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Camillo de Piaz. Sul vuoto incolmabile della scomparsa di don Abramo
13 Ottobre 2007
 

La scomparsa di don Abramo Levi ha creato un vuoto difficilmente colmabile. Personalmente mi ha colpito il fatto che a portarcelo via sia stato lo stesso male – tumore al pancreas – che aveva condotto alla morte il comune amico David Maria Turoldo. Ero stato io a farli incontrare e la cosa che più mi piace ricordare è che Abramo era uno dei pochi, se non l’unico, di fronte al quale Davide stava in ascolto. Non mancheranno occasioni per approfondire i tanti aspetti di una presenza ricca come la sua. Per questa prima volta riprendo e ripropongo ai lettori di Tirano & dintorni il testo di una mia presentazione, risalente, niente meno che al 1969, di Abramo alla milanese Corsia dei Servi:

«Erano anni che immaginavo don Abramo Levi seduto a questo tavolo – che ne ha visti tanti (e... tante) – e più di una volta, nel vivo di qualche dibattito, mi sono sorpreso a pensare: qui ci vorrebbe don Abramo. Pur avendolo a portata di mano, e sapendo quanto egli sia pronto a correre, nella maniera più naturale e discreta, quando c’è da dare una mano, sia che si tratti di portare a spasso i bambini della scuola materna dove dice la Messa, o di aiutare il parroco di qualche povero paesino di montagna a predicare le Quarantore, o di essere accanto agli studenti quando ricevono le manganellate della polizia, come è accaduto qui a Milano, o agli insulti e le botte dei fascisti, come a Sondrio, o di fornire un articolo, un saggio o un libro che risultano poi pertinenti e meditatissimi anche quando la richiesta era sembrata occasionale (cito soltanto gli ultimi due: Missione a Ninive, edito da Gribaudi, e Santa Teresa di Lisieux, nella collana “I nuovi Padri” di Vallecchi; un piccolo capolavoro); pur potendolo, dicevo, non ho voluto forzare la cosa: sapevo che prima o poi sarebbe accaduto, e tanto mi bastava.

Con don Abramo siamo conterranei, e viviamo vicini. Vorrei potervi raccontare che cosa ha significato per me questa vicinanza e questa amicizia, nel corso di questi anni, che avrebbero potuto essere anni di deriva e di smarrimento, senza il suo appoggio. E vorrei che vi potesse raccontare che cosa significa la presenza di don Abramo in Valtellina qualcuno di quei giovani, di quegli studenti molto impegnati, che hanno trovato in lui l’uomo e il prete giusto, realizzando una partnership di cui mi riesce difficile vedere l’uguale altrove, in un momento in cui il rapporto tra i giovani e la gente dell’età di don Abramo, quando esiste, non è esente da un sospetto di corruzione e di strumentalizzazione reciproca, sotto la quale cova, alla fine, il disprezzo. Loro e io potremmo raccontarvi quanto quest’uomo dall’aria mite sia capace di durezze insospettate. Potremmo anche testimoniarvi quanto sia difficile, e costoso, in una provincia come quella da cui proveniamo, in cui il tasso d’integrazione tra i vari poteri – il religioso, l’economico, il politico – era finora altissimo, l’essere un uomo “diverso”: ma don Abramo lo è nella maniera più impavidamente tranquilla che si possa immaginare, sorretto com’è da una ricchezza interiore, da una vita personale intemerata, da una autorevolezza culturale e dottrinale – non so donde venuta – che obbligano al rispetto anche coloro che preferirebbero disprezzarlo, se lo potessero. Possiamo anche prevenire chi fosse venuto in cerca del conferenziere brillante, in vena di modernismi: questa volta avrebbe sicuramente sbagliato la serata e la sede. Ma non ha sbagliato, e non resterà deluso, chi cerca la sostanza, il realismo, e un coraggio dottrinale ben più profondo che non sia quello semplicemente modernistico.

Chi ha letto il saggio – fondamentale, a mio parere – che Testimonianze ha inserito nel numero dedicato all’Isolotto, riprendendolo da Servitium – la bella rivista curata dai nostri amici di Sotto il Monte – sa già i titoli che abilitano don Abramo a trattare come si deve il tema di questa sera: che è un tema centrale, un tema sine qua non, di tutta la problematica religiosa ed ecclesiale nella quale ci troviamo coinvolti. Con esso siamo alla stretta finale di un anno abbastanza movimentato e critico: gira e rigira, alla fine di ogni conferenza e di ogni dibattito, rimaneva sempre nell’aria una serie di interrogativi che hanno a che fare proprio col tema di questa sera: ‘Autorità e carisma nella Chiesa’».

Ricordo un nostro viaggio a Milano. Accompagnavamo la mamma in ambasce per le notizie giuntele di un suo figlio, Vero Tarca, coinvolto nel movimento studentesco, che ebbe le prime avvisaglie all’Università Cattolica, dove noi stavamo dirigendoci, di quello che sarebbe stato, l’anno successivo il fatidico Sessantotto. Ci trovammo nel bel mezzo di uno scontro, che a noi, poveri provinciali, apparve particolarmente violento, tra la polizia e gli studenti in rivolta. Vedo ancora Abramo lanciarsi al soccorso. L’immagine di lui chino sul corpo pesto e sanguinante di uno di quei ragazzi ha il valore di una icona rappresentativa di quello che lui è stato per quei giovani e per tanti di noi. Molti di quegli studenti finirono espulsi dalla Cattolica. Ne cito il più noto, Mario Capanna. Tra di essi anche Vero Tarca, per il quale ci eravamo mossi dalla Valtellina, che approdò alla veneziana Ca’ Foscari dove lo attendeva una luminosa carriera universitaria al seguito di Severino.

 

Camillo de Piaz

(da Tirano & dintorni, ottobre 2007)


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