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Kristina Mamayusupova. L’altro: uomo dall’“essere” rimpicciolito?
30 Gennaio 2020
 

Nella società odierna non è notizia che l’altro, il diverso, venga considerato l’«essere senza forma»1 privo di sentimenti umani e incapace di criticità nei confronti del mondo. Inoltre, l’altro come se non possedesse alcun valore, alcuna identità, come se fosse soltanto un insieme di mancanze. Soffocato da un deciso rifiuto — ora per convinzione politica, ora per scelta personale —, l’essere umano non si accorge che all’interno dell’altro, come all’interno di se stesso, continua ad attuarsi una costante trasformazione formativa. Un processo inarrestabile della formazione umana, indirizzato verso un felice e mai raggiungibile “compimento” del sé, educativo, sociale, culturale. La società non può prescindere dalla presenza in essa dell’alterità e, riconoscendo l’inevitabilità dell’incontro con essa, dovrebbe abbandonare la sua logica dellidentità in quanto lidentità “da sola” rischia di essere miope.

L’essere umano sperimenta il bisogno dell’altro già a partire dai primi mesi di vita, sentendo di esistere soltanto se rispecchiato interamente nell’altro: la propria madre. Successivamente tale bisogno si cancella sorprendentemente e ci si trova proiettati verso una creazione dell’identità “autosufficiente e sostenibile”, sebbene l’altro, ossia «colui che si pone di fronte a noi (…) [ci richiami] alla responsabilità e alla cura»2 e ci stimoli a produrre un pensiero di carattere interpretativo.

La crisi fondativa dell’uomo gli ha impedito di accogliere, rispettare e tutelare la specificità dell’altro e il suo diritto di essere ciò che è senza alcun impedimento nella manifestazione dell’umano di cui è colmo. Poiché gli altri fanno parte del nostro mondo, sono la nostra “cornice”, ambientale, culturale e politica. Seppure involontariamente, l’altro ci educa, educando se stesso e allora, grazie alla sua (e alla nostra) natura relazionale, sia noi che egli stesso diveniamo l’essere-sede di un fluire infinito dell’identità in alterità e viceversa. Presso alcune culture dell’Africa sub-Sahariana c’è un termine curioso in lingua bantu ubuntu (dalla radice -ntu “umano”), con il quale si definisce il legame di un singolo uomo con tutta l’umanità e il quale sottolinea che ciascun soggetto è frutto della vita plurisecolare di un “noi” (composto dalla molteplicità di tanti “altri”); perciò la nostra origine è da ricercarsi in un plesso che tiene conto non solo della nostra catena genealogica ma anche di molte altre, a noi completamente sconosciute.

L’uomo contemporaneo, inibito di andare verso l’altro, non presta attenzione al fatto che l’altro è già dentro di lui, dimorandovi con la sua irriducibile e acuta diversità. Spesso si perde di vista il fatto che l’edificazione culturale del soggetto, ovvero la sua formazione peculiare, “si regge” sul dialogo educativo, in cui l’io e l’altro sono in una continua negoziazione, e soltanto se si prende coscienza che l’io viene formativamente ed educativamente “contaminato” e “segnato” dall’altro (ovvero che nel singolo processo formativo dell’io l’altro è continuamente presente), diviene possibile percepire l’altro, il diverso, quale soggetto e non quale oggetto ridotto o persino annullato.

Per quanto concerne la conoscenza dell’altro, non è possibile conoscerlo senza mediazioni, ma con l’ausilio delle possibili rappresentazioni personali (e/o immagini identitarie) che consentono di decostruire, interpretando, l’intero essere dell’altro, di “ricomporlo” senza focalizzarsi su un’unica immagine, contrassegnata da una visione stereotipata. L’atteggiamento di curiosità verso l’altrui cultura potrebbe aiutare l’uomo d’oggi a percepire l’altro quale «emblema della distanza culturale»3 e simbolo di fusione delle culture più variegate. Ad ogni modo, l’«imperativo di comprendere l’altro è un compito ermeneutico che non si conclude con una assimilazione o con una esclusione».4 L’interpretazione dell’altro aiuta a far germogliare i propri semi formativi ed educativi, atti a mantenere in vita l’arduo processo conoscitivo del mondo. Tale processo accresce la tensione formativa e conduce l’uomo a voler interpretare l’altro, poiché ogni autentica interpretazione comporta un’attenta e regolare “revisione” della propria identità. Delineando ininterrottamente la propria identità si assiste a una trasformazione del proprio essere che diventa l’essere-che-custodisce-in-sé-l’altro essere. L’uomo può risultare curioso verso lo studio di lingue straniere e in questo modo il suo essere si trasforma in un pluri-essere, in cui ogni essere parla una lingua diversa: così nasce un poliglotta.

Le considerazioni sull’altro oscillano tra due poli estremi: può essere sinonimo di orco, povero, nemico, nulla, vuoto, o al contrario è novità, cambiamento, meraviglia, opportunità, curiosità, amore. Malgrado l’altro ci sembri “intraducibile”, poiché complesso è il “linguaggio del suo essere”, la comunicazione dall’impronta educativa persiste nel fluire adagio e la presenza dell’altro ci porta all’implemento della nostra umanità che si fonda inevitabilmente con quella altrui. Trattare gli altri come «disumani, mostri, selvaggi è una delle forme di (…) barbarie»5 e per non cadere in essa, occorre voler incontrare l’altro umanamente per scoprirne le sfumature intellettuali, culturali e linguistiche, ascoltando la sua voce flebile che, all’interno di noi, diventa una melodia etnica.

 

Kristina Mamayusupova

 

 

1 Remotti F., Contro l’identità, Laterza, Bari-Roma, 1996, p. 3.

2 Fadda R., Prefazione, Carrocci, Roma, 2007, p. 9.

3 Marengo M., Geografie dell’intrercultura, Pacini editore, Pisa, 2007, p. 21.

4 Camera F., (Ri)pensare l’alterità in una prospettiva ermeneutica, Rubettino Editore, Soveria Mannelli (Catanzaro), 2009, p. 136.

5 Todorov T., La peur des barbares, Èditions Robert Laffont, Paris, 2008 (tr.it. La paura dei barbari, Garzanti, Milano, 2009, p. 31).

 

 

Bibliografia:

CAMERA Francesco 2009, (Ri)pensare l’alterità in una prospettiva ermeneutica, in Campodonico-Vaccarezza, 2009, pp. 129-146

CAMPODONICO Angelo - VACCAREZZA Maria Silvia 2009, Gli altri in noi. Filosofia dell’interculturalità, Rubettino Editore, Soveria Mannelli (Catanzaro)

DI MARIA Emilio 2016, (ed.) Noi e altri. Identità e differenze al confine tra scienze diverse, De Ferrari, Genova

FADDA Rita 2007, (ed.) L’io nell’altro. Sguardi sulla formazione del soggetto, Carrocci, Roma

MARENGO Marina 2007, Geografie dell’intercultura, Pacini editore, Pisa

REMOTTI Francesco 1996, Contro l’identità, Laterza, Bari-Roma

TODOROV Tzvetan 2008, La peur des barbares, Èditions Robert Laffont, Paris (tr.it. La paura dei barbari, Garzanti, Milano, 2009)


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