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Gianfranco Cercone. “Il conformista” di Bernardo Bertolucci
02 Dicembre 2018
 

Vorrei ricordare quel grande autore cinematografico che è stato Bernardo Bertolucci, parlando di un suo film, non uno dei suoi più noti, ma, io credo, dei suoi più belli, che si intitola Il conformista: un film del 1970, tratto dal romanzo omonimo di Alberto Moravia, che, nella versione restaurata in collaborazione con la Cineteca di Bologna, è edito in DVD dalla Rarovideo.

Il conformista è un film ambientato in gran parte nell'Italia fascista, nel quale il fascismo non è soltanto il fondale della vicenda, ma è, a mio parere, il tema del film, affrontato da un punto di vista del tutto originale, perfino stravagante, ma che si dimostra profondamente rivelatore.

È il punto di vista di un uomo segnato da un trauma, da una orribile disavventura che gli è capitata quando era ancora bambino. All'uscita dalla scuola, un pedofilo lo aveva pedinato, lo aveva attirato in una camera, per sedurlo gli aveva mostrato una pistola, e di quella pistola il bambino si era servito per sbarazzarsi di quell'uomo, sparandogli, forse uccidendolo.

Egli è dunque cresciuto nella convinzione di essere un assassino, e nutrendo dei dubbi segreti sulla sua vera sessualità, perché le carezze che l'uomo era riuscito a prodigargli lo avevano turbato.

Ecco allora che dopo l'avvento del fascismo, per mettere a tacere quei dubbi, agli occhi degli altri ma anche della sua propria coscienza, egli si maschera da fervente fascista: perché quella maschera gli consente di mostrarsi come un uomo perfettamente virile secondo i canoni dell'epoca, e comunque perfettamente normale, interscambiabile con uno dei tanti altri seguaci dello stesso partito.

Sospinge la finzione fino al punto di sposarsi con una ragazza che non ama, e di accettare di commettere per il partito un delitto politico: uccidere un suo professore all'università – che quando lui era studente lo stimava, lo aveva preso a benvolere – e che, antifascista, è finito esule a Parigi (è un personaggio che rievoca il caso dei fratelli Rosselli).

Parlo di finzione, perché il film lascia intravedere che il protagonista, in cuor suo, disprezza la ragazza sciocca che si è imposto di sposare, così come quel bestione stolido, fascista, che gli fa da guardiaspalla durante la sua missione criminale; e disprezza anche se stesso per il tradimento che commette rispetto alle sue convinzioni e alla sua vera natura. Vagheggia la libertà di quel professore che si è incaricato di uccidere, che forma con la sua giovane moglie a Parigi, una coppia aperta. E nel finale, vive con il trasalimento di una rivelazione, l'emozione che gli procura il corpo nudo di un prostituto che si offre sotto i portici del Colosseo. (Il protagonista è interpretato con grande finezza, con sottile ambiguità, da Jean-Louis Trintignant.)

Ora, intorno a questo caso individuale, il fascismo, nel film, con l'ossessiva rigidità delle sue architetture glaciali, con il gigantismo degli ambienti, con l'insulsaggine demenziale delle canzonette dell'epoca trasmesse alla radio, con il suo truce clericalismo, con le ghignanti maschere criminali degli uomini di partito, appare come un mostruoso delirio collettivo, un camuffamento monumentale della verità: della verità intima del protagonista, ma anche forse anche degli italiani, e di ogni uomo.

È una diagnosi sul fascismo che può apparire fin troppo semplice. Ma chi l'ha detto che le verità, anche le più profonde, siano difficili?

Il sontuoso apparato figurativo del film, così creativo, quantomai efficace, è altamente supportato dalla fotografia di Vittorio Storaro. La musica originale, molto bella, è del grande George Delerue.

 

Gianfranco Cercone

(Trascrizione della puntata di “Cinema e cinema”
trasmessa da Radio Radicale il dicembre 2018
»» QUI la scheda audio)


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