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Roberto Dell’Ava. Dewey, un grande sottovalutato
08 Luglio 2020
 

Quattordici anni fa, il 2 settembre del 2006, si spegneva Dewey Redman, musicista straordinario e uomo schivo. I media solitamente dedicano attenzione solo alla scomparsa dei big della musica, ma Dewey un grande lo è stato veramente: a lungo nel quintetto storico di Ornette Coleman, nel quartetto di Keith Jarrett, co-fondatore di Old and New Dreams con Don Cherry, poi nei gruppi di Charlie Haden e Pat Metheny.

In tutti questi contesti il suo contributo è sempre stato di prima grandezza. Solo la discografia a suo nome, scarna e di non facile reperibilità, non rende giustizia al valore del sassofonista. Vorrei ricordare l’uomo ed il musicista con due contributi: il primo è un video amatoriale che riprende Joshua, giovane e promettente sassofonista e figlio di Dewey, mentre rende un omaggio solitario al padre durante il Memorial Concert dedicato a Redman.

 


 

 

Il secondo tributo è “rubato” dal numero 37 di Jazzit. Sono i ricordi di Rita Marcotulli, a lungo pianista nel quartetto di Dewey, raccolti da Vincenzo Martorella.

 

I REMEMBER DEWEY

Ho suonato con Dewey per quindici anni. L’ho conosciuto in Francia. Al tempo suonavo con Michel Benita, e Dewey fu ospite in due dischi che incidemmo con quel gruppo (c’era anche Aldo Romano). Una volta mi disse che gli sarebbe piaciuto suonare con me: “I’ll call you in my band!”. Pensai che fosse la solita cosa che si dice in questi casi. Invece no! Mi chiamò davvero. E iniziò questa storia fantastica.

Il ricordo più forte che ho di lui è quello del personaggio di un cartone animato: uno degli uomini più divertenti che abbia mai incontrato in vita mia. E non sono l'unica a pensarla così: quando parlo con musicisti che hanno suonato con Dewey, tutti pensano la stessa cosa. Recentemente ho incontrato Pat Metheny e abbiamo ricordato episodi. Dewey era davvero un cartone animato: divertentissimo ma con una grande poesia. Il rimpianto di tutti è che Dewey avrebbe meritato molto di più di ciò che ha avuto, perché era un uomo onesto, onestissimo. E ha fatto la storia del jazz: ha suonato con Ornette, col quartetto di Jarrett, con l'80/81 di Metheny, sempre con quel suo suono particolare e bello.

Mi piace sempre ricordare una cosa che mi ha insegnato. Una volta mi raccontò che aveva chiesto a Coltrane lezioni di sax. Trane gli rispose che sì, gliele avrebbe date, ma solo un quarto d’ora, di tanto in tanto, perché era molto impegnato non solo a suonare, ma a studiare. Dewey allora andava in hotel, da Trane, e questi non faceva altro che suonare. Dewey alla fine si arrabbiò, ma come, diceva, vengo qui da te e tu non mi dici altro che devo studiare e non fai altro che suonare? Soltanto dopo, disse, aveva capito quale fosse il vero insegnamento di Coltrane: e cioè che se avesse studiato le stesse cose che studiava Trane avrebbe suonato come lui, senza sviluppare un proprio stile personale...

Una volta invece raccontò una cosa stupenda. Disse : “Ieri sera, mentre suonavo, ho visto una nota uscire dal sassofono, cadere per terra e morire. Cazzo, ho ucciso una nota!”

L'ultima volta che l’ho visto è stato in agosto (2006). Da quando aveva sessant'anni abbiamo quasi sempre festeggiato il suo compleanno insieme, suonando, e l’ultimo è stato proprio quest’anno. Eravamo in Germania, abbiamo celebrato i suoi 75 anni, e lui stava bene: era il solito cartoon, ci ha fatto divertire come sempre. Eppure un velo di tristezza nei suoi occhi c’era. Per me lui è ancora li, a New York, a casa sua.

 

Roberto Dell’Ava


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