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Gianfranco Cercone. “Styx” di Wolfgang Fischer
19 Novembre 2018
 

Niente, forse, come un interrogativo morale è capace di provocare un'immediata e profonda immedesimazione in un racconto. Quando il personaggio di un film si trova di fronte a una scelta drammatica, urgente, per cui è costretto a decidere cosa è giusto fare, lo spettatore sarà quasi automaticamente indotto a chiedersi cosa sceglierebbe lui al suo posto.

Su questo meccanismo, semplice, ma quasi infallibilmente efficace, si basa un film austro-tedesco intitolato Styx (che è la traduzione inglese di “Stige”, il fiume dell'Inferno), diretto da Wolfgang Fischer, uno dei tre film finalisti al Premio Lux assegnato ogni anno dal Parlamento Europeo, uscito in questi giorni grazie a un distributore indipendente, Cineclub Internazionale.

Styx racconta di una navigatrice solitaria che, a bordo della propria imbarcazione, si appresta a raggiungere da Gibilterra l'isola dell'Ascensione, sull'Oceano Atlantico.

Per una buona mezz'ora il film non è che la cronaca del suo viaggio, che mostra le manovre che deve eseguire un'esperta navigatrice quando il mare è in tempesta; la piacevole nuotata che può concedersi quando spunta il sole e il mare è calmo; le letture in cui si immerge sotto coperta a propostito della terra quasi leggendaria che desidera raggiungere.

Ma, come si può prevedere, le accade un incidente. Avvista da lontano una nave che le sembra carica di disperati che con le braccia le lanciano segnali di aiuto, probabilmente perché la loro imbarcazione sta affondando. Qualcuno di loro si tuffa dalla nave e tenta di raggiungere a nuoto la sua barca.

Ecco allora la prima scelta che la protagonista si trova a compiere: deve andare incontro alla nave e caricare i profughi sulla propria barca? Ma sono tanti, troppi per quell'imbarcazione così piccola e lei rischierebbe di affondare insieme a loro.

Decide, prudentemente, di contattare via radio la Guardia Costiera, da cui riceve l'ordine, anzi: l'intimazione, di allontanarsi immediatamente, insieme alla rassicurazione che sarà la stessa Guardia Costiera a provvedere ai soccorsi.

Dovrebbe dunque obbedire, voltando le spalle a quegli uomini sempre più in pericolo, che continuano a chiederle aiuto? E chi le garantisce che i soccorsi promessi arriveranno davvero?

Nel frattempo poi, uno dei naufraghi, un bambino, un nero, ha raggiunto la sua barca. Lei lo carica a bordo, gli presta le prime cure. Potrebbe mettersi in salvo con lui. Ma il bambino ha lasciato sulla nave la sorellina, e non vuole saperne di allontanarsi senza di lei, a costo perfino di gettare in mare la sua soccorritrice.

Insomma: Styx acquista progressivamente la tensione che è propria dei cosiddetti “thriller”, che qui è sostanziata da un dubbio, da un angoscioso rovello di coscienza, da un interrogativo morale appunto.

Si potrà rimproverare a Styx un'introduzione troppo lunga, una certa genericità nel disegno dei personaggi, in particolare della protagonista. Ma il nucleo del dramma è intenso e coinvolgente.

E se il dramma riguarda direttamente le scelte di un singolo personaggio, è evidente che allude alle scelte di un intero popolo, di un paese, perfino di un continente.

Originale e interessante.

 

Gianfranco Cercone

(Trascrizione della puntata di “Cinema e cinema”
trasmessa da Radio Radicale il 17 novembre 2018
»» QUI la scheda audio)


 
 
 
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