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Kristina Mamayusupova. Il «virus della partenza»
06 Novembre 2018
 

Poiché, inizialmente, l’uomo è la fusione miracolosa di due cellule, il suo esser-ci può essere considerato “in partenza”. Nella storia evolutiva dell’essere umano si registrano più viaggi – biologici, axiologici, formativi ed educativi: tutti necessariamente esplorativi, volti all’edificazione di una singola identità. Probabilmente, anche al termine del suo cammino terreno, l’uomo non è completamente formato ed educato, e l’ideale del suo essere continua ad allontanarsi sempre più, malgrado l’uomo stesso tenti quotidianamente di avvicinarvisi. Ciascun viaggio procura all’esploratore, divenuto ormai testimone dellinterminabile trasformazione planetaria, l’immagine nuova del mondo e di se stesso. L’uomo-in-formazione impara ad abitare il mondo ricco di diverse correnti linguistiche, soffermandosi nelle zone culturalmente “miste” assistendo così al mistero della formazione, propria e altrui, e alla nascita di un’identità mista.

Ogni uomo che almeno una volta nella vita abbia compiuto un viaggio in un Paese straniero, ha contribuito alla formazione della sopracitata identità, in quanto nel profondo di sé l’ha fatta sposare con quella della popolazione autoctona. Come? Attraverso un costante esercizio della lingua straniera nella comunicazione. Per questo è nel viaggio, volontario e/o non, che l’uomo matura un’identità contraddistinta da variegate sfumature linguistico-culturali.

Qualora un viaggiatore fosse un immigrato e decidesse di stabilirsi in un determinato Paese, avvertirebbe all’interno di sé una voce silenziosa dello straniero (cfr. Ben Jelloun, 2006: 267) risplendere con una rara musicalità, emozione e amore per la vita. Al pulsare “nei sotterranei del proprio essere” di «una coscienza interculturale» (Cambi, 2006: 15) l’uomo acquisisce una possibilità di «ri-leggersi» nella sua «identità» (ibid.: 20) multiculturale.

Presumibilmente, la comparsa dell’immigrazione nel mondo si registra quando il «virus della partenza» (Ben Jelloun, 2006: 41) si diffonde rapidamente tra gli uomini di una determinata società, che cominciano a spostarsi, perseguendo obiettivi specifici: conoscere, scoprire, osservare, assaggiare, ammirare, trovare, apprezzare e tentare di migliorare le ricchezze della terra straniera. Partire per poi confrontarsi, narrare, piangere ed essere felici di tornare a casa o non tornarvi più. Diversa è la partenza obbligatoria, inevitabile, imposta da una situazione critica che provoca nell’uomo il timore per il futuro, per l’incertezza lavorativa, per la malattia inaspettata, per il dolore causato dalla privazione degli affetti, per la morte improvvisa. Tale partenza è descritta dall’autore franco-marocchino Ben Jelloun nel suo romanzo Partire (2006) che riuscì a colorare in maniera insolita le emozioni del protagonista Azel, un marocchino di ventiquattro anni, laureato in Diritto. Stanco di vedere il suo Paese spaccato in due dalla corruzione, Azel rimane contagiato dal «virus della partenza», molto diffuso fra i giovani del Marocco. Pertanto, il giovane decide di affrontare un rischioso viaggio in mare, mare divenuto ormai «cimitero dove la corrente si impadronisce dei cadaveri per poi trascinarli sul fondo e deporli su un banco di alghe» (ibid.: 9). Quando si ha voglia di partire, si è pronti a diventare persino “manichini”, modellati nella cera per oltrepassare la frontiera “come degli oggetti inanimati” (cfr. Ben Jelloun, 2006: 38) pur di «rinascere altrove», «sentire di prendere il volo. Correre sulla sabbia gridando la propria libertà. Lavorare, realizzare, produrre, immaginare, fare qualcosa della propria vita» (Ben Jelloun, 2006: 48).

Il «virus della partenza» non di rado viene combattuto, all’arrivo in un altro Paese, quando la realtà dai colori vivaci, offre a chi giunge un avvenire dalle tinte pallide. Anziché svolgere il lavoro promesso, l’immigrato cade nella trappola della tratta o viene ridotto in schiavitù, costretto ad obbedire agli ordini di uomini che, sfruttandone l’operato, si arricchiscono. L’identità mista dell’immigrato stesso si frammenta in breve tempo, mentre la soddisfazione, la felicità e la consapevolezza di poter “formarsi alla e nella moltitudine” lasciano posto alla solitudine, che spesso induce a delinquere. Nel suo saggio Immigrazione e sicurezza in Italia (1998) Marzio Barbagli sottolinea un tema “emergente”, dedicandosi alla delicata questione dei crimini commessi, tra il 1988 a il 2007, da immigrati di diverse nazionalità, cercando di trovare o di negare una correlazione tra reati compiuti dagli immigrati regolarmente o irregolarmente presenti sui territori italiano, tedesco, svizzero, britannico e non solo. Inoltre, l’autore analizza i pregiudizi nei confronti degli immigrati, cercando di tranquillizzare la società italiana afflitta da una sorta di «panico morale» (Barbagli, 1998: 155).

Per scoprire i meccanismi che stanno alla base della vita che sorge in mezzo agli atti criminali, occorre iniziare a farne parte senza compiere, ovviamente, un reato vero e proprio. Così, il protagonista del romanzo Il mondo in una piazza. Diario di un anno tra 55 etnie (2009) di Fiorenzo Oliva, in balia del «virus della partenza» decide di trasferirsi insieme a un amico in un appartamento situato nella piazza del mercato di Porta Palazzo a Torino, un luogo dove «si incontrano e si scontrano l’Europa, l’Africa e l’Asia» (Oliva, 2009: 13). «Ogni strada» di questo quartiere viene «controllata da un diverso gruppo etnico» (ibid.: 18), altamente pericoloso. Vivendo a contatto con tale realtà, i ragazzi conoscono la «prudenza» (ibid.: 197) e si convincono che, senza di essa, nessuna strada dovrà mai essere percorsa, poiché si potrebbero correre rischi che conzionerebbero la vita futura.

Nel racconto di Laila Lalami Il viaggio, racchiuso nel saggio Hope and Other Dangerous Pursuits (2005), Workman Publishing Company, Marocco (tr.it. La speranza e altri sogni pericolosi, ed. M.G.Cavallo, Fusi Orari, 2007), i protagonisti attraversano il Mediterraneo in barca, rischiando la vita e versando in una condizione di pericolo costante. Purtroppo, la fuga verso un mondo migliore può terminare in ogni momento. Si sfugge alla povertà, alle difficoltà finanziarie e, partendo per le coste spagnole, si rema senza provare stanchezza «fino a che non si spegne anche la più piccola luce che un essere vivente porti» in sé, perché forse «quest’ultima luce così piccola, così flebile» darà vita a «una bellezza (…) che metterà fine al dolore del mondo» (Ben Jelloun, 2006: 267-268).

Sono partiti anche gli uomini che oggi si trovano nei centri d’accoglienza disseminati in tutto il Paese. Così, nel centro d’accoglienza di Perino (nel marsalese) sono state raccolte storie di vita che hanno fatto luce sulla categoria del rifugiato politico, la cui identità si è da sempre modellata con un insieme di dati statistici e pregiudizi intrecciati agli stereotipi. Si è scoperto, tra l’altro, che Sabi, un ragazzo togolese, è stato costretto ad abbandonare il proprio Paese per aver manifestato idee politiche contrarie a quelle del governo. Sabi arriva al Centro d’accoglienza di Perino, dopodiché le sue tracce svaniscono nel nulla, lasciando il ricordo di una vita “sospesa“ silenziosamente tra l’Europa e l’Africa. Anche Seref, un ragazzo curdo, arrestato più volte dalla polizia turca in quanto sospettato di appartenere al Partito Curdo dei Lavoratori di Öčalan, arriva in Italia, sperando nell’inizio di una vita tranquilla senza il timore e sognando un futuro sereno si dal punto di vista lavorativo che affettivo. Tra i ragazzi del Centro lo sguardo si posa su Aden, fuggito dalla Somalia, sanguinoso teatro di guerre civili, dopo aver nascosto la sua famiglia a Gibuti, felice riesce ad entrare in Libia per poi ripartire immediatamente alla volta delle coste italiane.

Partire per un breve periodo o definitivamente sfuggendo alla morte, è stato, è e sarà il desiderio conosciuto da molti uomini in diversi Paesi del mondo. Chissà se le vite “sospese” di cui sopra, potranno far riflettere le persone sul dono miracoloso della vita, sulla formazione e sull’educazione dell’uomo colpito dal «virus della partenza».

 

Kristina Mamayusupov

 

 

Bibliografia:

BARBAGLI Marzio 1998, Immigrazione e sicurezza in Italia, Il Mulino, Bologna, 2008

BEN JELLOUN Tahar 2006, Partir, Gallimard, Francia (tr.it. Partire, ed. Tascabili Bompiani, Milano, 2008)

CAMBI Franco 2006, Incontro e dialogo. Prospettive della pedagogia interculturale, Carocci, Roma, 2007

FIGLIOLI Vincenzo 2009, Vite sospese. Dieci storie di resistenza contemporanea, Navarra Editore, Palermo

LALAMI Laila 2005, Hope and Other Dangerous Pursuits, Workman Publishing Company, Marocco (tr.it. La speranza e altri sogni pericolosi, ed. M.G. Cavallo, Fusi Orari, 2007)

OLIVA Fiorenzo 2009, Il mondo in una piazza. Diario di un anno tra 55 etnie, Stampa alternativa, Torino


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