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Marisa Cecchetti. “Il silenzio dell’acciuga” di Lorena Spampinato
10 Febbraio 2020
 

Lorena Spampinato

Il silenzio dell’acciuga

Nutrimenti, 2020, pp. 240, € 18,00

 

Sicilia anni ’60 del secolo scorso. Tresa e Gero sono fratelli gemelli di dieci anni. Non hanno conosciuto la madre, morta quando loro erano troppo piccoli per ricordarla. Il padre li affida ad una cognata, Rosa, per brevi soggiorni di lavoro all’estero, che poi diverranno permanenti. Rosa è la sorella della madre, ma per loro è una sconosciuta.

Si adattano volentieri al nuovo ambiente dove conoscono per la prima volta le attenzioni di una figura femminile -al posto della violenza del padre-. Tresa, conciata fino ad allora come un maschio, viene iniziata alla cura di sé, ma Gero tende a riprodurre nei suoi confronti e nei confronti di Rosa, gli atteggiamenti e il controllo severo del maschio, come da esempio paterno, specchio di una cultura ancestrale e radicata.

Invece Rosa ha fatto della libertà della donna il suo principio di vita. Libertà che si basa sulla conoscenza e sulla cultura, per questo non trascura la formazione dei ragazzi, la condivisione di letture e, visto il perdurare del loro soggiorno, l’obbligo di finire la scuola elementare e di frequentare le medie. Tresa ha un fisico particolarmente asciutto che a scuola la trasforma in oggetto di derisione: la chiamano Masculina, in dialetto acciuga. Lei è mite, le hanno insegnato la sottomissione e l’obbedienza, non si difende.

Il rapporto tra i fratelli, venuti a contatto con una realtà che diversamente agisce su di loro, oscilla tra l’ostilità e la ricerca di sostegno reciproco, specialmente quando si sentono soli. Così infatti si sentono spesso, perché il comportamento e l’umore di Rosa variano, sia perché si accorge di essersi presa una responsabilità troppo grande, sia per la difficoltà effettiva di gestire il ragazzo, divenuto sempre più ostile e ribelle. Allora cerca di renderli responsabili -è anche una forma di punizione- coinvolgendoli nel lavoro sulla sua proprietà terriera, ogni fine settimana. Lì Gero e Tresa conoscono altri lavoranti, ma nessuno spiega loro chi siano, né di chi sia quella terra.

Tresa affianca nel lavoro Giuseppe, “un ragazzo alto e magro, scuro di carnagione, con una faccia incerta e appuntita”. Lui ha ventiquattro anni, lei undici. Priva di figure maschili di riferimento, sente nascere un richiamo che può nascere dal suo bisogno di essere considerata, o forse è da attribuire alle prime pulsioni preadolescenziali: “Delle volte, mentre era chinato per terra con le mani sporche di fango, mi chiedeva di spostargli i capelli dalla fronte. Si girava verso di me, con la faccia sudata e lo sguardo affaticato e apriva un poco la bocca da un lato, come se la voce potesse uscirgli solo di traverso. Poi biascicava sottovoce la sua richiesta”. Sa poco di lui, e niente le viene spiegato quando un giorno non lo vede apparire più. Una ulteriore separazione dolorosa che grava sul suo senso di vuoto affettivo.

Poi c’è il mistero della malattia improvvisa di Rosa, che manda i gemelli nel terrore di perdere anche lei, di rimanere davvero soli. Ma Rosa non muore, rimane a letto per tanti mesi e si fa sempre più rotonda, in mezzo alle visite delle donne di paese, ai sospetti ed alla chiacchiere. I ragazzi non sanno che cosa stia succedendo, nessuno dice niente. Scoprono tardi che non si tratta di malattia quando Giuseppe misteriosamente ricompare e prende a vivere in quella casa. Lui diventa allora un pericolo reale per Tresa, non educata alla gestione delle proprie pulsioni, terra pulita che Giuseppe si permette senza scrupolo di insozzare.

Il romanzo di Lorena Spampinanto, scrittrice catanese che ha esordito già nel 2008 col suo primo romanzo, e che frequenta per lavoro il mondo della editoria, colpisce come un pugno allo stomaco fin dalla prima pagina, gronda sangue e silenzio colpevoli.

Nonvedo nonsento nonparlo sono alla base dei rapporti di questi personaggi. C’è un silenzio che assorda, un mistero in cui volutamente si avvolgono i fatti, il peso di un giudizio morale che grava sulla donna, un mondo di non cultura che alimenta la violenza verbale e fisica. Tresa non ha risposte ai propri dubbi, alle domande, non ha esempi, continua ad esaminarsi nella paura di avere le stesse radici del male paterno: è il periodo peggiore della vita di una bambina che si prepara a divenire donna. Inesperta, ingenua, fragile, ritenuta facile oggetto di sopraffazione e di possesso.

Romanzo attualissimo, pur così lontano nel tempo: non è cambiato nulla. Sotto l’illusione e la richiesta di un maggiore rispetto per la figura femminile, -quello che sarebbe dovuto esistere da sempre come le cose di natura- la violenza contro il corpo femminile dilaga oggi sempre più. Del resto Giuseppe, secondo cui la scuola è adatta solo per gli scemi, proprio lui non ha regole morali: è questo dilagare dell’ignoranza e della superficialità, la mancanza di principi etici, l’assenza della comunicazione vera, questa abitudine al male -spesso circondato da silenzio quasi ci fosse vergogna a chiamare le cose col loro nome-, che portano l’espandersi della violenza.

Rosa ha sempre difeso la sua libertà anche se offesa, ed è lei che offre ancora una volta la salvezza, nel rispetto della vita e della dignità della donna.

 

Marisa Cecchetti


 
 
 
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