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Gianfranco Cercone. “Joker” di Todd Philips
15 Ottobre 2019
 

Chi conosce la storia del cinema, sa bene che l'espressionismo è stata una corrente artistica che ha interessato anche il cinema, particolarmente il cinema tedesco degli anni Venti; e che ha prodotto dei capolavori, come, ad, esempio, Il gabinetto del dottor Caligari. Era un cinema che esprimeva un senso di angoscia, a volte di terrore, provocato da un ambiente oppressivo, spesso raccontato in una chiave fantastica; e allo stesso tempo il senso di rivolta, quasi il grido, che si sprigionava dal fondo dell'animo dell'individuo oppresso.

Queste tensioni intime, questa esasperazione, le ho un po' ritrovate in un film americano uscito in Italia in questi giorni, di grande successo anche popolare, intitolato Joker, diretto da Todd Philips (il film che ha vinto il Leone d'Oro all'ultimo festival di Venezia).

L'ambiente è qui una celebre città fantastica – Gotham City – nella quale però filtrano alcuni problemi del mondo contemporaneo, resi più netti che nella realtà e dunque più chiaramente leggibili. La società di Gotham City si basa sulla divaricazione tra un'élite di ricchi e di potenti e una massa di poveri e di sottomessi; sull'arroganza, sull'esibizione del disprezzo, e sulla violenza che i privilegiati esercitano sugli oppressi: una violenza che si riflette poi in tutti gli strati della società, perché i più forti si rifanno sui più deboli di loro, e la criminalità dilaga incontrollata.

Alla base della piramide sociale, tra i più deboli fra i deboli, sembra trovarsi un individuo solitario, un uomo di mezza età, che di mestiere fa il pagliaccio: e cioè travestito come tale regge un cartellone pubblicitario, mentre per hobby si esibisce come comico in un locale, sognando il successo, che, nella sua immaginazione, assume le sembianze della partecipazione a un popolarissimo show televisivo, che sarebbe come un riflettore che dovrebbe posarsi sulla sua esistenza grigia e anonima, e riscattarla, farla assurgere alla gloria.

Ma se lui stesso, e gli uomini intorno a lui, lo ritengono tanto debole, e lo picchiano, e lo umiliano, non è solo perché è povero e privo di ogni segno di prestigio sociale, ma anche perché è affetto da un'ipersensibilità morbosa, da una tenerezza che appare patologica, per cui dedica tutto il suo tempo libero al volontariato e soprattutto alla cura di sua madre malata; così tenero da sembrare incapace di difendersi.

Ma quando le violenze contro di lui raggiungeranno il culmine, quando una rivelazione gli toglierà ogni illusione sul genere umano, quando il destino gli metterà a portata di mano una pistola, la sua vendetta sarà feroce, ed egli finirà per diventare un simbolo di riscatto per tutti gli oppressi.

La morale della favola è piuttosto trasparente: se la reazione violenta del protagonista non è certo salutata con entusiasmo, non è nemmeno davvero condannata, perché risulta come una necessaria, tragica conseguenza di un sistema sociale mostruoso. Se forse Todd Philips, l'autore del film, non sottoscriverebbe le parole di Brecht: “Solo violenza aiuta dove violenza regna”, certamente non contempla le ragioni o la possibilità della nonviolenza.

Beninteso: questo è lecito, credo, constatarlo, ma non costituisce un difetto artistico. Semmai, rispetto ai capolavori dell'espressionismo a cui mi sono riferito in apertura, e a cui il film forse inconsapevolmente si richiama, qui si resta in dubbio rispetto alla sincerità del sentimento alla base del racconto: perché le ragioni per cui l'uomo si trasforma in un assassino sono così chiaramente spiegate, l'interpretazione e il giudizio sulla società di Gotham City sono così univoci e inequivocabili, la morale è illustrata con tanta precisione, che il film sembra piuttosto il frutto di un calcolo, di un progetto razionale, sembra insomma: “studiato a tavolino”.

Si tratta comunque di un progetto di alta ingegneria narrativa, che, per la sua riuscita, si avvale soprattutto dell'interpretazione magistrale di Joaquim Phoenix nel ruolo del protagonista. La sua risata compulsiva, così amara da sembrare quasi un pianto, ma così irrefrenabile che, come un fuoco sotto la cenere, nasconde un grido, sarebbe già di per sé una prova di recitazione molto alta.

 

Gianfranco Cercone

(Trascrizione della puntata di “Cinema e cinema”
trasmessa da Radio Radicale il 12 ottobre 2019
»»
QUI la scheda audio
)


 
 
 
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