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Paolo Diodati. Gioco di fine estate: alla ricerca di sprazzi di luce
02 Settembre 2009
 

«Sassi, che il mare ha consumato, sono le mie parole d’amore per te…» scrisse il giovanissimo Gino Paoli, nel constatare che ogni tentativo di cantare l’amore in modo nuovo, non banale, era già stato fatto milioni d’altre volte. E la sofferenza nel cercare un modo unico per cantare alla sua ragazza la forza e la grandezza del suo amore, lo portò a inventare quel gioiello che è Il cielo in una stanza.

Chi non ha la caparbietà e la capacità di innestare il nuovo nella tradizione, può scegliere la rivoluzione radicale. È naturale che così si faccia. È indispensabile che ci siano gli apripista più imprevedibili. Questo vale in ogni campo delle attività umane.

La storia insegna però che se allo sconcerto iniziale di fronte al nuovo, non segue, prima o poi, la comprensione e l’accettazione del “padrone delle sorti dell’artista” (il pubblico) il tentativo rivoluzionario si spegne e non incide sugli sviluppi futuri.


Eugène Ionesco esordì nel 1950 con La cantatrice calva, opera teatrale di autentica rottura con la tradizione. Il teatro di Ionesco fu definito teatro dell’assurdo, antiteatro, ecc. Frasi sconnesse, prese da un manuale per l’apprendimento della lingua francese, scambiate in un dialogo tra gli Smith e i Martin. Un vero fiasco durato per anni. L’accettazione, anzi, il trionfo, fu decretato ben sette anni dopo, anche perché Ionesco introdusse questa piccola aggiunta finale: la rappresentazione ricominciava per alcuni minuti a frasi assurde dette a parti invertite, tra gli Smith e i Martin. Questa “spiegazione” rendeva il significato dell’opera ancora più chiaro.

Conclusione: Ionesco insegnò al pubblico un nuovo modo di far teatro. Ma il pubblico guidò il fiuto di Ionesco, fino a condurlo alla cristallina chiarezza rivoluzionaria de Il re muore.


E veniamo al tentativo di introdurre una rivoluzione nella stesura dei testi delle canzoni.

Da quanto scritto in precedenza, è chiaro che a me, amante di Ionesco sin dalla prima lettura, i testi di Panella non piacciano assolutamente, a differenza di quasi tutte le musiche del Battisti post-Mogol. Ma i gusti sono gusti e ora non torno sull’argomento “piacere”.

Questa volta, come annunciato, andremo sul concreto.

 

  

Battisti, dall’esplosione del suo successo e fino al Don Giovanni compreso, era stato dominatore assoluto delle classifiche (nel grafico, al 1969, corrisponde nelle ordinate, il 1° posto. E così fino al 1986). In quegli anni si poteva dire: «Il sogno di tantissimi compositori è quello di riuscire a scrivere, prima o poi, una bella canzone. E non ci riusciranno mai. Continueranno a scrivere brutte canzoni, o comunque, canzoni che non piacciono. Battisti e Mogol sembra che non riescano a scrivere una canzone veramente brutta. Dal punto di vista dell’amalgama musica-parola, come “alchimia del verso cantato”, per dirla alla Gianfranco Salvatore, Battisti-Panella rovesciarono quella constatazione: non riuscirono a scrivere una canzone veramente bella. Battisti sarebbe stato sublime, con certe musiche e certi arrangiamenti, se avesse optato per l’universale “canto in lingue”».

Con i cinque ultimi album le vendite si ridussero a un quinto di quelle del primo, passando dalle oltre 500.000 copie del Don Giovanni, a poco più di 100.000. Continuando l’esperimento (che però era finito con Hegel, per abbandono di Panella), con altri 5 album le vendite previste per estrapolazione sarebbero scese a 20.000. Con ulteriori 5 album a 4.000. In questa estrapolazione non si tien conto dell’amore “senza se e senza ma”, a prescindere dai testi, degli irriducibili.

Per uno come Battisti («Io finanziatore di terroristi? Ma se chi mi conosce sa che faccio fatica a pagare anche il biglietto del tram…»), anche se sosteneva che l’artista non deve andare dietro al pubblico, ma stargli davanti, sarebbe stata difficile continuare con l’esperimento della rivoluzione del linguaggio. E infatti, si parlò molto, dopo la rottura con Panella, di un clamoroso ritorno a Mogol.

Nel grafico riportato è mostrato, inequivocabilmente, il tracollo delle vendite dei dischi con l’operazione Panella. Si può ritenere, per rapidità, che Battisti dal 1969 fino al 1986 aveva dominato le classifiche delle vendite, piazzandosi sistematicamente al primo posto. Con i 5 album (‘86-‘88-‘90-‘92-‘94) è passato dalla vetta, al 68° posto ed “esperimento” terminato. Prima della scomparsa del più grande rivoluzionario della musica leggera italiana, s’era diffusa perfino la voce di un suo ritorno a Mogol. Panella, comunque, non mi risulta che abbia proseguito sulla strada che Battisti gli aveva imposto (Parole di Battisti per l’accettazione dei testi di Panella: «Mi arriva un testo e io faccio così: se non ci capisco nulla vuol dire che è perfetto».)


L’esperimento, un flop per le vendite, potrebbe però avere grande valore artistico, incompreso all’inizio, come fu per Ionesco, autore maestro per Panella, dimostratosi pessimo allievo.

E qui arriviamo finalmente al punto. Si può, ovviamente, essere di tutta altra idea, ma un testo, per distinguersi dai “canti in lingue”, dai vocalizzi e dai gargarismi, deve dire qualche cosa, più o meno chiara. Anche solo sensazioni. Da studente entrai in polemica col professore di lettere al liceo, perché amavo “La pioggia nel pineto”. Per lui era inammissibile che potesse piacere perché non conteneva messaggi ed era chiaramente erotico-fascista, come il mai abbastanza vituperato autore. A me piaceva “l’atmosfera”.

Non riuscendo a trovare sensi, né atmosfere che mi facessero un po’ apprezzare la “poetica” panelliana, ho chiesto aiuto a Internet.

Si trova di tutto, sulle spiegazioni del “Mistero Panella”.

Tra le tantissime, ne riporto una di tipo globale, particolarmente colta e interessante.

«Risoluzione di un’enigma: Al di là di tutti i possibili significati che si possono dare alle varie canzoni scritte con Panella, potrebbe anche darsi che sia sfuggito il senso unitario di tutta l'avventura. E già parlando di senso unitario è inevitabile che la mente corra a Hegel, dico il filosofo.

Comunque, secondo la mia interpretazione l'Hegel della canzone dovrebbe essere Mogol:

indizi:

H E G E L

M O G O L

Pronuncia

Nella canzone il nome di Hegel è pronunciato diversamente da come lo si deve fare: infatti dice Heghél, che suona come Mogòl con l'accento sulla seconda vocale, mentre si deve mettere sulla prima. La chiave per me è quella decisiva dichiarazione di Panella “Hegel è uno che difende la sua zona, un terzino roccioso”.

Ora, queste parole hanno senso solo se ci si ricorda che Mogol giocava da terzino nella nazionale cantanti.

L'idea che però mi sta frullando nel cervello è che Hegel, filosofo preferito di Lucio, sia in realtà la chiave di lettura di tutto il periodo: ossia che Lucio abbia chiesto a Panella di modellargli dei testi partendo dal pensiero di Hegel.

Questa idea non è che mi è venuta così. Mi è venuta perché, rileggendo due o tre cose di Hegel ho trovato la definizione di Tempo TEMPO= CONCETTO CHE È LÀ».

Fermiamo qua la spiegazione filosofica dell’enigma, perché credo che sia sufficiente.

Infatti, il pensiero di Hegel fornisce la semplice chiave interpretativa anche del testo di Panella, riportato nella colonna a sinistra.

A destra un perfetto adattamento alla stessa musica di Battisti. Testo banale per massaie mogoliane. Ancora più spregevole perché cantabile e memorizzabile. Peccato!



Equivoci amici


Cassiodoro Vicinetti

Olindo Brodi, Ugo Strappi

Sofio Bulino, Armando Pende

Andriei Francisco Poimò

Tristo Fato, Quinto Grado

Erminio Pasta, Pio Semi

Ottone Testa, Salvo Croce

Facoffi Borza Aldo Ponche
Uno andò saldato

uno vive all'estro

uno s'è spaesato

uno ha messo plancia

e fa il trans-aitante

uno fa le more uno sta invecchiando

perché è un nobile scotch
Uno fa calzoni

dai risvolti umani
Uno ha un solo naso

Uno ha mani e polsi
Uno è su due piedi
uno è calvo a onde
uno si nasconde
poi non sa
in che vano sta

Un viso ucciso dal pensiero
Un tal con voce da uccelliera
Un sostituto a sua insaputa e un misto

storie e geografie
Uno per uno li ricorda

l'orchestra mentre si accorda la verità

viene sempre a palla dolce chimera sei tu
Il maestro solitario fischietta ariette d'oblio (sei tu)

I dimenticati
ce li ha tutti in testa
Gli altri sono entrati chi da se
chi dalla finestra
C'è il direttore, l'orchestra c'è
apparecchiati sul buffè
son mantecati i dimenticati
Se il pasticcino ha un senino in se
del maraschino effetto è

Uno nel rinfresco
pensa «È peggio se esco»

Un altro un altro deglutisce
volentieri gradisce
Non si capisce chi mangi chi

Non gli rincresce

grazie sì, grazie sì


I giovin signori


Dormo sempre al mattino

Se uno prova a chiamarmi

io mi rigiro, se mi svegliassi

starei a letto ko.

Triste fatto, il lavorare…

ho detto basta, stanca troppo…

si batte in testa. Mi diverto

scambiando il giorno per la notte.

Quando infin io m’alzo

il sol già tramonta

sono un po’ spaesato

perciò chiamo mamma

per far la colazione.

Per aver dei soldi, spremo ma’, ba’ e nonni

sennò io i mobili scoccio.

Porto gli orecchini

anche sotto ai piedi

compro i pantaloni

fatti a groviera

non ho amici veri

solo in branco usciamo

quando poi m’incanno

io non so

in che branco sto.

Noi siamo stanchi al sol pensiero

di star in giro notte e sera.

Corriamo in auto sempre in fretta e il volgo

deve scansarsi al volo.

Uno per uno con gli amici,

la notte è lunga, giriamo i pub e i bar

poi in discoteca a chi saltella di più…

un pelato beve a tonfo, fiaschetta in alto e fuma (mariù…)

Siam privilegiati

ci riempiam la vita

di grandi abboffate, porno-film

di telefonate,

con il cellulare facciam l’amor

spaparacchiati al caffè

siam sempre a spasso noi privilegiati.

Mai ho studiato e tutti sanno il perché:

delle riforme l’effetto è…

Siam tutti promossi,

mami, è meglio se esco”.

Un altro un altro al mio posto

bene o male lavora.

Non si distingue chi sgobba e chi

non dice almeno

grazie ma’, grazie ba’…



Tentativo di interpretazione degli Equivoci amici. Hegeliano? Giudicate voi…

Uno andò saldato.

A cosa? A un carabiniere con le manette?

No! Uno andò saldato, nel senso che venne liquidato, gli diedero cioè tutti i soldi che gli dovevano.

Boh?

Uno vive all’estro.

Uno vive a modo suo, secondo la propria fantasia o estro.

No! Uno vive alle spalle dell’estro altrui. Riferimento autobiografico.

Ma no, superficiali! Sono espressioni nuove, che rivoluzionano il linguaggio. Dalla monotonia del pensiero e della parola chiara, si passa alle sconvergenze sparallele…, ai pelati a onde (molte scatole di pomodori pelati sono cilindri ondulati), agli usciti fuori di tosto. Questa, modestamente, è mia! Ha un doppio significato adatti entrambi a Bossi


Finiti i miei giochi (se non fanno ridere, figuriamoci quelli del testo), passiamo alla parte pratica.


Invito tutti, in particolare gli intellettuali impegnati e non quelli con gusti rasoterra, tipo massaia in cerca di banalità, a scrivere, non dico la poesia in prosa (esercizio che a noi veniva fatto fare e che qui sarebbe giudicato, a torto, provocatorio), ma un commento interpretativo di questo primo testo, che non è dei più ostici.

Poi mi permetto di chiedere la stessa cosa ad alcuni professionisti, sollecitando una critica sempre sulla “poesia” riportata a sinistra, da inviare a Tellusfolio.

Penso ai seguenti insegnanti di lettere: Daniele Finzi, di Anghiari (Arezzo), Clara Corneli (Orvieto), Cesare Nuccitelli (Roma), Pina Romeo (Perugia), Elviro Langella (Messina), Augusto Ancillotti, ordinario della Facoltà di Lettere dell’Università di Perugia, Antonio Pieretti, ordinario della stessa Facoltà di Lettere e pro-Rettore. Non conosco le loro idee al riguardo e non so se risponderanno all’invito. Aggiungo inoltre i nomi di Derek Boothman, associato docente di inglese all’Università di Bologna, Sylvie Giovinale, associata, docente di francese presso l’Università di Perugia e l’Università per Stranieri, sempre di Perugia, Penelope Randle, (Perugia) inglese, traduttrice di prose e poesie, Erika Hrowath, (Stromboli) tedesca, Gabriele Paparo (Buenos Aires), addetto culturale all’ambasciata italiana in Argentina e… perché no? Mi rivolgo all’enciclopedico matematico (vero) Umberto Bartocci, lettore di tutto (Topolino, Paperino ecc. compresi) e lettore al Contrappunto Jazz Club di Perugia, in una serata memorabile, dei miei commenti sulle poesie ed altro di Bossi (anche lui, poeta!) e Panella.


Come vedete ho inserito anche persone in grado di tradurre il testo in quattro diverse lingue… Pensate un po’: c’è chi ha spiegato l’insuccesso del tentativo fatto da Battisti-Mogol di sfondare nel mercato anglosassone, con la difficoltà di rendere chiari in inglese i concetti di Mogol… Sta a vedere che avranno miglior sorte le elucubrazioni hegeliane degli Equivoci amici e simili!


Provvederò ad avvisare i su indicati docenti o esperti bilingue. Comunque, l’invito a cimentarsi con l’interpretazione (anche non hegeliana) è per tutti. TF mi sembra il luogo ideale dove trovare critici e veri esperti. Patrizia Garofalo, l’unica a essersi pronunciata in linea generale, è invitata per prima. Ma oso rivolgermi anche a CDS, apertissimo a tutte le novità e le sperimentazioni letterarie e a Marco Cipollini, vellutato e sensibile autore, ma anche interprete, traduttore e imitatore di tanti poeti veri. O Marco, già sento un tuo “…te possino…” o peggio!.


Infine, cominciate a pensare anche all’interpretazione di uno dei concetti più celebri e lodati dalla critica: Non penso, quindi tu sei (per una mia interpretazione, vedi foto).

E, infine, a una mia “poesia” da musicare e che scrivo mentre penso, sfacciatamente or ora, a imitazione dell’Oscuro Stil Novo:

M’oscuro di piccolo (tempo: larghissimo, < 20 bpm) o, se preferite,

M’oscur di piccol (ci vedrei bene un prestissimo: > 208bpm).

O, forse meglio ancora, M’oscuro d’incenso, M’illumino di senso, eccetera, ecc., ecc. ecc.


Paolo Diodati


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