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“Purtroppo oggi ci compiaciamo di essere artisti più che uomini” 
Itervista di don Franco Patruno ad Ermanno Olmi per l’Osservatore Romano
28 Novembre 2018
 

Ai primi tornanti per salire ad Asiago ho la sensazione che non riuscirò ad essere puntuale con Ermanno Olmi. L'intervista è per le ore 17 e potrei tentare ac­ce­le­ra­zio­ni avventate, le curve, però, non mi permettono di essere quel driver che ho sperimentato solo nel dormiveglia. La casa è molto bella e razionale ed anche i quadri sono di ottima scelta. Olmi mi fa accomodare sul divano vicino ad un dipinto di Pizzinato tra i più astratti ed aerei.

Olmi mi parla subito della folgorazione avuta di recente alla Cappella Sistina, anche se “…la visita che feci negli anni Sessanta era più raccolta e meno rumorosa. Ora tutto è palese, come l'aveva voluta Michelangelo nel momento in cui ha dato l'ultima pennellata”.

Accenno alla perfezione del restauro, ma Olmi mi “sposta” a Padova, agli Scrovegni: “Giotto, per me, è il più grande genio della pittura. Lo amo moltissimo, come amo Turner”. Capisco che il regista desidera arrivare al nocciolo dell'argomento per osservazione paradossali: “A Giotto non interessa più la pittura perché questa, per lui, è un'opportunità unica di raccontare…” La sottolineatura, naturalmente, è mia. Continua: “Giotto non è stato ingabbiato nell'autocompiacimento dell'arte. Trovo sublime Michelangelo nei suoi tormenti, quando avverte che con la scultura non può più dire niente”. Olmi fa alcune pause di interiorizzazione tra un pensiero e l'altro. Lo sguardo sembra cercare risposte in un punto immobile dello spazio e le trova: “La scultura diventa testimonianza del suo travaglio. La Pietà Rondanini è qualcosa di incredibile… Bisogna arrivare a novant'anni… Purtroppo oggi ci compiaciamo di essere artisti più che uomini”. Prendo al “volo” l'esempio di Giotto tentando un parallelo con il suo cinema ed Olmi accetta volentieri la sfida: “Io mi sono avvicinato a Giotto quando mi sono accorto che non è stato il cinema che mi interessa, quanto il mio rapporto con il mondo”. Il regista distingue poi tra la nobile attitudine alla “confezione”, necessaria ma fuorviante quando è fine a se stessa: “Rossellini non è mai stato un cineasta compiaciuto della propria capacità di fare cinema. Altri, invece, sono straordinariamente bravi nel confezionare la loro opera ma, a volte, la confezione serve ad ovattare, se non a nascondere, i veri contenuti”. Avverto che per lui il rapporto tra arte e vita è essenziale ed allora il ragionamento si fa sottile: “Qualche volta il vero artista mette in pericolo se stesso, si espone come persona”. Esco allo scoperto pure io, accennando a forti personalità che, come i poeti maledetti o Nicolas De Stael, hanno vissuto a tal punto la coincidenza tra arte e vita da arrivare all'autoannullamento per mancanza di parole. Olmi risponde con parole soffocate, quasi sentisse su di sé il peso di tanti altri: “L'uomo, quando si riconosce come persona, non può suicidarsi. Se invece si riconosce come artista può arrivare a farlo. Bisogna accettare il fallimento dell'artista: nell'istante prima di morire c'è sempre una frazione in cui la persona pensa che è un discorso che comincia, non che finisce”.

Mi vien da pesare alla morte del Santo bevitore della “Leggenda”, che Olmi ha tratto da Philip Roth, ma il regista “slitta” su Bresson: “Citando Bresson ne Il diavolo, probabilmente, quando il ragazzo suiicida si fa sparare dall'amico, un attimo prima che l'altro spari, dice “Stavo pensando…” ma l'altro spara!” Già, quell'attimo prima quando non è più possibile tornare indietro. Il colloquio si concentra sulla sofferenza fisica. Ricordo ad Olmi la splendida intervista di Formento a Padre David Maria Turoldo nell'ospedale di San Pio X dei Camilliani di Milano. Olmi si illumina. Erano molto amici e Padre David gli era stato molto vicino nei tragici tempi dell'ictus cerebrale. Trascrivo per intero: “Io non credo che Dio voglia essere amato più della vita… Forse dico un'eresia, ma Dio non può essere geloso della vita! Anch'io sono stato molto malato e mi trovavo in una duplice disperazione morale e fisica. Constatavo di non poter più disporre del mio corpo e di trovare nella malattia un'inibizione totale di quello che ero stato sino ad allora. Sono arrivato ad invocare la morte. Mia moglie mi assisteva. Un giorno, mentre mi portavano per la fisioterapia, decisi di rifiutare ogni cura. Ricordo che, con le lacrime agli occhi, dissi a Loredana: -voglio morire… fammi morire…-. E lei: -ma se tu muori, cosa faccio io?- Così ho deciso di continuare a vivere, per lei, per la vita, ma non soltanto mia, ma anche sua. Ho detto a degli amici sacerdoti: -Dio mi ha fatto vivere quando mi ha fatto capire che dovevo vivere per lei, per mia moglie-. Rendo onore a Dio, perché mi ha posto accanto ad una persona da amare. Quando uno sente di non interessare più a nessuno si lascia andare”.

Lascio uno spazio di silenzio perché mi accorgo che siamo entrambi emozionati. Olmi, però, continua nel ricordo di Turoldo: “Per Davide deve essere stato così: il suo amore a Dio era anche amore alla terra, alla vita, alle cose, alle persone. Rifiuto gli eccessi della rinuncia malintesa al mondo come l'eccesso opposto. Penso a S. Antonio di Lisbona, poi trapiantato a Padova, che diceva: -Io ho solo un grande debito: il debito dell'amore. Pagato questo debito più nessuno mi venga ad importunare!-”.

Potrei continuare sull'argomento ma, tenendo conto dei limiti di spazio dell'intervista, torno al cinema con la Leggenda del Santo bevitore e alla contrapposizione che Olmi continuamente fa tra volti pieni di vita, come quello della scuola alberghiera, ed i commensali in Lunga vita alla signora. Olmi parte da lontano, ricordando i tanti volti dei suoi 40 documentari prima dei lungometraggi.

Alla Edison mi avevano incaricato di documentare. Ho cominciato a ventun anni: filmavo i cantieri…". Poi si ferma ed approfitto per domandare se Il tempo si è fermato è stata una committenza.

Sorride: “È un po' una marachella! Avevo detto ai miei dirigenti che andavo a fare un documentario, invece avevo già scritto il mio copione… Tra i tanti documentari c'è anche Manon finestra 2 con il commento di Pier Paolo Pasolini, il quale scrisse la prima sceneggiatura con Bassani. Con Pasolini siamo sempre rimasi amici. Lui ha scritto un magnifico saggio sul film poetico e su quello di prosa, prendendo come esempio Il tempo si è fermato. Poi ci trovammo a Venezia, io con Il posto e lui con Accattone”.

Accenno al fatto che la “marachella” è risultata positiva per la committenza e che documentare non è un atto “freddo” e “neutrale”. Continuiamo ricordando comuni amici degli anni “caldi” dei “Cineforum”, i dibattiti sullo strutturalismo, Padre Covi e Taddei. A proposito di Padre Taddei, Olmi ricorda un particolare simpatico: “Quando venne a vedere Il posto sul terrazzo di casa mia a Verona, dove avevo la moviola, vide il film a rulli e diceva: no, -scuotendo il capo- il film non ha struttura”. Lo diceva, naturalmente, con amore e continua: “Io ero a Milano e frequentavo il San Fedele; ero molto amico di Padre Taddei, ma non facevo parte del suo gruppo”. Riguardo agli anni Sessanta, Olmi parla volentieri della critica cinematografica e delle ideologie; racconta di come lui stesso sia stato “ingabbiato” da formule tipo “intimista cattolico”. Gli dico che sono sempre stato contrario a facili euforie in anni di contrapposizione, quando domandare “è dei nostri” era d'obbligo. Ho sempre sentito come “nostri” molti autori un po' fuori dalla cerchia: Bergman, Truffaut, Rohmer… Olmi si ritrova subito: “Pensi che la mania delle contrapposizioni, che ci faceva dire di un'opera 'dove la collochiamo?', portò a valutare L'albero degli zoccoli come un film cattolico in Italia e marxista in Inghilterra!” Accenno ai suoi film specificamente religiosi, come E venne un uomo dedicato a Giovanni XXIII, che gran parte della critica recensì piuttosto negativamente.

Durante la lavorazione ero stanchissimo… ed ho tagliato senza pietà! Ma Pasolini, invece, scrisse cose straordinarie sul film, soprattutto la parte dell'infanzia, che lo coinvolgeva molto sentimentalmente. Ero commosso quando vidi il film accanto a Paolo VI: il Papa ne rimase molto toccato, ed io fui commosso della sua commozione. Rigoni Stern, che abita qui vicino, mi ha detto di averlo rivisto alla televisione e che aveva ribaltato il giudizio di allora”.

Con la scheda dei suoi film sott'occhio, gli dico la mia predilezione per Un certo giorno, Durante l'estate e La circostanza ed Olmi collega le tre pellicole mettendo in evidenza le contrapposizioni tra generazioni e classi: “La realtà dei figli non era più quella dei padri: il figlio dell'operaio diventa studente. Nasce la nuova borghesia. Con I fidanzati comincia il rampismo. Visconti capì il risvolto politico di questo film, e disse che era il film più bello visto in quell'anno. Un aristocratico come lui ed intellettuale comunista!” Olmi continua a collegare i film evidenziando come una strana circostanza (come, ad esempio, un incidente stradale), può mutare e dare nuova percezione della vita in chi è totalmente assorbito dall'escalation del potere. Alla mia osservazione su due apparenti nostalgie, quella di Padre padrone dei Taviani e L'albero degli zoccoli, Olmi risponde prontamente, come infastidito dalle letture tendenziose: “Non c'è nostalgia da parte mia, anche se alcuni gruppi cattolici hanno tentato di farmi apparire un preindustriale. La nostalgia è nei borghesi, che tornano in campagna in modo sbagliato, vivendo male la loro nostalgia, che è una insoddisfazione di come sono… ma non riescono nemmeno ad essere come erano”.

L'occasione della prossima uscita de La Bibbia e dei capitoli della Genesi, ci porta a parlare della religiosità e dei film chiaramente ispirati alla Parola di Dio. Curiosa la sua risposta, paradossale come una poesia di Turoldo: “L'uomo è naturalmente, istintivamente religioso. È come l'amore: a volte l'amore è un ingombro! Ce ne libereremmo volentieri! Qualche volta faremmo a meno di soffrire per amore, ma non c'è niente da fare!” Sorride perché apprezzo il paradosso. Riguardo a La Bibbia mi dice che il testo è stato interamente rispettato: “L'unica cosa che ho aggiunto sono alcuni salmi che ho messo accanto a delle situazioni che ritenevo più idonee a tale accostamento. Anche qui, come Lungo il fiume, la parola è la ragione dell'opera”.

Mi accorgo che sono passate quasi due ore e che Olmi è leggermente affaticato. Mi scuso, ma ne approfitto per un'ultima domanda su Fellini. Non potevo pensare ad un finale così gradito: “Eravamo amici. Quando venne a Milano per La dolce vita, Gadda Conti gli ha fatto vedere Il tempo si è fermato. Fellini è venuto in proiezione e ne è rimasto molto colpito. Uscendo, lo salutai con un -Buon giorno, Maestro!- ma lui, con la sua voce ironica e leggermente cigolante, mi disse: “Ma chiamami fratello, chiamami fratello!”

 

Franco Patruno

(L'Osservatore romano, 02/08/1994)


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