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Osvaldo Licini. Che un vento di follia mi sollevi 
Al museo Peggy Guggenheim di Venezia fino al 14 gennaio
24 Dicembre 2018
 

Chi cerca suole mai trovar certezza

Io cerco spesso senza mai trovarla

Una certezza dove poter gettare

tutte le forze d’una mia lontana

miracolosa vita forse sognata

Forse trascorsa un poco troppo

col cuore nella mano

col cuore e col pensiero nella mano

Un poco troppo bella dell’anima

ch’io cerco ancora

senza mai stancarmi

troppo sperando d’incontrarla un giorno

Osvaldo Licini

 

 

Alla XXIX Biennale di Venezia del 1958 l’artista marchigiano Osvaldo Licini (1894 – 1958) fu insignito del Gran Premio per la pittura, un dovuto omaggio a una delle personalità più originali del panorama artistico italiano della prima metà del XX secolo. A 60 anni da quel prestigioso riconoscimento e dalla sua scomparsa, il museo Peggy Guggenheim di Venezia ricorda il grande maestro con una retrospettiva a cura di Luca Massimo Barbero.

Undici sale espositive, oltre cento opere, ripercorrono il dirompente quanto tormentato percorso artistico di Licini, la cui carriera fu caratterizzata da momenti di crisi e cambiamenti stilistici apparentemente repentini. La mostra “Osvaldo Licini. Che un vento di follia totale mi sollevi” intende mostrare la sostanziale coerenza di tale percorso: quelle che all’apparenza sembrano delle cesure si rivelano infatti tappe di un’esperienza singolare che risalta all’interno della storia dell’arte del Novecento per risultati di assoluto lirismo e poeticità.

La sera del 20 marzo 1914 Osvaldo Licini inaugurò a Bologna, insieme agli amici e compagni di Accademia Mario Bacchelli (fratello dello scrittore Riccardo), Giorgio Morandi, Severo Pozzati (che assumerà il nome d’arte Sepo) e Giacomo Vespignani, una mostra in una sala del centrale Hotel Baglioni, entrata nelle cronache come un momento “cruciale” della vita artistica cittadina. Per primo ne riconobbe l’interesse Carlo Ludovico Ragghianti, che nel saggio Bologna cruciale 1914 del 1969, proprio a partire dall’esposizione, ricostruiva l’ambiente bolognese degli anni dieci leggendolo come un importante snodo geografico e cronologico. Al Futurismo, e in modo particolare alla figura di Marinetti, i giovani guardavano come a un’inevitabile scelta di contemporaneità, in un’adesione ideale che solo parzialmente influì sulla loro ricerca artistica. Il termine secessione è forse quello più corretto per definire questo momento, nella sua ampia accezione, per comprendere un comune fermento di dissenso, che coinvolge all’epoca diversi gruppi di artisti, suscitando in alcuni l’auspicio di un possibile coordinamento in un “movimento giovanile” capace di svecchiare l’ambiente culturale italiano. Una delle rare testimonianze pittoriche ascrivibili a Licini a questo primo periodo e delle poche opere identificabili come esposte all’Hotel Baglioni è l’Autoritratto del 1913, che l’artista donerà all’amico Morandi.

Dal 1921 Licini soggiorna per lunghi periodi a Parigi, dove frequenta il vivace ambiente artistico e letterario di Montparnasse e conosce, tra gli altri Picasso, Jean Cocteau, Blaise Cendrars, Moïse Kisling, avviando una vivace attività espositiva, anche grazie all’incoraggiamento del pittore Mario Tozzi, suo compagno negli anni d’accademia.

Abbandona la sintesi quasi meccanica degli Episodi di guerra, l’artista declina il “richiamo alla figura” che caratterizza il diffuso clima di rappel à l’ordre in termini personali. La conoscenza di Amedeo Modigliani e della sua opera, rievocata da Licini in un ricordo scritto nel 1934, gli fa scoprire un modo di dipingere che sente vicino alla propria ricerca.

Licini è fortemente critico verso l’ondata classica che investe l’Europa negli anni tra le due guerre. I personaggi semplicemente abbozzati che popolano i suoi paesaggi e la figura del capro rispecchiano pienamente la sua personale visione del mondo: non antropocentrica, ma intessuta di un profondo dialogo tra uomo, animali, natura e cosmo e da un’idea di metamorfosi che porta con sé un dinamismo di instabilità, di mutevolezza lontana dalla solida immobilità delle figure e dei paesaggi apprezzati dalla critica ufficiale.

La mostra veneziana si apre con tele giovanili, quei paesaggi marchigiani da cui Licini non si staccò mai, soprattutto pittoricamente, tanto da farne il soggetto della sua prima fase figurativa degli anni ’20, a cui appartengono opere come Paesaggio con l’uomo (Montefalcone), del 1926 e Paesaggio marchigiano (il trologo), del 1928. E sono queste stesse vedute a fare da sfondo anche alla successiva transizione dal realismo all’astrattismo dei primi anni’30, come si può già notare in Paesaggio Fantastico (Il Capro) del 1927. Si prosegue poi con la fase non figurativa degli anni ’30, anni dell’inevitabile coinvolgimento dell’artista nelle attività della Galleria “Il Milione”. Il linguaggio astratto di Licini è atipico, attento alla geometria, una geometria intrisa di lirismo, evidente in opere come Castello in aria, del 1933-36, o Obelisco, del 1932. Ė proprio in “bilico”, titolo e soggetto di varie opere di Licini degli anni ’30, tra due poli di astrazione e figurazione che si giocano la sua carriera e i grandi capolavori della maturità dedicati ai temi dell’Olandese volante, dell’Amalassunta e dell’Angelo ribelle, tutti soggetti presenti nella mostra dellla Peggy Guggenheim.

Gli anni trenta sono un momento significativo nella maturazione del linguaggio liciniano verso un graduale superamento dell’elementarità geometrica del periodo astratto. L’incontro nel 1938 con il filosofo e storico delle religioni Franco Ciliberti lo spinge ad approfondire il tema del “primordiale” e la dimensione simbolica e spirituale della sua pittura. In questo periodo nascono le «scritture enigmatiche» che dalla fine del decennio iniziano a comparire con sempre maggior frequenza nella sua pittura, secondo un’interpretazione pitagorica, riproposta negli scritti del filosofo. In mostra, tra le prime opere con numeri e lettere si annovera Bocca (1934), ancora, Capriccio n.2 e Memorie d’oltre tomba, segue Portafortuna – Merda (1932-1941).

Le opere più iconiche di Licini, presentate in gruppo alla Biennale di Venezia del 1950, sono tuttavia quelle dedicate al soggetto di Amalassunta. L’ampia selezione di quadri di Amalassunta offerta lungo il percorso espositivo propone le molteplici sfaccettature della personalità di Licini, dal lato degli anni ’40 in poi convergono tematiche, stilemi e il mai risolto rovello della pittura, che fanno emergere Licini come grande protagonista del modernismo italiano e internazionale, confermato dal premio conferitogli pochi mesi prima della morte alla Biennale di Venezia del 1958.

 

Maria Paola Forlani


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