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Gianfranco Cercone. “L’atelier” di Laurent Cantet
14 Giugno 2018
 

È piuttosto raro che un autore, di fronte a un mistero che il suo racconto si trovi ad attraversare, o intorno al quale magari ruoti l'intero racconto, non cada nella tentazione di risolverlo. Perché il fatto stesso che un mistero resti tale, dimostra che la sua intelligenza è insufficiente a spiegare ogni cosa; e può risultare, per questo, umiliante.

È allora uno dei meriti dell'autore belga Laurent Cantet, nel suo film intitolato L'atelier (presentato al festival di Cannes, dove Cantet aveva già vinto la Palma d'Oro per il film La classe), presentarci un personaggio per tanti versi misterioso, rispettando fino all'ultimo il suo mistero, senza pretendere di liquidarlo con una di quelle spiegazioni frettolose e semplicistiche di cui è piena la drammaturgia convenzionale; senza per questo rinunciare ad esplorare, a indagare quel mistero (anzi a quell'indagine è dedicato, in fondo, tutto il film).

L'atelier a cui si riferisce il titolo è un laboratorio di scrittura creativa, che tiene una scrittrice professionista di romanzi gialli (piuttosto convenzionali, sembra di capire), rivolto a giovani anche inesperti di letteratura, che vogliano sperimentare il piacere di costruire insieme un romanzo giallo. Il laboratorio si tiene d'estate, in una villa, in una cittadina della Francia meridionale, vicino Marsiglia, di antica tradizione portuale e nella quale dunque, più che altrove, si mescolano etnie variegate. E tra i ragazzi che partecipano al corso ce ne sono di origine araba o africana, tutti però, almeno in apparenza, con maggiori o minori attriti, integrati nella società francese, alla quale in certi casi rivendicano con orgoglio l'appartenenza.

Tra i partecipanti c'è un ragazzo, bianco, che è percepito un po' da tutti con quel misto di insofferenza e di malcelata curiosità che si riserva ai diversi: perché ha un'aria troppo riservata, un'espressione costantemente tesa e seria; quando scherza i suoi scherzi risultano offensivi, a volte sono apertamente razzisti; e perché, quando si cimenta a scrivere il racconto di un delitto – anzi, di una strage – il suo racconto risulta così vivido, così esaltato, da rivelare un'inquietante immedesimazione con il personaggio dell'assassino.

Da una ricerca che la scrittrice compie su di lui attraverso Facebook, appura facilmente che il ragazzo frequenta un gruppo di giovani di estrema destra, e che si esercita a sparare.

Ma attenzione: se si può riconoscere in alcune sue idee il germe del fascismo, non si tratta di un militante pienamente arruolato in una formazione, perché è un individuo quantomai solitario, refrattario a integrarsi in qualsiasi gruppo.

E se certe sue affermazioni suscitano insofferenza, sono degne di condanna, almeno da parte di un interlocutore di idee democratiche e liberali, non è la sua intera persona, per come è descritta nel film, che è investita da quella condanna, perché si lascia intuire nella sua intimità, un dolore, forse oscuro nelle sue origini anche a lui stesso, che suscita rispetto.

E la scrittrice, che pure si sente ferita dal suo comportamento sprezzante, gli si accosta, per cercare di comprenderlo e di aiutarlo, con quello spirito di tolleranza e di razionalità che sembra così tipicamente francese; forse con una certa rigidità accademica, con una qualche goffaggine, ma comunque con simpatia, perfino con amore.

Da questo incontro, quel grumo di dolore, composto di elementi disparati, da frustrazioni sociali come da una perdita più profonda del senso della vita, non sarà sciolto e guarito, e nemmeno analizzato fino in fondo. L'incontro conduce piuttosto a un rispecchiamento in quel malessere, della scrittrice stessa e degli altri ragazzi dell'atelier. E suggerisce che la parola, letta o scritta, se non costituisce la soluzione dell'esistenza, aiuta a rischiarare il fondo oscuro di noi stessi, scongiura il pericolo che quell'oscurità si trasformi nell'abisso della distruzione di sé e degli altri.

Ma morale a parte, ciò che fa la riuscita del film è in primo luogo il ritratto del ragazzo che per essere misterioso non è per questo meno vivo: anzi vive proprio del suo mistero.

I due personaggi sono impeccabilmente interpretati da Marina Foïs e dall'esordiente Matthieu Lucci.

Si tratta di un film profondamente coinvolgente, da non perdere.

 

Gianfranco Cercone

(Trascrizione della puntata di “Cinema e cinema”
trasmessa da Radio Radicale il 9 giugno 2018
»» QUI la scheda audio)


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