulla. Dopo un bel po’ di chilometri inutilmente cullato da quella speranza decido di prendere la prima uscita che mi dice qualcosa: Palmi, posto famoso, località più volte letta sui giornali. Esco e la prima cosa che mi si presenta è una discarica di auto usate, un ruttamatt. In milanese. Vado verso il paese: tutto chiuso, tutto sbarrato, non c’è un bar, non c’è un ristorante. Scendo verso il lido di Palmi (famoso un tempo) e la strada lunga tre quattro chilometri mi porta a un luogo deserto, abbandonato con qualche albergo scalcinato in un disordine assoluto. Non c’è nessuno: non è novembre o gennaio, è il 4 di settembre.

Alla fine in uno spiazzo desolato di cemento vedo due tre ombrelloni malmessi, degli uomini seduti all’ombra. C’è scritto “panineria” e “gelati”. Ci sediamo, non arriva nessuno. Entro nella baracca e chiedo: “Si può avere un panino?” “No, perché il ragazzo che li faceva è andato a Milano”. Non sapevo che l’arte di confezionare panini fosse una specializzazione gastronomica da master… Il ragazzo era gentile, desolato di non poterci servire. Ci accontentammo di due gelati cono di sottomarca (non Algida, non Sammontana…). E riprendemmo la via per l’autostrada. Avrò sbagliato strada. Lido di Palmi?

L’autostrada è perfetta. Finalmente finita. La percorro velocemente, passo luoghi dove qualche anno fa l’avevo vista sventrata, ridotta a una corsia, con sbalzi pericolosi: Lamezia terme, Sant’Onofrio, Pizzo Calabro… mi allontano dal mare e volo verso Cosenza. Almeno qui l’autostrada è tale.

L’uscita di Cosenza immette immediatamente in un traffico cittadino convulso e caotico. Metto il navigatore perché mi porti al B&B prenotato, dal nome di un quartiere di Cosenza “Paparelle”, scelto da me perché vicino al centro storico che ho intenzione di visitare. Il navigatore mi guida, ma ad ogni minima incertezza mi suonano e mi incalzano da vicino… ricordo nostalgicamente le targhe di una volta che ti indicavano come alieno, straniero, milanese, torinese… Oggi sei uno come gli altri e quindi ti devi sbrigare, devi correre. Non devi indugiare. Rischio due o tre tamponamenti, mi becco insulti irripetibili ma alla fine arrivo nei pressi della mia destinazione. Le strade sono dissestate e disseminate di immondizia nonostante due statue immacolate (chi rappresentano?) collocate su una piazzetta.

Il gestore del B&B è un ragazzo gentile, mi mostra l’appartamentino veramente bello, ben arredato, confortevole. Mi consegna le chiavi e si fa pagare. Non lo vedremo più. Come ristorante ci consiglia “’A cantina” sul corso, un ottimo locale – dice – sul Crati. Di fatto ceniamo sul marciapiedi di un corso trafficatissimo, assai male illuminato, sul bordo del fiume al di là del quale scorre un altro vialone pure trafficato. Abbiamo mangiato una cucina casalinga approssimativa con contorno di smog, fracasso, urla e continui apparecchiamenti di altri tavoli trasportati sul marciapiede dall’interno del locale al di là della strada. Una commedia degna di Peppino De Filippo. Naturalmente dato il continuo afflusso di gente (quasi fosse il Savini di Cosenza) siamo ignorati per non so quanto. Il ritorno al bel B&B è una pena: strade mal lastricate, marciapiedi pericolosi, immondizia abbandonata, scarsa illuminazione. Ma siamo stanchi e dormiamo come ghiri in un silenzio apprezzatissimo. L’ultimo pensiero: gestore di B&B e ristoratore di “A cantina” sono compari?

La mattina dopo guardo con perplessità la vecchia Cosenza: è tutta arrampicata su un costone, certamente a piedi non ce la farò mai. Ma la sera prima avevo adocchiato un ponte che si inoltrava al di là del fiume nella città vecchia, ponte aperto al traffico. Ho osato, pensato “ci sarà pure un parcheggio” e ho decretato la mia tragica fine. Sono entrato in un labirinto di viuzze costeggiate da edifici altissimi, di pietra scura, viuzze dove, a destra o a sinistra erano parcheggiate auto che costringevano a un vero slalom. Alla fine mi sono ritrovato in una strada chiusa, ho fatto richiesta a due locali baffuti e quelli mi hanno indicato la via d’uscita molto cortesemente ma con l’aria di chi voleva dirmi. “Ma tu sai dove sei e cosa stai facendo?” Avevano mille ragioni. Solo chi sa può inoltrarsi in strade dove pure l’accesso è libero e non proibito da cartelli e divieti.

Ho visto di sguincio il Duomo: mi è parso molto sporco e trascurato. Non so dare un giudizio su questa città vecchia. Non l’ho potuta vedere per il semplice motivo che non è possibile fermarsi. Non mi è piaciuta. Non ha nulla di veramente attraente dal punto di vista estetico. Occorrerebbero un lavoro immane e investimenti di capitali ingenti per restaurarla. Ho visto, sulle targhe cittadine, il nome di Giacomo Mancini e Riccardo Misasi. Uomini d’altri tempi che forse hanno fatto molto per la loro città. Chissà.

Fosse ancora così sarebbe un incanto (cfr. in allegato disegno XV sec., ndr).

La città nuova di Cosenza non dice proprio nulla. Attivo ancora il mio navigatore provvidenziale e mi faccio portare sulla strada per Paola. Intendo infatti lasciare l’autostrada che, per inimmaginabili disegni dei progettisti si porta nell’interno, sfiora Sibari e s’inerpica sulle falde del Pollino. Panorami che ho già visto e ammirato, centri urbani che hanno attirato la mia attenzione altre volte come Castrovillari o Normanno. In alternativa intendo percorrere la costa calabra del Tirreno, ricca di località celebri e che nella mia testa risuonano come luoghi paradisiaci, per approdare poi nel Cilento.

La parola “devastazione” è sicuramente la più appropriata per descrivere ciò che è successo tra Paola e Maratea. La folle edificazione, senza alcun criterio urbanistico e di pianificazione di alberghi, ville e villette che hanno occupato tutto lo spazio possibile, in un caos veramente indescrivibile. Una colata di cemento e mattoni per soddisfare la richiesta di residenze per lo più solo estive, seconde case, villeggiatura.

Sono entrato nell’abitato di Diamante e sono scappato, ho guardato con orrore i pollai costruiti sulla montagna a Praia a Mare, ho chiuso gli occhi per non vedere lo strazio di altri posti, così diversi dai dépliant turistici che li illustrano e li decantano.

Non esagero. Ne volete la prova? Se avete Google earth su un comune PC, focalizzate la Calabria e “volate” sopra Cetraro, Fuscaldo, Sangineto lido, Diamante, Scalea… Vedrete solo distese di tetti in pittoresco disordine, il mare aggredito dalle costruzioni. A Sangineto lido le case sulla spiaggia (altro che legge Galasso!). A Praia a mare, nome mitico della costa calabra, veri “pollai” costruiti sul costone della montagna sembrano osservarci con curiosità. Insomma un territorio, una costa distrutta, violentata. Di chi la responsabilità? Degli amministratori senza dubbio, come al solito avidi di oneri di urbanizzazioni e generosi nel concedere licenze, ma sicuramente anche di speculatori mafiosi, di un abusivismo sfrenato e colluso. E, per completare l’opera e il confronto osservate le immagini digitando costa calabra su Google. Vedrete spiagge da sogno, tramonti mozzafiato e luoghi incantevoli. L’immagine e la realtà. La promozione e la vita reale. Non riesco a capire cosa ne pensino coloro che hanno parcheggiato in questi posti a villeggiare.

Con Maratea marina le cose cominciano a cambiare. Il verde riprende il suo dominio, ma la strada s’inerpica sul versante montuoso e si vede poco. Stupendo il panorama su Acquafredda dall’alto di un belvedere improvvisato.

Approdo a Sapri (chi non ricorda i 300 giovani e forti e Carlo Pisacane?). Chissà com’era allora questa cittadina sperduta nel fondo del primo golfo del Cilento. I poveretti sbarcati nell’intento di provocare una sollevazione contro i Borboni furono trattati come banditi e malmenati. Storia del nostro ‘800. Sapri (così mi pare) ha mantenuto una sua dignità. Un bel lungomare, niente palazzoni, rispetto della realtà tradizionale. Metto in pratica la mia strategia consueta (dopo l’infame cena di Cosenza ho voglia di una bella mangiata come si deve): seduco un locale, lo lodo, gli dico com’è bello il suo negozio e poi gli chiedo se c’è un posto dove mangiare bene. Funziona sempre: il locale mi indica una piazzetta all’interno del paese dove ci sono due ristoranti consigliabili. Ottimo pesce e trattamento familiare. Finalmente!

Il Cilento (siamo in Campania) è altra cosa dalla Calabria. Forse non per merito umano. La natura è impervia. Dopo Scario la costa si fa impervia e, per fortuna, nessuno ha mai pensato di costruire una strada costiera per cui il mare da Policastro a Marina di Camerota è immacolato, trasparente e protetto. La strada si impenna su in alto, passa il pittoresco borgo di San Giovanni a Piro e con curve sinuose si fionda su Marina di Camerota.

Marina di Camerota è nel mio cuore perché vi ho passato, quand’ero giovane e mio figlio aveva pochi anni stupende vacanze di mare. Noi si stava su, a Camerota, allora paese di una primitività quasi selvaggia (un ragazzo che fece amicizia con Stefano non aveva mai visto il mare!) e si scendeva ogni giorno per una strada tutta curve e tornanti a Marina. La spiaggia, dominata da una torre “saracena” non era attrezzata, era frequentata da pochi ombrelloni e aveva un uliveto alle spalle. Ho potuto constatare che il posto è stato, nel limite del possibile, rispettato. Stabilimenti balneari sì, parcheggi sì, ma nessuna costruzione stabile in cemento. Il porto di Marina è stato enormemente ampliato in chiave turistica (allora, anni ’70, era solo un approdo di pescatori dove andavamo a comprare pesce appena le barche arrivavano) ma il borgo è rimasto lo stesso, ampliato s’intende, ma anche abbellito. La piazza centrale del paese è stata ristrutturata con gusto e c’è ancora la presenza di Valentone, mitico ristorante del posto, con la facciata coperta di bouganvillee e altri rampicanti. Una bellezza da vedere.

Insomma la visita a Marina di Camerota mi ha soddisfatto. Mi sono ritrovato a casa mia.

La mia strada prosegue verso Palinuro. Si costeggia quella che noi milanesi (su input dei locali) chiamavamo “spiaggia del Mingardo” dal nome del fiume che vi approda.

Era una spiaggia non sabbiosa, ma di ciottoli un po’ grossolani, sovrastata da una rupe continua al di là della strada, rupe con piccole caverne e rientranze che era divertente esplorare. Ora la spiaggia non c’è più. O meglio c’è ma è invisibile perché totalmente occupata, dal villaggio del TCI fino a Palinuro da camping, stabilimenti balneari, villaggi di bungalow, parcheggi. Il mare che ricordo trasparente e stupendo nella sua rabbia nei giorni di tempesta, con il rumore dei ciottoli trascinati su e giù, c’è solo se paghi il triste pedaggio agli occupanti. Credo che non sia legittimo, credo che l’accesso dovrebbe essere permesso. Ma siamo al Sud. Stretta al cuore e via. Consolazione: non sono state costruite case, tutto è mobile e precario. Forse verrà un giorno in cui cittadini e amministratori capiranno che così non va. Si crea ricettività turistica e lavoro ma si offende l’ambiente.

Il Cilento è bellissimo. Le strade, al contempo, sono pessime. Il fondo è malandato ma soprattutto l’erba che cresce ai bordi non viene rasata per cui, con fili altissimi e un cespugliame giallastro invade le due corsie, le riduce ulteriormente, rende pessima la visibilità. È chiaro che qui nessuno si preoccupa del problema. La manutenzione è inesistente. Colpa dell’abolizione delle province che avevano il compito di curare le strade per cui adesso regione e comuni si rimpallano il dovere e nessuno fa niente? Certo che abolire un ente senza prima prevedere chi ne deve assumere le funzioni non è un bel governare. Tra Pisciotta e Ascea c’è una frana, ferma lì – sembra – da mesi. Due muretti di cemento limitano il passaggio alle auto leggere, lo impediscono ai camion. Chiedo a un vigile che incrocio sulla strada: “ma si può passare?” Mi risponde: “Dovrei dirle di no, ma se lo fa è a suo rischio e pericolo”. Passano tutti e io imito, seguo gli audaci. Per ottocento metri è un incubo, l’asfalto non c’è più o è in pericoloso declino, la strada pende verso il burrone. È andata, non sono scivolato a valle. A qualcuno, magari alle prossime piogge, capiterà e saranno polemiche a non finire. L’alternativa? Tornare a Palinuro e fare il vallo della Lucania, 50 chilometri in più! Per chi va da paese a paese diciamo un po’ troppo. Domina il fatalismo.

Ad Ascea trovo ospitalità in un agriturismo molto ruspante (lo sono i suoi gestori) ma in una posizione incantevole, con un panorama sul mare e sul tramonto ineguagliabile. La piscina è nuova e ben attrezzata, le stanze sono confortevoli. Attorno è solo quiete e nessun scempio edilizio deturpa la costa. Nel pomeriggio alcuni vacanzieri decidono di fare una festa in piscina e alé boom boom boom rimbombo di bassi. Il gestore mi consola è solo per oggi.

Il giorno dopo visito gli scavi di Velia, l’antica Eliea, patria di Parmenide. Doveroso da parte di un filosofo. Peccato che, per vedere la città alta, occorra scarpinare per due ore e le mie gambe non lo permettono. Non c’è mezzo alcuno (magari un’auto elettrica, perché no?). Mi limito a visitare la città portuale in piano. Molto interessante, peccato di nuovo che il tutto sia invaso da erbacce. Franceschini dove sei? Non c’è solo Pompei.

Acciaroli, subito dopo sulla costa, è deliziosa. Un piccolo borgo con un porticciolo e una piazza sul lungo mare. Se non erro è la città in cui hanno ammazzato il sindaco che non voleva cedere a velleità mafiose. Quindi un eroe, di quel tipo di eroi di cui vorremmo fare a meno. Capisco che, in questo contesto incontaminato ci sia chi tenta il colpo: l’albergone, il villaggio, il centro commerciale. Il parco naturale e marino ha probabilmente salvato il Cilento. Con regole giuste e la volontà dei cittadini le salvaguardie sono possibili.

Il giorno dopo devo tornare al nord. L’addio del Sud è purtroppo allucinante.

La piana che sta a due passi da Paestum e che si è costretti ad attraversare per entrare in autostrada a Battipaglia è quanto di più sconcio e osceno si possa immaginare. La strada passa lentamente in un paesaggio di edifici costruiti e collocati alla cazzo di cane (uso questa spregevole espressione perché non ne trovo un’altra). Da un lato e dall’altro della carreggiata una vera aggressione di cartelli e insegne di ogni tipo e dimensione che si contrastano si sosvrastano e cercano di mostrarsi nella foresta di segnaletica. C’è di tutto: mozzarelle di bufala, arredamenti, elettrauto, bar, alberghi. La tentazione è di chiudere pericolosamente gli occhi per non vedere quest’inferno polveroso e tragico creato per chi? Inimmaginabile. Sono tre quattro chilometri di urla selvagge, di assedio, di tortura.

Questo è l’addio al sud, ma non dimentichiamoci che, per chi arriva dal nord, è l’ingresso, il saluto, il welcome.

Vorrei che qualcuno mettesse mano a questo scempio. Chi? Il sindaco di Battipaglia? Il neogovernatore della Campania De Luca exsceriffo di Salerno? Il ministro degli interni o dei beni culturali? Siamo nella terra di passaggio che conduce a Paestum, l’area archeologica della Magna Grecia, uno dei nostri primati.

Addio Sud tormentato e bellissimo.

Gli uomini hanno fatto di tutto per sfregiarti. Nella natura e nel turismo hai la tua principale risorsa, non ci piove. Pensaci.

Ogni altra bizzarra idea di sviluppo industriale non ha futuro, non ha piedi per camminare. Non rifacciamo gli errori di una volta.

 

Amoproust, 14 settembre 2015



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