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Mauro Raimondi. Milano e il fuoco della rivolta
07 Aprile 2019
 

Testo dell’intervento alla serata organizzata dalla Libreria del Naviglio di Cernusco s/N e intitolata “Fascino e pericolo del Potere”, svoltasi il 4 aprile presso il cineteatro Agorà

 

 

Milano è sempre stata una città di potere.

In epoca celtica vi si trovava un importante santuario dedicato alla Dea Madre Belisama “La splendente”. Medhelan, come forse veniva chiamata la città dai celti, era dunque un luogo di potere religioso, che qualche secolo dopo diventa anche politico: nel 286 DC Mediolanum è capitale dell’Impero romano d’Occidente, e proprio qui Costantino promulga l’editto che dà libertà a tutte le religioni tra cui quella cristiana, che nel quarto secolo viene nominata religione di Stato.

Nel Medioevo Milano è quella che in geo-politica si definisce una potenza regionale. Il che significa che ci espandiamo territorialmente occupando le città vicine. Perché si chiama Lodi Nuova? Perché quella vecchia, nel 1111, l’abbiamo rasa al suolo noi. E pure Como, nel 1127: e adesso capite perché non siamo mai stati molto simpatici, noi milanesi…

Con i Visconti e gli Sforza Milano si trasforma in un vero e proprio Stato. E nel 1805, quando con Napoleone nasce il Regno d’Italia, quale è la capitale? Milano, naturalmente.

Dall’Unità, poi, con le nostre fabbriche diventiamo la capitale economica del Paese. A cui si abbina il potere finanziario (con le banche che si moltiplicano da fine Ottocento) ma anche quello culturale, dalla Scala a giornali come il Corriere della Sera che arriveranno a influenzare tutta l’opinione pubblica italiana. E nel secondo dopoguerra, dove nasce la TV? Dove si innalzano i primi grattacieli del nostro Paese, che sfidano il Cielo con il loro potere simbolico?

Dove c’è il bianco, però, c’è anche il nero. Dove c’è lo yin, c’è lo yang. Dove esiste un potere, cova la rivolta.

La nostra, infatti, è anche la città dove il fuoco della ribellione è sempre esistito. E il primo esempio ce lo offre proprio il simbolo di Milano, Ambrogio. Il quale non esita a entrare in conflitto con il potere supremo, quello imperiale. Giustina, moglie di Valentiniano I e tutrice del II, nel 386 vuole che la Basilica Portiana venga assegnata agli ariani. E lui cosa fa? La occupa. Ve lo immaginate? Fuori, i soldati dell’imperatore pronti a entrare a sgomberare la chiesa con la forza. Dentro, lui con i fedeli a cantare inni per farsi coraggio.

Come va a finire? Che la vince lui. E nel 390 si replica. L’imperatore Teodosio fa sterminare 7.000 persone a Tessalonica come ritorsione a una ribellione che ha portato all’uccisione di un funzionario romano. E lui, Ambrogio, cosa fa? Lo caccia dalla chiesa. Davvero: lui, vescovo, proibisce all’imperatore di entrare in chiesa. E alla fine, a chiedere perdono, sarà Teodosio.

Ci vuole coraggio, a ribellarsi a un nemico forte. Ma i milanesi si sono sempre distinti in questo, anche quando il potere che avevano di fronte sembrava imbattibile.

1154: per mettere in riga il Comune che è diventato – come si diceva – una potenza regionale, scende in Italia nientemeno che l’imperatore Federico I Hoenstaufen, che noi – e solo noi – chiamiamo con disprezzo “Barbarossa”. Indice una dieta, cioè un incontro, a Roncaglia, e subito si dimostra ostile verso Milano. Pretende ostaggi, la mette al bando, la priva del diritto di battere moneta e di riscuotere tasse, distrugge Tortona che è alleata dei milanesi. Al che, però, deve tornare in Germania, e la nostra città continua a fare quello che ha sempre fatto. Ricostruendo, tra l’altro, Tortona a sue spese.

Passano quattro anni, e visto che le cose non sono cambiate, l’imperatore ripassa le Alpi e assedia Milano che si arrende promettendo obbedienza. Dopo di che, di nuovo, Federico è costretto a ritornare al suo Paese e si sa, via la gatta ballen i ratt…

Infatti, anche stavolta noi riprendiamo a farla da padroni. Tanto che, nel 1161, per la terza volta l’imperatore deve ritornare in pianura padana e cingere d’assedio la città, che dopo qualche mese si arrende senza condizioni. Il “Barbarossa”, che ha capito la lezione, ordina che venga rasa al suolo per la gioia di comaschi e lodigiani che possono finalmente vendicarsi. Sul suolo viene gettato il sale, e sembra finita, per Milano, perché vige il divieto di ricostruirla sullo stesso sito. I milanesi sono sparsi a Lambrate, a Crescenzago, ma sono gente tosta, hanno il fuoco dentro. E così, pietra su pietra, Milano viene rimessa in piedi.

Il “derby” con Federico I terminerà solo nel 1176, con la battaglia di Legnano che sancirà il nostro trionfo. Per scappare, pare che sia stato costretto a camuffarsi da soldato, come sarebbe poi successo anche ad altri…

Per la prima volta, un Comune italiano ha sconfitto un imperatore, il potere per eccellenza. Un miracolo? No, perché questa non è l’unica volta. Che dire delle Cinque Giornate del 1848? I milanesi non ne possono più dei todesch. Ma come fare a ribellarsi? E poi, qualcuno potrebbe dire: perché? In fondo, gli austriaci sono discreti amministratori, la città è pulita, con belle vetrine, nel 1840 si inaugura la linea ferroviaria Milano-Monza…

I milanesi, però, hanno ormai dentro l’idea di libertà, che rappresenta la benzina per il fuoco della rivolta. Qualcuno già lo sa, di averla dentro, ma la maggior parte se ne renderà conto solo il 18 marzo, quando scocca la scintilla.

Alla notizia che Vienna si è ribellata, Milano si prepara: durante una manifestazione un abate uccide una guardia austriaca, e l’incendio divampa. A San Babila viene eretta la prima barricata: ne seguiranno altre centinaia, nonostante farne una significhi perdere tutto il mobilio di casa. Uomini e donne, insieme, si organizzano. Sono cinque giorni di passione, in cui i soldati austriaci si lasciano andare ad atti di inaudita crudeltà. Il loro capo è il Radetzsky, che era convinto della codardia dei milanesi: in città ha pure una donna, Giuditta Meregalli, e si dice ami tanto il risotto. Ma alla fine, è costretto ad andarsene: Milano è libera e ha battuto uno degli eserciti più forti al mondo. La rivolta costa la vita a 350 milanesi (di cui 94 donne, a testimonianza di come abbiano partecipato attivamente), e se è vero che già in estate gli austriaci torneranno dopo aver sconfitto i piemontesi in quella che è definita la Prima Guerra di Indipendenza, le porte all’Unità d’Italia, anche grazie alle Cinque Giornate, sono aperte.

Non parliamo poi del Novecento, un secolo dove il fuoco della rivolta brucia ininterrottamente, anche se, in questi casi non è più tutta la città a ribellarsi ma solo una parte. Dopo la conclusione della Prima Guerra Mondiale scoppia il biennio rosso, con scioperi continui e manifestazioni, l’occupazione delle fabbriche. Parallelamente, nel 1919 nasce il movimento fascista, che all’inizio si propone come rivoluzionario rispetto al potere borghese, salvo poi diventare potere esso stesso.

Milano è medaglia d’oro per la Resistenza, e quanto coraggio ci è voluto per combattere contro i nazifascisti lo sappiamo tutti. Furono 1000 i civili antifascisti a restare uccisi, cui si devono aggiungere 1200 partigiani e quasi 1000 ebrei. E poi, in seguito, come dimenticare gli incendi del ’68, del ’77, la follia del terrorismo?

Fino agli anni Ottanta la città è stata un luogo di rivolta. Poi, basta. È arrivato il riflusso, la Milano da bere, e tutto si è sopito o si è fatto meno evidente: qualche protesta per Tangentopoli, i cortei dei soliti studenti o dei centri sociali, i black block che combinano disastri prima dell’apertura di Expo. Casi isolati, in una sorta di calma piatta che, sarò sincero, non mi piace. Chiaro, come tutti voi rifiuto odio tipo di violenza. Ma un movimento pacifico che porti a una rivolta di idee o meglio di ideali, mi manca tanto. Perché non siamo nel migliore dei mondi possibili, e di motivi, per protestare, ce ne sono. E pure molti: il divario tra ricchi e poveri aumenta, nonostante le promesse della globalizzazione; il lavoro manca o è precario, e quando sento che un mio studente prende 5 euro l’ora mi si chiude lo stomaco perché guadagnavo di più io, quarant’anni fa, distribuendo volantini; Tangentopoli non sembra mai finita; ci fanno morire di inquinamento…

Ecco, la mia speranza è che la manifestazione di qualche settimana fa che ha visto centomila giovani scendere in piazza a Milano (la città con maggiore partecipazione al mondo, e lo dico con orgoglio), si trasformi in qualcosa di concreto, di civile ma forte, che coinvolga tutti noi e costringa il potere a cambiare. Perché è anche grazie alle rivolte, che le cose migliorano. È grazie a loro che viene alzata l’asticella della civiltà.

Il fuoco delle rivolte è necessario per l’evoluzione della società. E ribellarsi a un potere violento, oppressivo ma anche solo stupido, come sono spesso i poteri, ribellarsi per chiedere un futuro migliore, è un diritto di questi ragazzi. Il diritto di ritrovarsi, fra qualche anno, con un mondo più giusto di quello che li stiamo lasciando.

 

Mauro Raimondi


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